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  • 04/12/2006 Germania: la “Giovane SPD” favorisce i fondi locuste (Movimento Solidarietà, http://www.movisol.org)

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    Il 20 novembre Adrea Nahles, Huberttus Heil e altri del raggruppamento della “giovane SPD” hanno presentato una proposta per un nuovo programma di partito in cui si asserisce che gli hedge funds e gli equity funds portano in Germania ogni anno “investimenti” per 30 miliardi di euro e pertanto essi garantiscono 800 mila posti di lavoro. Pare strano, ma lo stesso argomento era stato sostenuto l'anno scorso, quando questi fondi ed i loro amici lanciarono la campagna con cui contrastare l'attacco ai “fondi locuste” in seno alla SPD, tanto da riuscire a dissuadere l'allora Cancelliere Gerhard Schroeder a varare una sana strategia contro questi speculatori.
    Questo gruppo della “Giovane SPD” orchestrò il golpe del novembre 2005 in cui Franz Muentefering perse la presidenza del partito. Nell'aprile precedente Muentefering si era fatto promotore della campagna contro i “fondi locuste”, dopo che il movimento di LaRouche in Germania aveva condotto un'energica campagna contro la speculazione e a favore dell'economia produttiva.

    Il documento proposto dalla “Giovane SPD” spende qualche bella parola di circostanza sulla necessità di esercitare controlli e regolamentazione dei mercati, ma poi lancia un appello affinché la Germania diventi “più attraente per le forme d'investimento alternative”, quelle dei private equity funds e dei fondi pensione. “Intanto gli investitori finanziari riversano ogni anno circa 30 miliardi di euro in Germania. Le imprese finanziate con questo capitale assicurano più di 800 mila posti di lavoro. L'importanza dei Private Equities per la piccola e media impresa e per le scalate societarie aumenterà nei prossimi anni. A motivo di ciò stabiliremo condizioni ragionevoli per il settore di private equity tedesco ed inoltre miglioreremo ancora la competitività di un settore degli hedge funds tedesco già regolamentato”.

    L'iniziativa della “Giovane SPD” è tanto più folle considerando che le autorità finanziarie in diverse parti del mondo - dalla FSA britannica alla BCE europea, ed altre - hanno messo in guardia da un grippaggio del settore dei private equities, a motivo dell'enorme indebitamento raccolto nelle scalate con alto rapporto di leva.<br><br>

    Ben Ami all’EIR sulle prospettive di pace in Medio Oriente

    Il 24 novembre L’Executive Intelligence Review (EIR) ha intervistato Shlomo Ben Ami che è stato ministro degli Esteri del governo israeliano di Ehud Barak, dopo essere stato ministro della Sicurezza Pubblica nel 1999. In passato Ben Ami è stato presidente della Scuola di Storia dell’Università di Tel Aviv e ambasciatore israeliano a Madrid. Egli è anche stato il principale negoziatore del Vertice di Camp David del luglio 2000 ed ha guidato la delegazione dei negoziatori israeliani a Taba nel gennaio 2001.
    L’EIR ha chiesto un commento sulla recente iniziativa di pace presa dalla Spagna [riportata in fondo], e Ben Ami ha affermato: “L’idea che dei terzi si impegnano in questo negoziato tra Israele e Palestinesi secondo me merita il benvenuto perché sono giunto alla conclusione, ormai da qualche tempo, che non vi sono possibilità di sorta per accordi bilaterali liberamente negoziati tra Israele e Palestinesi. Ritengo che non vi siano soluzioni ai problemi del Medio Oriente in un ambito bilaterale. Questo non solo vale per Israele e Palestina, ma anche per l’Iraq e altro...”

    Ben Ami ha invitato alla cautela: “L’Europa non può svolgere il ruolo di paciere in Medio Oriente da sola e le cose vanno coordinate anticipatamente con l’America. Ritengo che il futuro di accordi di pace tra Israeliani e Arabi si colloca nella capacità dell’America e dell’Europa di sviluppare una strategia comune nella regione, o come un strategia più comune possibile in Medio Oriente”.
    Beni Ami è quindi passato a indicare come il problema si collochi nel fatto che l’amministrazione Bush abbia ripudiato "l’eredità di Clinton. Hanno abbandonato in blocco la cultura della risoluzione dei conflitti a favore di politiche miranti allo scontro militare. E di conseguenza secondo me questi sono stati sei anni persi per il Medio Oriente”. Ben Ami ha quindi espresso l’auspicio che il rapporto Baker-Hamilton sull’Iraq riesca a cambiare la politica americana “in modo che si senta la differenza anche nella disputa Israeliano-Araba”. Ha poi aggiunto che “se aprono contatti con gli iraniani, anche solo selettivamente su questioni di interesse comune, e capiscono che è la Siria a causare i problemi maggiori, e che l’unico modo per neutralizzarla è di impegnarla sulle questioni dell’Iraq e delle Alture del Golan, allora si potrebbe schiudere un orizzonte più promettente per le popolazioni della regione. La Siria non accetterà di impegnarsi solo in questioni che sono di interesse per l’America ... Voglio dire che hanno un interesse nel trattare con Israele e nel ricercare la fine del boicottaggio americano”.

    A proposito del pericolo di un attacco militare contro l’Iran Beni Ami ha spiegato che “la guerra delle parole tra Israele e Iran cela, in un certo senso, manovre recondite. Vedi che non ci sono delle dispute reali in corso tra Israele e Iran. Sotto tanti punti di vista si tratta di un conflitto artificiale. Noi non abbiamo confini in comune, non ci contendiamo l’accesso alle risorse petrolifere. Israele non nutre alcuna aspirazione nella regione del Golfo che è il territorio naturale dell’Iran. Né l’Iran nutre ambizioni territoriali nell’area interessata dalla disputa arabo-israeliana. In effetti ciò che accomuna Israele e Iran è molto di più di ciò che li divide...”
    Ben Ami ha anche affermato che gli USA dovrebbero stabilire dei dei contatti con Teheran perché così “l’Iran non condurrebbe questa guerra fatta di retorica contro Israele se fosse impeganta in rapporti di lavoro con l’America ... Una delle tragedie degli ultimi sei anni dell’amministrazione Bush è che abbiamo visto che i nostri principali alleati non parlano con i nostri principali nemici. In passato non fu così. Israele non parlava con la Siria, ma a farlo era l’America. Adesso l’America non parla alla Siria, né parla con l’Iran e tanto meno con Hamas. E’ ragionevole presumere che un cambiamento della politica americana nella regione capace di condurre ai negoziati con chi è la causa dei problemi nella regione avrà effetti positivi”.

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