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20/09/2005 Conto arancio. Conto armato? (Mauro Meggiolaro - «Valori» - anno 5 nr. 28 - aprile 2005,   www.valori.it)

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    Mine antiuomo

    Le banche analizzate nel report di Netwerk non si tirano indietro nemmeno di fronte alle famigerate mine antiuomo. Dichiarate illegali negli oltre 150 Paesi che hanno sottoscritto il trattato di Ottawa, le mine uccidono ogni anno più di 26.000 civili e ne feriscono gravemente molti di più. Le peggiori sono quelle a frammentazione: se vengono calpestate esplodono in centinaia di piccoli pezzi in un raggio di 50 metri .
    Alcune, prima di esplodere, si alzano fino a un metro e mezzo di altezza per colpire lo stomaco di una persona adulta o la testa di un bambino. Chi sopravvive all’esplosione di solito non sfugge all’amputazione di uno o più arti. Solo in Cambogia le persone che hanno subito mutilazioni sono 35.000. Secondo fonti militari nel corso della guerra del Golfo del 1991 gli Stati Uniti, che non hanno ancora sottoscritto il trattato di Ottawa, avrebbero lanciato in Iraq e Kuwait 117.634 mine antiuomo. Un rapporto di ICBL (Campagna Internazionale per la messa al bando delle mine antipersona) documenta invece il loro uso da parte della Russia in Cecenia e in Tagikistan e del Pakistan ai confini con l’India.
    La produzione di mine antiuomo è un business di cui nessuno ama parlare ed è quindi molto difficile ottenere informazioni attendibili. Il rapporto di Netwerk fa riferimento ancora una volta alle ricerche dell’ONG Human Rights Watch. I maggiori produttori si trovano nei Paesi che non hanno ancora firmato il trattato di Ottawa. A Singapore c’è la Singapore Technologies Engineering, controllata dallo Stato ma quotata in borsa e presente in molti indici azionari internazionali. Negli Stati Uniti i leader del settore sono tre: ATK (Alliant Techsystems, ) e i già citati Lockheed Martin e Raytheon.
    Nel 2004 tutte le banche oggetto del report di Netwerk investivano in azioni di Singapore Technologies attraverso fondi comuni di investimento destinati alla clientela. ING era al primo posto, con 5 milioni e mezzo di dollari investiti dai fondi ING Invest Industrials e ING Invest Singapore & Malaysia. In ATK investiva invece in modo significativo AXA: circa 145 milioni di dollari, il 6,6% del capitale della società. Anche ING era della partita, con un investimento di 3,43 milioni di dollari (0,2% del capitale).

    Uranio impoverito
    Anche gli investimenti (diretti e indiretti) delle banche belghe e olandesi in imprese che producono uranio impoverito sono degni di nota. Ai primi posti troviamo ancora una volta AXA, con 380,77 milioni di dollari, e ING, con 201,74 milioni di dollari ripartiti tra le imprese ATK, BAE Systems e General Dynamics. L’uranio impoverito o uranio 238 è un prodotto di scarto ottenuto dalla raffinazione dell’uranio naturale nei reattori nucleari e nelle bombe atomiche.
    In ambito militare è usato specialmente nelle munizioni anticarro degli USA. La sua grande densità lo rende molto efficace contro le corazzature. Quando esplode, l’uranio si polverizza in frammenti incandescenti che rimangono a lungo nell’atmosfera e possono quindi venire inalati dai soldati, dagli operatori di pace e dai civili provocando gravi malattie e malformazioni genetiche. I veterani della prima guerra del Golfo ne sanno qualcosa: una ricerca fatta su 251 famiglie di veterani nel Mississipi ha dimostrato che il 67% dei bambini concepiti e nati dopo la guerra sono portatori di malattie rare e problemi genetici. Anche le truppe Nato e i caschi blu delle Nazioni Unite di stanza nei Balcani hanno subito gli effetti dell’uranio 238.
    In Italia le morti documentate sono una ventina.
    Più di 200 i casi di cancro. Di solito si tratta del linfoma di Hodgkin, un tumore maligno del sistema linfatico ormai tristemente noto come “sindrome dei Balcani”.

    Quattro passi avanti e uno indietro
    A un anno e mezzo dal suo lancio la campagna “Mijn Geld. Goed Geweten?” comincia a raccogliere i primi importanti frutti. «Ad oggi solo una delle cinque banche analizzate non ha fatto niente per modificare la sua posizione», spiega Maeckelberghe di Netwerk Vlaanderen. «Le altre si sono mostrate disponibili al dialogo e hanno fatto seguire alle dichiarazioni di intenti i primi fatti concreti». Il brutto anatroccolo è la francese AXA. «Sin dall’inizio della campagna AXA ha reagito in modo molto negativo alle nostre domande. E ora non ha intenzione di cambiare una virgola nella sua politica di investimento in armamenti». «Non adotteremo mai codici di condotta o criteri relativi all’investimento in armi», ha dichiarato Elly Bens, portavoce di AXA.

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