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  • 14/08/2006 Cpt, Guantanamo d'Italia (Giovanna Pavani, http://www.altrenotizie.org)

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    Mohamed Aloui, tunisino, è morto a 33 anni nel Cpt di via Enrico Mattei a Bologna per una probabile overdose da farmaci antiepilettici, nonostante lui non fosse affatto epilettico. Una storia complicata la sua: scarcerato da Isernia, dove era stato recluso per una serie di reati legati allo spaccio di stupefacenti, era approdato in Emilia dopo un passaggio da Roma, dove l'avevano classificato come "pericoloso" e dunque sottoposto ad una cura farmacologia per farlo stare tranquillo: l'antiepilettico, insomma, gli veniva somministrato come sedativo e su questo, come su un'altra serie di faccende, la procura di Bologna vuole capire il perchè.

    A partire da un interrogativo in particolare: perché Daniele Giovanardi, gemello del più noto ex ministro dell'Udc Carlo, presidente della Confraternita della Misericordia che gestisce il centro, ha parlato subito di possibile morte per overdose da eroina, visto che di droga vera non ne è stata trovata traccia? Niente male per il centro considerato il fiore all'occhiello della "gestione umanitaria" dei Cpt: per scaricarsi la coscienza, ogni menzogna è lecita.

    La morte di Mohamed, di per sé un fatto di cronaca marginale se fosse successo in un altro momento e non nel pieno dell'estate calda degli sbarchi clandestini, grazie anche alle reazioni scomposte di qualche parente nobile di figure di spicco della Cdl, ha avuto il grottesco pregio di costringere il governo a riaprire il sinistro fascicolo del "cosa farne" dei centri di permanenza temporanea per immigrati, nati con la Turco-Napolitano nel '98 e trasformati in lager dall'inasprimento della legge sull'immigrazione Bossi-Fini. Adesso l'unica cosa certa è che si vorrebbero chiudere. Solo che non si sa da che parte cominciare, né dove trovare i numeri parlamentari per farlo.

    Il fatto è che nei Cpt muore più gente che nelle patrie galere; le condizioni igieniche non sono garantite causa il sovraffollamento, i diritti umani spesso violati, ma gli immigrati di troppo non possono neppure essere buttati fuori perché la Bossi-Fini impone che stiano lì dentro. E se si è arrivati a questo punto di manifesta ingestibilità delle strutture, è perché quella legge è stata fatta apposta perché nessuno possa di fatto entrare regolarmente in Italia. Se ci riesce, poi non può più uscire dal Cpt. Una trappola disumana fermamente voluta dal centrodestra per snaturare il ruolo che la Turco-Napolitano assegnava ai centri, ovvero quello di prestare accoglienza agli immigrati per quei due, tre giorni in attesa dell'espulsione. Con la Bossi-Fini si è voluta disinnescare l'eventualità che ci riprovassero: i Cpt sono diventate galere, ma non c'è nessun indulto possibile che possa svuotare strutture piene di gente che non ha commesso alcun reato.

    Già un anno fa, sempre in estate e sempre sotto lo stress degli sbarchi lampedusani, l'esistenza dei Cpt era stata messa sotto accusa dal governatore delle Puglie, Nichi Vendola. E di lì a poco l'argomento ha trovato cittadinanza nel programma dell'Unione, dove si parla esplicitamente del "superamento" dell'attuale politica dell'accoglienza attraverso un'adeguata riforma che tolga ai Cpt quell'alea da campo di concentramento, anticamera di un circuito penale il cui unico sbocco è sempre e solo il carcere. In tutta la penisola di Cpt ce ne sono 16, ma ne servirebbero almeno il doppio: gli immigrati continuano ad arrivare e la legge non lascia via d'uscita.

    Ora, con la morte del giovane tunisino, la sinistra radicale, in testa Rifondazione, ha deciso di passare all'incasso di quel passaggio scritto nel programma dell'Unione annunciando battaglia al Senato, nervo scoperto della maggioranza, perché la stagione dei lager italiani conosca la parola fine, senza bizantinismi e mediazioni di alcun genere. La Margherita e i Ds, invece, quel medesimo passaggio del programma lo leggono solo nel senso di un miglioramento delle strutture per renderle più vivibili in attesa (e chissà quando) di una più ampia revisione della legge che consenta la riconversione dei Cpt in vere e proprie strutture di accoglienza, nell'ordine del nuovo input morale e civile inaugurato dal ministro Amato con la fondamentale proposta di legge di cittadinanza agli immigrati di vecchia data.

    Il dibattito politico è dunque animato, ma nel frattempo nei centri si continua a morire e le rivolte e le fughe sono all'ordine del giorno. Il paragone potrebbe sembrare ardito, ma nella pratica non lo è affatto: è come se, in casa nostra, ci fossero 16 copie in piccolo di Guantanamo. Ciò che cambia è che quelli rinchiusi nel carcere cubano di massima sicurezza sono accusati - senza prove - dal governo americano di essere terroristi. Quelli rinchiusi nei Cpt, invece, solo la Lega di Calderoni li considera pericolosi aspiranti tali, ma nella realtà sono solo poveri disperati che la speranza di un futuro migliore ha portato sulle nostre coste, talvolta vivi per puro miracolo.

    Ora, è poco credibile, visti i numeri di questa maggioranza di governo, che la sinistra radicale riesca nell'intento di chiudere i Cpt con un robusto colpo di spugna. Più credibile (ma comunque complicato) è pensare, invece, che si possa raggiungere un accordo sulla proposta lanciata da Russo Spena, ovvero rendere i centri marginali e destinati solo all'identificazione dei clandestini in attesa di rimpatrio. Un ritorno, insomma, alla dimensione dei Cpt ispirata dalla Turco-Napolitano e addirittura migliorativa rispetto ad essa sotto il profilo umanitario, ma su cui si è subito posata l'ombra nera del centrodestra che ha chiesto, in cambio di un appoggio possibile, l'innalzamento degli anni per la cittadinanza agli immigrati da cinque a otto. Proposta, ovviamente, respinta con vigore, stavolta da tutta la sinistra. Viste le premesse, la battaglia politica durerà ancora a lungo.

    Nel frattempo continueremo a sentir parlare di giovani donne morte per meningiti non diagnosticate in tempo, come è successo ad una ragazza del Togo rinchiusa a Ragusa. Oppure ci continueremo ad interrogare sul perché un giovane del Bangladesh è riuscito a trovare il modo di togliersi la vita impiccandosi con le lenzuola del letto a Ponte Galeria, a Roma. O, ancora, sul perché la scabbia mieta vittime nel Cpt di Torino e di Lamezia Terme come nel centro del Sudan.
    I tormenti dei prigionieri di una guerra xenofoba inutile vengono risolti a colpi di benzodianzepine, sostanze che permettono agli sgraditi ospiti di dormire tutto il giorno riducendo l'esplosione di rivolte, i tentativi di fuga, gli atti di autolesionismo. Qualcuno fa la fine di Mohamed. Qualcun altro si sveglia e muore in modo diverso. Intanto la politica continua a litigare. E i fratelli dei politici che hanno voluto la Bossi-Fini a prosperare sulla pelle dei disperati.

    Giovanna Pavani - Altrenotizie


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