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  • 10/03/2006 Il Digiuno che umiliò Thatcher (Orsola Casagrande, wwww.ilmanifesto.it, visto su www.comedonchisciotte.org)

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    Venticinque anni fa iniziava l'eroico sciopero della fame di Bobby Sands e degli altri detenuti politici irlandesi nel carcere di Long Kesh. Molti sarebbero morti, ma vittoriosi

    È passato un quarto di secolo da quando Bobby Sands e nove suoi compagni si lasciarono morire di fame nel carcere di Long Kesh, nei pressi di Belfast. Oggi quel carcere è chiuso, vuoto. Ma resta il simbolo, con i suoi «H-blocks», blocchi H, della repressione inglese su quel pezzo di isola verde. Il simbolo dell'ostinazione con cui la Gran Bretagna ha continuato (e, seppure in modo diverso, continua) a passare letteralmente sopra i cadaveri di migliaia di persone pur di mantenere il controllo di quelle sei contee: anche quando (come del resto ha riconosciuto il governo di John Major, nel 1994) non aveva più interessi «né strategici, né economici, né egoistici » su quel territorio. Ma le sei contee del nord Irlanda - erroneamente definito dagli unionisti «Ulster», perché l'Ulster comprende anche un'altra contea, la contea di Donegal, la più settentrionale, troppo 'cattolica' e quindi lasciata, dopo la partizione dell'isola nel 1922, alla Repubblica, cioè all'Irlanda del sud - non potevano essere «restituite» al resto dell'isola: perché questo avrebbe significato non tanto un bagno di sangue tra due tribù violente e barbare (leit-motiv con cui la Gran Bretagna ha giustificato la sua presenza militare, nell'ultima fase della guerra) quanto piuttosto una resa. La resa di uno degli eserciti più forti del mondo - e con esso dell'ex impero britannico - a una sua colonia. Questo non poteva essere, e non è stato. In questo modo sono stati causati, dal 1969 al 2001, cioè nella sola ultima fase dei cosiddetti «troubles», ben 3523 morti. Cittadini comuni, cattolici, protestanti, repubblicani, nazionalisti, unionisti, orangisti, lealisti, paramilitari, soldati, agenti segreti.

    La politica, come la guerra, nel nord Irlanda ha un suo particolare vocabolario. Ci sono a Belfast, come a Derry e come in ogni città nordirlandese, strade «cattoliche» e strade «protestanti», marciapiedi «repubblicani » e marciapiedi «lealisti ». Quartieri nazionalisti e quartieri orangisti. Tutti perfettamente identificabili dai colori (arancione e verde quelli nazionalisti, rossi e blu quelli orangisti), o dai murales che coprono le pareti delle case, identificando anche quelle come repubblicane o unioniste. Long Kesh era il carcere politico per eccellenza. Qui, nelle «cages», nelle gabbie, venivano rinchiusi i prigionieri politici irlandesi. Cattolici e protestanti, militanti dell'Ira e appartenenti ai gruppi paramilitari lealisti. Anche i bracci di Long Kesh erano rigidamente divisi per religione. Del resto la Gran Bretagna aveva usato la religione come strumento per applicare l'antico motto, divide et impera. La religione (i lealisti protestanti come i re d'Inghilterra, i repubblicani cattolici come la Repubblica) usata in realtà per elargire favori e benefici, o comprarsi lealtà.

    A Long Kesh finì anche Bobby Sands, che il primo marzo del 1981 cominciò uno sciopero della fame che l'avrebbe portato alla morte 66 giorni più tardi, il 5 maggio. Non era la prima volta che i militanti dell'Ira detenuti utilizzavano lo sciopero della fame per rivendicare soprattutto un diritto, quello di essere riconosciuti come prigionieri politici. Rifiutavano la criminalizzazione che il governo inglese invece adoperava per liquidare l'organizzazione marxista come terrorista. Del resto il digiuno era considerato, anche nella tradizione, come il peggior insulto da riservare a chi ti aveva offeso. Non c'era cosa più umiliante, nell'Irlanda medievale, che ritrovarsi la persona vittima di un'offesa seduta sulla soglia di casa a digiunare. Lo sciopero della fame nelle carceri aveva già fatto molte vittime. Erano morti Denis Barry, Andy O'Sullivan, Terence Mac Swiney, Michael Gaughan, fino all'ultimo, Frank Stagg, nel 1976. E al precedente sciopero, quello del 1980, avevano partecipato anche le donne detenute, Mairead Farrell e le compagne di Maghaberry, l'equivalente (anche simbolicamente) del carcere di Long Kesh. Il primo marzo 1981 Bobby Sands entra dunque in sciopero della fame. L'Ira rende note le sue richieste, «five demands», le cinque domande. Il diritto di non indossare l'uniforme carceraria, il diritto di non svolgere i lavori del carcere, il diritto di associarsi con altri detenuti, il diritto di organizzare corsi e attività culturali e ricreative, il diritto di ricevere una visita, una lettera ed un pacco alla settimana. Bobby Sands aveva 27 anni quando cominciò la protesta che lo avrebbe portato alla morte. Era nato e cresciuto a Belfast, nel quartiere «protestante » di Rathcoole. Alla fine degli anni '60 la sua famiglia, come centinaia di altre famiglie «cattoliche», venne costretta a fuggire da Rathcoole. I protestanti davano alle fiamme le case cattoliche. Erano i pogrom di Belfast. Ironicamente, quando il 14 agosto 1969 il governo del laburista Callaghan inviò le truppe nelle sei contee, in mente aveva la difesa della popolazione cattolica, duramente perseguitata dagli unionisti cui Londra aveva dato fiducia lasciando loro il controllo del parlamento. La famiglia Sands si trasferisce quindi nel cattolico quartiere di Twinbrook. A diciotto anni Bobby entra nell'Ira e in clandestinità. Viene arrestato una prima volta nel 1972 e rilasciato nel 1976. Finisce nuovamente in carcere sei mesi dopo il suo rilascio. A Long Kesh viene nominato oc, officer commanding, il responsabile della cellula Ira in carcere.

    Il volto di Sands, il bel viso incorniciato dai lunghi capelli scuri, è diventata una sorta di icona in Irlanda e non solo. Bobby è un poeta: in carcere scrive poesie, canzoni e un diario, che copre il periodo del suo digiuno. Pochi giorni dopo Bobby Sands, cominciano lo sciopero anche Francis Hughes e Patsy O'Hara, militante dell'Inla (fondata da militanti del Sinn Fein e dell'Ira Official nel 1974). Sono decine gli uomini che si uniscono alla protesta. Le donne a questo sciopero non partecipano: così hanno deciso l'Ira e il Sinn Fein, che da fuori coordina le iniziative di sostegno (anche a livello internazionale) ai detenuti di Long Kesh.

    Quando il premier Margaret Thatcher capisce che i militanti dell'Ira sono determinati ad andare fino in fondo, decreta: «di fronte al fallimento della loro causa, gli uomini della violenza hanno deciso di giocare quella che potrebbe rivelarsi la loro ultima carta... hanno deciso di rivolgere la violenza contro se stessi attraverso uno sciopero della fame fino alla morte». Bobby Sands morirà, in effetti, pochi giorni dopo essere stato eletto parlamentare nelle elezioni del 23 aprile. Il nord Irlanda è paralizzato da quella morte, ma subito si riversa per le strade. In centomila parteciperanno al funerale di Sands, ragazzo dal volto gentile, eroe moderno la cui memoria 25 anni dopo rimane intatta. E non solo in Irlanda. Quei corpi ridotti a un mucchietto di ossa sono immagini indelebili nella memoria di ciascun irlandese. Dopo Bobby Sands moriranno Francis Hughes, Patsy O'Hara (Inla), Raymond McCreesh, Joe mcDonnell, Martin Hurson, Kevin Lynch (Inla), Kieran Doherty, Thomas McElwee, Michael Devine (Inla). I loro volti possono vedersi a Belfast, a Derry e in molte altre città del nord, dipinti sui muri, scolpiti nei monumenti alla memoria. Di fronte all'intransigenza inglese il Sinn Fein decide di far cessare la protesta. Vengono salvati, in extremis e contro la loro volontà, Lawrence McKeown e Pat McGeown.

    Quest'ultimo morirà nel 1994 per le conseguenze di quello sciopero, il suo corpo e i suoi organi vitali minati irreparabilmente da quella lotta. Lawrence McKeown invece continua a lavorare con un'associazione di ex prigionieri. Il suo fisico è un costante rimando a quella protesta, a quei mesi: ha quasi perso la vista e il suo fegato ha qualche problema.Mc- Keown scrive libri, sceneggiature, lavori teatrali che hanno come tema centrale la lotta in carcere, gli scioperi della fame. Non è un'ossessione ma la necessità, quasi il dovere, di mantenere viva una memoria, una storia che è stata determinante anche nello sviluppo della vicenda irlandese. Dopo la fine degli scioperi della fame, James Prior, il nuovo segretario di stato per il nord Irlanda, disse che avrebbe concesso la gran parte delle richieste dei prigionieri. E così fece, ad ottobre. Bobby Sands concludeva il suo diario, tenuto per i primi diciassette giorni di sciopero della fame, con queste parole: «Se non sono in grado di uccidere il tuo desiderio di libertà, non potranno spezzarti. Non mi spezzeranno perché il desiderio di libertà, e della libertà della popolazione irlandese, è nel mio cuore. Verrà il giorno in cui tutta la gente d'Irlanda potrà mostrare il suo desiderio di libertà. Sarà allora che vedremo sorgere la luna».

    Orsola Casagrande
    Fonte: wwww.ilmanifesto.it


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