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  • 22/08/2008 L’Autunno freddo (Alfredo Recanatesi - da L'Unità del 22.08.08, http://altrenotizie.org)

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    L’imminenza dell’autunno con il suo carico di problemi economici e sociali ripropone il vecchio errore di prospettiva che affligge la quasi totalità della classe dirigente italiana, quello di impegnarsi sulle tante emergenze che di tempo in tempo si propongono perdendo di vista le questioni di fondo e le azioni di più ampio respiro con le quali dovrebbero essere affrontate. Che in questo errore cadano le forze politiche si potrebbe anche capire dal momento che il dominio delle logiche mediatiche impone loro una quasi quotidiana verifica del consenso popolare. Si capisce meno che vi cada anche chi con simili verifiche non debba fare i conti e che dunque potrebbe permettersi di alzare lo sguardo sulla foresta dei fenomeni che determinano l’evoluzione della struttura produttiva, della distribuzione del reddito, della stessa intelaiatura sociale della nostra collettività nazionale, anziché sui singoli alberi dei problemi, delle lacune, degli squilibri che la compongono.

    C’è, pressante e drammatica, una questione definita salariale, ma molto più ampia di quanto questo termine possa individuare anche nella sua più generica accezione. È la prima e più incalzante delle emergenze, che certo reclama interventi immediati, ma senza perdere di vista la genesi che l’ha determinata e, dunque, l’esigenza di affrontarne le cause oltre che gli effetti. Le cause sono da individuare nel divario tra l’incapacità del sistema produttivo nazionale di produrre un maggiore volume di ricchezza e l’aumento dei prezzi internazionali dell’energia, di molte materie prime, delle derrate alimentari.

    È un divario, questo, tra un fatto strutturale nazionale - l’assenza di sviluppo economico - ed un fatto anch’esso strutturale, ma geopolitico - il rincaro dei prezzi internazionali -. Di fronte ad un tema di tale epocale portata il vuoto di idee è desolante. Le proposte in circolazione ipotizzano, al più, delle una tantum che, quand’anche possano produrre un qualche sollievo nell’immediato, non risolvono (e talvolta addirittura aggravano) il problema quale si pone in una prospettiva di più lungo periodo. Il caso più emblematico è la detassazione dei salari. Ipotizziamo pure una enormità, ossia che la fiscalità venga ridotta di 50 euro al mese su ogni busta paga. Tenuto conto della dinamica dei prezzi, significa solo compensare uno o due gradini di una scalinata già lunga e destinata, al dilà di qualche contingente assestamento, a salire ancora chissà per quanto.

    Comunque meglio di niente, si dirà. Non è detto. Data la struttura del bilancio statale, dati i vincoli imposti dal rispetto degli equilibri di finanza pubblica, e data una politica fiscale che esclude aggravi e sta allentando anche la lotta all’evasione, il finanziamento di una tale detassazione non potrebbe che avvenire o a spese dei già scarsi investimenti, e dunque a detrimento della crescita futura, o col taglio di prestazioni sociali, del quale soffrirebbero in primis proprio gli eventuali beneficiari di quei 50 euro in più. Da aggiungere che queste non sono opinioni, ma semplici deduzioni da esperienze già vissute anche molto recentemente.

    Considerazioni analoghe valgono per quanti credono di poter risolvere il problema del potere d’acquisto dei consumatori razionalizzando le catene distributive dei carburanti come degli ortaggi. Ci sono inefficienze e rendite da eliminare, certo; ma anche in questo caso si possono eliminare uno o due gradini di quella scala di rincari che ha determinato e continuerà a determinare l’impoverimento dell’Italia e continuerà a concentrarlo sulle categorie sociali già più disagiate.

    Un conto sono gli interventi di solidarietà o di razionalizzazione; altro conto è la politica economica. Nell’immediato gli uni possono contenere (e sarebbe già tanto) l’emergenza, ma senza alleviare di tanto il ruolo che deve svolgere l’altra affinchè i loro effetti non svaniscano in pochi mesi come è avvenuto finora. Se la politica economica non affronta il problema della crescita, ossia di una produzione di ricchezza incapace di tener dietro e di compensare le conseguenze dei processi geoeconomici che ci sottraggono e continueranno a sottrarci potere d’acquisto, ogni intervento di solidarietà o di redistribuzione è destinato ad essere rapidamente travolto. La politica non ha il coraggio di fare puntate alte imboccando una via del genere perché la porterebbe in rotta di collisione con il sistema produttivo esistente, con la sua frammentazione, con le sue strutture proprietarie familiari, con la sua inattitudine a investire guardando lontano, con le sue strutture finanziarie insufficienti per sostenere programmi di investimento consistenti e con ritorni che non possono essere immediati.

    Questo dovrebbe essere il primario tema di un autunno dominato da una stagnazione dell’economia europea che l’Italia deve affrontare già prostrata da una stagnazione ormai decennale aggravata da una sperequazione distributiva che ormai costituisce un ennesimo primato negativo almeno nell’Europa più evoluta. E invece, anziché pensare di aumentare i salari con produzioni più qualificate e remunerative, così incrementando il ruolo ed il valore del lavoro, si studia di aumentarli a carico del bilancio dello Stato, ossia - in un modo o nell’altro - della collettività nazionale. Così è difficile che si possa andare lontano.

    Alfredo Recanatesi - da L'Unità del 22.08.08

    http://www.unita.it



    http://altrenotizie.org
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