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24/03/2007 Contro l'odio, la forza dell'educazione (Redazione, http://www.korazym.org)

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Sulla TV di Hamas va in onda l'intervista a due bambini, figli di una donna kamikaze. La logica della propaganda non si ferma davanti a nulla. E il conflitto israelo palestinese va ben oltre una semplice questione di confini...

Nel conflitto mediorientale, c’è un’immagine sconvolgente che dice più di molte parole. È il video trasmesso dalla TV di Hamas, Al Aqsa, che ha deciso di intervistare i figli di una donna kamikaze, Rim Al Riyashi, fattai saltare in aria all’età di 23 anni, il 14 gennaio del 2005. Gli ospiti del siparietto televisivo non sono adolescenti o giovani, ma bambini di pochi anni caduti nella trappola della propaganda fondamentalista. “Vuoi bene alla tua mamma, vero? Dov'è andata?”, chiede l’intervistatore. “In Paradiso”, risponde il bimbo. E ancora: “Che cosa ha fatto, mamma?” “E' diventata martire”. “Ha ucciso ebrei, è vero? Quanti ne ha uccisi, Muhammad?'' “Tanti così”, e apre il palmo della mano. “Quanti sono così?” “Cinque”. La presunta lotta per la liberazione di un popolo e le rivendicazioni a vivere in uno stato sovrano passano anche da queste bestialità. Le avevamo già viste nel 2004, quando Hissan, un adolescente di appena 14 anni tentò di farsi esplodere a Nablus, quando furono ritrovate foto di piccoli di 2-3 anni vestiti come martiri, con tanto di cintura esplosiva o quando la “Palestinian Broadcasting Tv” pubblicizzava giocattoli o dolciumi con bambini dai 9 agli 11 anni che incitavano i loro coetanei a diventare i futuri martiri.

Per fortuna, non è questo il popolo palestinese, ma è impossibile fare finta di niente, perché la macchina dell’odio è subdola. Spiega a ragione, il portavoce della comunità ebraica di Roma, Riccardo Pacifici: ”Quello che non smette di sorprenderci è l'apparato educativo delle scuole palestinesi, fondato anche su libri di testo, finanziati con soldi Ue, con tesi di negazione della Shoah, dell'esistenza dei vicini israeliani e del loro Stato. Ma soprattutto che esaltano l'idea del martirio e coltivano i nuovi martiri. Un'operazione ferocemente aumentata negli ultimi mesi dopo la vittoria di Hamas alle elezioni palestinesi”. Un meccanismo perverso da fermare “non tanto per la sicurezza di Israele, ma soprattutto per ridare ai bambini palestinesi un'infanzia serena e una prospettiva di crescita diversa alla quale sono abituati”.

Intendiamoci, con uno stato permanente di guerra, violazioni e divisioni (muri compresi) è difficile dare prospettive nuove, ma di fronte ai “figli d’arte” del martirio emerge con forza la posta in gioco più importante dei contesti di crisi. Perché se una guerra si vince o si perde con la forza delle armi e – nei casi migliori – della politica, la stabilità si fonda su ben altre basi: su parole come educazione, rispetto di sé e degli altri, amore per la vita, voglia di ricominciare. È lo slancio di chi ha il coraggio di ricostruire relazioni e occasioni di dialogo, investendo nella conoscenza reciproca, nella legalità, nella speranza di farcela. Si tratta di una base programmatica che non può essere lasciata all’improvvisazione e che richiede da parte della comunità internazionale un’assunzione di responsabilità ideale e politica. Perché portare sviluppo e investire in educazione sono missioni concrete, progetti da elaborare intorno ad un tavolo, sogni che si avverano se si è capaci di andare oltre interessi e calcoli. Troppo facile pensare che il destino della Terra Santa sia ormai (o solo) una questione di Road map e riconoscimento di confini. Al centro, c’è un grido di riconciliazione che deve essere raccolto e bambini che hanno diritto a coltivare la purezza della loro età.

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