10/07/2006 Freno e Acceleratore senza Marce (Tito Boeri, Pietro Garibaldi)

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  • Un Dpef bello e impossibile

    Il Governo ha presentato un Documento di programmazione economica e finanziaria bello e impossibile.
    Bello perché chiaro e misurato nei toni, ben argomentato e documentato, con molte tesi largamente condivisibili, formulate nelle sue 180 pagine di grafici e tabelle, che toccano anche temi inusuali per un Dpef come la distribuzione del reddito e la povertà. Impossibile perché molto ambizioso nei saldi, ma troppo parco di particolari per impegnare la coalizione di Governo su interventi che consentano il raggiungimento di questi obiettivi. Prevede nel 2007 ben 35 miliardi di aggiustamento: 20 per riportare i conti sotto i parametri europei e 15 miliardi per lo sviluppo. Vero che, secondo la legge, i saldi iscritti nel Dpef vincolano la Finanziaria. Ma basta comparare obiettivi di indebitamento del Dpef e risultati negli ultimi anni per accorgersi che si tratta di un vincolo virtuale.

    Un’inversione di tendenza

    A legislazione vigente il disavanzo del 2006 è pari al 4,0 per cento, al di sotto della forchetta 4,1-4,6 stimata dalla due diligence e conclusa da poche settimane Il miglioramento non può essere attribuito solo alla manovrina del 30 giugno scorso che ha portato quest’anno solo lo 0,1 per cento. Il fatto è che le entrate sono andate meglio del previsto anche per effetto di una tantum (rivalutazione degli immobili) i cui effetti erano stati sottostimati dalla due diligence. In ogni caso, bisogna riconoscere che il buco di bilancio nel passaggio di legislatura questa volta è stato contenuto: circa 5 miliardi in più rispetto alla Trimestrale di Cassa presentata dal Governo precedente. Nel 2001 erano stati 15. È una buona notizia per il contesto istituzionale del paese e per il ruolo giocato questa volta dall’informazione economica nel segnalare il difficile stato dei nostri conti pubblici.
    Ciò non toglie che la situazione dei nostri conti pubblici sia grave. La misura più accurata per giudicare il loro stato è data dal livello dall’avanzo primario al netto del ciclo e delle misure una tantum. È la misura che viene utilizzata in sede europea per negoziare le manovre di rientro. Il Dpef ha il pregio di concentrarsi su questo dato lasciando poco spazio, non solo a parole, per interventi one-off. Come indica la figura qui sotto, tratta dal Dpef, il livello più elevato di risanamento finanziario si è raggiunto nel 1997, quando l’avanzo primario corretto superò il 6 per cento. Da allora abbiamo iniziato un’involuzione pericolosa, e abbiamo toccato il fondo nel 2003, quando l’avanzo primario si è pressoché azzerato, riportandoci alla situazione drammatica del 1992. Oggi siamo allo 0,8 per cento, non molto lontani da allora. Il deterioramento strutturale dei nostri conti pubblici dal 1997 in poi è in effetti impressionante. Mentre l’obiettivo del Governo di portare questo avanzo corretto al 2,6 nel 2007 e al 5,2 a fine legislatura implica una inversione a U. Saremo capaci di farla?

    Le dimensioni dell’aggiustamento nel 2007

    Il Governo intende onorare gli impegni europei presi dal Governo Berlusconi nel giugno 2005. Bene non rinegoziare il percorso di rientro perche’ a inizio legislatura si hanno piu’ armi per vincolare la coalizione a tagliare le spese sotto lo spauracchio del ritorno al voto.
    La correzione prevista per il 2007, rispetto al disavanzo tendenziale, è pari a 1,3 per cento del Pil, vale a dire circa 20 miliardi di euro. Vi è però un forte rischio che la correzione necessaria sia ancora maggiore. Per rendersene conto basta leggere la stima della spesa tendenziale a legislazione vigente: il Governo prevede una riduzione delle retribuzioni in valore assoluto e una crescita dei consumi intermedi di poco più dell’1 per cento. Sono ipotesi troppo ottimistiche. Anche se la stima della crescita delle retribuzioni è concettualmente corretta, in quanto applica il blocco del turnover delle passate Finanziarie e l’indennità per vacatio contrattuale, è evidente che i dipendenti pubblici richiederanno ed esigeranno un rinnovo contrattuale adeguato. Si noti che i sindacati hanno imposto di alzare il tasso di inflazione programmata al 2 per cento, dall’1,8-1,9 originalmente previsto. In Finanziaria sarà quindi necessario trovare altre risorse, che si aggiungeranno ai 20 miliardi da individuare. E poi la crescita dei beni intermedi è stata sempre e costantemente sottostimata negli ultimi anni. Ciò significa che la spesa tendenziale e le risorse necessarie sono sottostimate.

    Il poco detto

    Pochi i dettagli su come si raggiungeranno questi obiettivi molto ambiziosi. Nulla o quasi sulle entrate. Qualcosina sulla spesa. Nel Patto di stabilità interno si tornerà a dare importanza ai saldi, rispetto alla spesa storica in quanto tale, ma anche questa politica non ha dato grande prova di sé nel contenere gli sforamenti di Regioni e comuni. Sulla sanità si accenna a un ritorno ai ticket. Sulle pensioni, al perseguimento di equità attuariale. Questo significa, letteralmente, abbandonare la strada dei regimi ad hoc introdotti dalla riforma Maroni-Tremonti e introdurre riduzioni attuariali degli importi delle pensioni per chi dovesse andare in pensione prima dei 65 anni. Porterebbe a risparmi superiori allo "scalone". Avrà il Governo il coraggio di imboccare questa strada?

    Le politiche per la crescita

    Oltre ai 20 miliardi e più per correggere la finanza pubblica, il Governo intende reperire altri 15 miliardi per le politiche di sviluppo. Si tratta principalmente delle misure necessarie a finanziare il taglio del cuneo fiscale e contributivo. In questa direzione, il Governo si impegna a ridurre il cuneo fiscale limitatamente ai contratti a tempo indeterminato e non intende toccare i contributi previdenziali. Se, come è auspicabile, non si pensa di fiscalizzare i contributi per trattamenti di disoccupazione e malattia (che sono di tipo assicurativo, quindi non sarebbe economicamente fondato farli pagare a tutti), rimane poco più dell’1 per cento da tagliare. Ciò significa che probabilmente il Governo intende percorrere la strada di una riforma dell’Irap, che riduca fortemente il prelievo sul costo del lavoro. Relativamente ai contributi sui contratti atipici, il Governo annuncia l’intenzione di aumentare il peso contributivo dei lavoratori a progetto non professionistici. Si tratta, in tutti questi casi, di scelte largamente condivisibili.

    Manca la svalutazione

    Se nei conti pubblici siamo tornati al 1992, nella competitività siamo ai livelli del 1994. Il Dpef intende anche oggi coniugare risanamento e crescita. Lo aveva fatto, a parole, anche il Governo Berlusconi. Tecnicamente, si tratta di un tentativo di utilizzare simultaneamente il freno e l’acceleratore. Non è un compito facile. Il rischio è che le due misure, dal punto di vista della finanza pubblica, si annullino, e che si rimanga fermi e coi conti pubblici dissestati, come puntualmente avvenuto negli ultimi due anni della scorsa legislatura.
    Nell’unica esperienza di successo che possiamo vantare nell’uso di freno e acceleratore, quella di metà anni Novanta, le politiche di sviluppo erano attuate attraverso la svalutazione del tasso di cambio e la politica dei redditi. Oggi, la svalutazione è tecnicamente impossibile e non c’è ancora un accordo tra le parti su come riformare i regimi di contrattazione dopo l’ingresso nell’euro. Il taglio del cuneo fiscale può essere il sostituto di una svalutazione, ma, a differenza di questa, peggiora i conti pubblici. Come una svalutazione competitiva, rinvia soltanto i problemi di fondo. Per farcela non bisognerà cedere sulle liberalizzazioni, ma ampliarne il raggio intaccando le rendite dei monopolisti dell’energia, vera palla al piede della nostra economia. Utile anche riformare la contrattazione per quanto spetta al Governo: nel pubblico impiego, con salari differenziati per aree e legati alla produttività


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