11/05/2006 Avvisi ai Naviganti* Dibattito sullo Stato dei Conti Pubblici (Pierluigi Morelli, Lisa Rodano, www.lavoce.info)

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  • L’attuale dibattito sullo stato dei conti pubblici si concentra per lo più sull’analisi di breve periodo e solo in qualche caso si spinge a indicare possibili strategie per la nuova legislatura.

    Uno scenario ventennale

    In questo breve intervento intendiamo fornire uno scenario previsivo più che ventennale dello stato delle nostre finanze pubbliche con l’intento di individuare i vincoli che la politica si troverà ad affrontare nei prossimi anni, e di fornire indicazioni, sotto forma di avvisi, a coloro che si apprestano ad affrontare il mare aperto delle scelte di policy del prossimo futuro.
    A tal fine utilizzeremo il modello del Cer di lungo periodo: contempla la completa specificazione sia delle voci di domanda che quelle di offerta, dalla cui interazione scaturiscono endogenamente i prezzi dei beni e i costi dei fattori produttivi. Senza entrare nel dettaglio dei meccanismi di funzionamento del modello, sottolineiamo solamente che uno dei pregi che lo caratterizzano è il suo fondamento demografico: la stima delle grandezze macroeconomiche e di finanza pubblica è coerente con le previsioni della popolazione italiana dell’Istat. La nostra simulazione perciò incorpora esplicitamente il calcolo degli effetti reali e dei costi economici dell’invecchiamento della popolazione.
    Iniziamo valutando (si veda il grafico) l’evoluzione dei due indicatori principe della finanza pubblica: il disavanzo e il debito. Dall’osservazione di queste voci emerge il primo, e forse meno inatteso, avviso: il deterioramento dei saldi di finanza pubblica è strutturale. Secondo la nostra previsione, a legislazione vigente (si veda la tavola), l’indebitamento in percentuale del Pil rimarrebbe intorno al 4,7 per cento fino al 2010, nel secondo ventennio migliorerebbe fino al 4 per cento per poi tornare a peggiorare, raggiungendo il 5 per cento del Pil nel 2030. Tali livelli non consentono ovviamente una riduzione e nemmeno una stabilizzazione del rapporto debito/Pil che nello stesso periodo si porterebbe dall’attuale 108 per cento al 125 per cento.
    La contabilità del debito consente di scomporre il dato e di verificare che il suo andamento non è imputabile alla bassa crescita, la cui stima, date le condizioni demografiche sottostanti, è sin troppo ottimistica; nemmeno è imputabile a un eccessivo onere per il servizio del debito che, sia nella sua rappresentazione media che in quella marginale, resterebbe stabile e contenuto in tutto il periodo di simulazione. La crescita del debito è dunque imputabile all’avanzo primario, e proprio dall’analisi di questo saldo si delineano gli spunti per due avvisi.

    Via fiscale preclusa

    Innanzitutto, emerge che lo spazio per manovre di risanamento via entrate è ridotto. Questa valutazione non riflette una adesione ai precetti teorici di main stream. Deriva piuttosto dalla considerazione che il grado di progressività del nostro sistema impositivo determina automaticamente un incremento tendenziale delle entrate totali in rapporto al Pil, che, con qualche approssimazione, viene indicato nella tavola come "pressione fiscale". Quest’ultima dal 44 per cento previsto per il 2006 crescerebbe ininterrottamente nel periodo di previsione fino al 46,2 per cento, collocandosi quindi su livelli che rendono difficile trovare il consenso necessario a ulteriori aumenti. Questo ci permette di formulare il secondo avviso: la via fiscale al risanamento risulterà sostanzialmente impraticabile, potendo essere utilizzata più per operazioni di rimodulazione e di redistribuzione del carico fiscale che di incremento dello stesso.
    Se la via fiscale è sbarrata, le risorse necessarie per riportare sotto controllo i conti pubblici dovranno perciò essere rintracciate dal lato delle uscite della Pa. Proprio a questo riguardo elaboriamo il terzo avviso.
    Secondo la nostra simulazione, le spese della pubblica amministrazione al netto degli interessi si manterrebbero sostanzialmente stabili intorno al 44 per cento del Pil per i prossimi quindici anni. Successivamente, il loro livello aumenterebbe al 45,5 per cento del Pil entro il 2030. Una semplice scomposizione delle spese complessive (al netto degli interessi) fra quelle a "elevata sensibilità" demografica (pensioni e sanità) (1) e altre spese mette in luce alcune tendenze rilevanti:
    - la spesa per pensioni e sanità mostra un andamento continuamente crescente che le porterebbe al 24,2 per cento del Pil nel 2030 – 2,5 punti percentuali in più rispetto al livello attuale;
    - le altre spese resterebbero stabili intorno al 21-22 per cento del Pil per i primi anni del periodo di simulazione; in seguito si avvierebbero a una naturale discesa, che ne ridurrebbe la quota a fine periodo di circa un punto percentuale di Pil.
    Appare chiaro perciò che la dinamica ascendente delle spese è guidata dal fattore demografico, mentre già di per sé le altre uscite mostrano una tendenza al declino.
    A questo punto le conclusioni potrebbero apparire banali. Ci preme, tuttavia, sottolineare che date le dinamiche appena descritte sia che si decida di intervenire sulle spese a trazione demografica sia che si decida di intervenire sulle altre, tale contenimento non potrà essere perseguito in termini di manovra di puro "taglio". Emerge, infatti, la necessità di pensare a riforme di ampio respiro, che coinvolgano il ruolo e il funzionamento dello Stato, e che seguano un progetto chiaro fin da subito. Ci sembra cioè che sia giunto il tempo delle scelte forti, che siano sì condivise, ma anche coraggiose e incisive. È evidente che una corretta implementazione di queste riforme richiederebbe un margine adeguato di tempo. Ma è proprio il tempo la risorsa che più di ogni altra è stata intaccata dal fallimento della gestione economica della legislatura appena conclusa.

    (1) La previsione delle voci di spesa per le pensioni e la sanità è coerente con le previsioni espresse dalla Ragioneria generale dello Stato.



    *Centro Europe Ricerche


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