16/06/2006 Dopo il Voto (Tito Boeri, www.lavoce.info)

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  • La beffa della legge elettorale

    Sta diventando una regolarità statistica. Chi cambia la legge elettorale a pochi mesi dal voto perde le elezioni. Era già successo in Francia (1985), Giappone (1994), Italia (1994) e Nuova Zelanda (1993). Il paradosso è che in questo caso, applicando le vecchie regole al voto del 9-10 aprile, la Casa delle libertà avrebbe vinto sia alla Camera che al Senato. Molte, inoltre, le vittime tra i senatori che a novembre avevano votato a favore della nuova legge elettorale . Lo avevamo previsto, ma non ci hanno ascoltati.

    Le emergenze dell’economia

    Una delle prime cose che la nuova e risicata maggioranza dovrà cercare di fare sarà proprio cambiare la legge elettorale, ripristinando il sistema maggioritario, magari corretto a due turni. Serve per imporre maggiore disciplina ai lavori del Parlamento che forse mai come in questa legislatura sarà chiamato a decidere non sulla base di scelte di schieramento, ma “issue by issue”, confrontandosi sui problemi concreti. Come documentato su questo sito, il sistema maggioritario è in grado di selezionare meglio la classe politica rispetto al sistema proporzionale, con deputati e senatori più competenti e vicini ai loro elettori. Molte ricerche hanno inoltre mostrato che i sistemi maggioritari generano, a parità di altre condizioni, meno corruzione dei sistemi proporzionali e riescono a contenere la spesa pubblica. Il ripristino del maggioritario servirà, perciò, anche a rassicurare gli investitori sulla capacità del nostro paese di risanare i conti pubblici.

    Un aggiustamento per due punti di Pil

    È questa la priorità numero uno dell’azione di Governo. Un ulteriore downgrading ci avvicinerebbe al rating sotto il quale i titoli di Stato non possono più essere utilizzati come collaterale nelle transazioni fra istituti di credito e banche centrali. Questo comporterebbe un forte incremento degli oneri sul debito pubblico, in un contesto in cui i tassi di interesse sono destinati comunque ad aumentare.

    Di quale entità è la manovra che dovremo fare per rassicurare i mercati? Come ha dovuto riconoscere una Trimestrale di cassa particolarmente elettorale (mai stata così reticente!), viaggiamo verso un disavanzo del 4,5 per cento nel 2006, con la prospettiva che, per il secondo anno consecutivo, il rapporto tra debito pubblico e Pil aumenti (dovrebbe presumibilmente tendere al 108 per cento). Questo significa che, a bocce ferme, dobbiamo prepararci a un aggiustamento pari a circa due punti di Pil nei prossimi due anni.

    Ogni altra operazione di spesa o di taglio di tasse dovrà trovare una copertura strutturale in aggiunta a questa cifra. Difficile farlo con una maggioranza così risicata al Senato. Ma il centrosinistra ha due vantaggi rispetto al centrodestra nel condurre questo aggiustamento: i) le promesse elettorali dell’Unione sono state più contenute di quelle della Casa delle libertà e ii) l’Unione non ha escluso a priori aumenti di tasse, cosa che invece ha fatto il centrodestra.

    La Casa delle libertà ha fatto proprio delle tasse il motivo dominante della sua chiamata a raccolta di indecisi e potenziali astenuti nelle ultime settimane.

    Le riforme per la crescita

    La strada maestra per migliorare i conti pubblici è comunque quella di rilanciare la crescita, agganciando la ripresa della domanda mondiale Bene, in questo quadro, privilegiare le riforme a costo zero o quelle che comportano oneri più contenuti per le casse dello Stato. Le liberalizzazioni dei servizi possono rafforzare la competitività delle nostre esportazioni dato che circa la metà dei costi delle imprese è rappresentato dall’acquisto di servizi oggi forniti in mercati non concorrenziali. Servirà anche invertire la tendenza alla diminuzione della produttività del lavoro. Per incoraggiare gli investimenti in capitale umano, bisognerà trasformare la flessibilità del mercato del lavoro in un percorso di acquisizione progressiva di tutele, avendo comunque fin da subito un contratto a tempo indeterminato . È questa la risposta più giusta da dare ai giovani che hanno votato centrosinistra forse perché, a differenza del centrodestra, ha posto l’accento sul problema del precariato. La vera protezione dell’impiego è data dall’investimento in capitale umano. È l’unica cosa che ci rende meno vulnerabili ai rischi del mercato. Non serve a niente abolire una legge largamente inattuata, come la legge 30. Anche la riduzione del cuneo fiscale può servire a migliorare la concorrenza delle nostre esportazioni. Lo sarà di più (e costerà di meno) se cominceremo dai salari più bassi perché è in quel segmento della forza lavoro che la riduzione del cuneo fiscale ha maggiori probabilità di tradursi in riduzioni di lungo periodo del costo del lavoro per le imprese.

    I doppi veti delle grandi coalizioni

    Può un Governo con una maggioranza così fragile al Senato attuare un’agenda di riforme così ambiziosa? Non sarebbe meglio avere una grande coalizione per fare le riforme? I due schieramenti si sono molto caratterizzati nella campagna elettorale e l’impressione è che si sia andata accentuando la polarizzazione fra le due coalizioni nel rappresentare gruppi sociali diversi. In particolare, sono i lavoratori autonomi a essersi spostati da sinistra a destra e i lavoratori dipendenti ad avere fatto il percorso inverso, rafforzando in questo la già forte concentrazione dell’elettorato di centrodestra sul lavoro autonomo (che ha visto notevolmente migliorare la propria posizione nei confronti del lavoro dipendente nell’ultima legislatura) e di quello di centrosinistra sul lavoro dipendente. I lavoratori autonomi si oppongono strenuamente a riforme che aumentino la concorrenza nei mercati dei prodotti e che liberalizzino le professioni, mentre i lavoratori dipendenti sono in maggioranza contrari a riforme delle pensioni . Mettendo insieme i due schieramenti, si rischia perciò di trovarsi di fronte a veti incrociati, il che significa paralizzare l'azione riformatrice, impedendo il rilancio dell’economia.

    Sfruttare i tempi lunghi

    A quanto pare, il nuovo Governo si insedierà con tempi lunghi. Certo, l’emergenza economica richiederebbe una rapida entrata in azione del nuovo esecutivo. Ma forse questa lunga pausa può essere utilizzata per tentare un’operazione mai attuata in Italia: definire contestualmente alla lista dei ministri un programma di Governo che approfondisca alcuni aspetti prioritari del programma elettorale e che vincoli al suo rispetto tutti i ministri (e i partiti della maggioranza). Servirà a ridurre le tensioni nell’esecutivo e a evitare personalismi eccessivi in cui si fanno “riformicchie” solo per intestarle a qualche ministro che vuole depositare il suo nome. In Germania, un programma di Governo di questo tipo è servito a cementare la Grosse Koalition. Da noi potrebbe servire a precostituire alleanze trasversali ai due schieramenti nel sostegno ad alcune riforme. Ci sono alcuni ounti in comune nei programmi dell’Unione e della Casa delle libertà: dalla riduzione del cuneo fiscale agli ammortizzatori sociali. Queste convergenze potrebbero essere messe in rilievo nell’agenda del futuro Governo


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