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  • 30/08/2008 Altri chiarimenti su Alitalia (http://www.lavoce.info)

    Ricerca personalizzata










    In primo luogo il cosiddetto salvataggio di Alitalia è in realtà la sua chiusura. Dal punto di vista "tecnico" questa è forse la cosa meno rilevante, ma dà fastidio che si metta in liquidazione un'impresa e si dica che la si è salvata. Per favore...
    In secondo luogo, i 7.000 esuberi. Cosa succede però ai dipendenti di AirOne? Sarebbero altre 2.000 persone delle quali ancora non si parla, ma se AirOne cede tutto o quasi alla nuova impresa, passeremmo a 9.000
    Terzo, azionisti e obbligazionisti di Alitalia. Il ricorso al fondo per la tutela delle vittime delle frodi finanziarie è gravissimo per quanto riguarda gli azionisti, che hanno tenuto azioni in un'impresa che negli ultimi 21 anni ha fatto perdite (dichiarate) per 20 volte. Quale frode? Hanno deciso di scommettere alla roulette, hanno perso, e non si vede perché debbano essere tutelati.
    Per i creditori è diverso, ma anche qui perché scomodare le frodi finanziarie? Ma in ogni caso (anche perché lo Stato era l'azionista di controllo) sarà lo Stato a pagare (come prevede lo stesso decreto "Marzano bis").
    Infine, il costo per la collettività. L'affermazione secondo la quale l'operazione non peserebbe sul denaro pubblico è una menzogna così palese da risultare ingenua, ma anche assai fastidiosa.
    I conti li faremo alla fine, ma già ora pare chiaro che i 300 milioni del prestito ponte non saranno mai rimborsati. Poi, i cosiddetti "ammortizzatori" per chi perderà il posto di lavoro; il decreto del Governo prevede un onere di 30 milioni annui per sette anni (ovvero, circa altri 200 milioni - ma basteranno anche per AirOne?). Il rimborso a creditori (e, forse perfino agli azionisti!?) costerà qualche altro centinaio di milioni (300? Dipende da tanti fattori). Poi ci sono 450 milioni di obbligazioni Alitalia in mano al Tesoro; poiché il rimborso dovrebbe avvenire su fondi pubblici, in ogni caso sono altri 450 milioni che se ne vanno.
    Siamo - per ora - attorno al miliardo di Euro. Il piano Air France prevedeva un pagamento allo Stato di circa 300 milioni, l'accollo dei debiti, e 1.500-2.000 esuberi (quindi ammortizzatori sociali verosimilmente ridotti del 75% rispetto a quanto vediamo ora).
    Questo è il vero rimpianto. Forse oggi non si può far molto meglio, ma quell'offerta malamente rifiutata continua a pesare

    Carlo Scarpa

    04/08/2008 Alitalia, notizie e domande di Ferragosto (http://www.lavoce.info)

    Alla vigilia della pausa ferragostana, la vicenda Alitalia è ancora lontana dall'essere risolta. Il Presidente Berlusconi parla ora dell'autunno come periodo in cui si risolverà, mentre in campagna elettorale diceva che sarebbero bastate poche settimane. Intanto la liquidità di Alitalia è scesa a 375 milioni. Quindi, escluso il "prestito ponte" di 300 milioni - che la Commissione Europea potrebbe obbligare a restituire - in cassa rimangono 75 milioni "puliti". Senza novità, il fallimento è alle porte.

    Al di là delle indiscrezioni di stampa sulle soluzioni individuate dall'advisor, tre sono le notizie sufficientemente attendibili che vale la pena menzionare: 1) la rinuncia di Roberto Colaninno a far parte della "cordata italiana" in assenza di un forte partner internazionale; 2) l'indisponibilità a contribuire al salvataggio, dichiarata da Gilberto Benetton al Sole 24 Ore, in mancanza di un piano d'impresa serio e credibile; 3) la conversazione tra Eugenio Scalfari e Corrado Passera (l'advisor nominato dal governo), in cui quest'ultimo ha chiarito l'assoluta necessità di una newco libera da tutti i debiti della vecchia Alitalia e l'obiettivo strategico di riottenere almeno il 65% del mercato interno, "prelevando" la flotta e i migliori slot di Air One, in cambio di azioni della newco.

    Le tre notizie ci dicono che, al momento, a) un vero piano industriale (alternativo a quello Prato-Air France-Klm) non c'è; b) non esiste alcun partner internazionale nel cui solido ed esteso network inserire l'indebolita Alitalia, generando sinergie positive e creando valore; c) l'unica idea "industriale" dell'avisor è puntare alla parziale rimonopolizzazione del mercato interno italiano, sulla base del non cogente argomento che "così fan tutte" (le compagnie di bandiera europee); d) che i debiti di Alitalia rimarranno sul collo dei contribuenti italiani, "perché nessun imprenditore metterebbe un centesimo nella vecchia struttura Alitalia".

    Come mai, viene da chiedersi, Air France-Klm erano disposte a farsi carico dei debiti Alitalia? Come mai l'odiato straniero avrebbe evitato l'ennesimo prelievo dalle tasche degli italiani, mentre la cordata di salvatori della patria pensa che proprio tale prelievo sia una condizione sine qua non? Interrogativi su cui meditare a Ferragosto.

    Andrea Boitani

    08/07/2008 Cinque numeri sul G-8 (http://www.lavoce.info)

    I governi dei G-8 (in ordine alfabetico: Canada, Francia, Germania, Giappone, Italia, Regno Unito, Russia, Stati Uniti) sono riuniti in Giappone a parlare, come sempre, dei destini del mondo. Per capire che tipo di decisioni possono uscire dalla loro riunione è utile tenere a mente cinque numeri che riassumono chi sono e che cosa rappresentano i G-8: - sono il 40% del PIL mondiale (misurato correggendo per le differenze nella parità dei poteri di acquisto).

    - producono il 25% del petrolio mondiale

    - consumano il 50% del petrolio mondiale

    - sono il 13% della popolazione mondiale.

    - ospitano il 5% dei malati ancora vivi di AIDS.

    Sono cioè un club di paesi ricchi con un gran bisogno di un’energia che producono in misura insufficiente alle loro necessità. Ma sono quasi irrilevanti sul totale della popolazione mondiale. Ed è quasi impossibile che, tra un meeting e l’altro, presi dalla politica di tutti i giorni, si ricordino dei malati di AIDS e delle altre epidemie cui ogni volta promettono qualche spicciolo.

    Dunque, mettiamogli pure addosso i riflettori dei media. Ma nel valutare la credibilità dei loro impegni per la fame nel mondo e le loro prediche sull’ambiente teniamo in mente i cinque numeri ricordati sopra.

    Francesco Daveri

    04/07/2008 Il costo del cumulo (http://www.lavoce.info)

    Il pacchetto delle misure previdenziali varate dal governo contiene l’abolizione del divieto di cumulo tra rendite da lavoro dipendente o autonomo e prestazione da pensione di anzianità. Si potrà quindi lavorare e nello stesso tempo godere di una pensione di anzianità.

    Da notare che il divieto era sinora totale tra pensione di anzianità e lavoro dipendente e parziale tra pensione di anzianità e lavoro autonomo. Nell’ultimo caso era cumulabile un reddito corrispondente al minimo INPS più il 70% dell’eccedenza della pensione sul minimo, con una trattenuta comunque non superiore al 30% del reddito conseguito.

    Secondo le intenzioni del Ministro Sacconi l’abolizione del cumulo mira a combattere il lavoro nero e far emergere il gettito sui redditi da lavoro ora sommerso. Ma la misura porterà anche a ridurre le entrate di coloro che al momento subiscono una trattenuta sui redditi da lavoro se pensionati. Inoltre l’abolizione del divieto di cumulo rende più appetibile l’opzione del pensionamento d’anzianità, abbassando l’età di pensionamento e facendo lievitare la spesa previdenziale.

    La Ragioneria Generale dello Stato stima un costo della totale cumulabilità pari a 390 milioni di Euro. Può essere una stima per difetto. Il provvedimento infatti si applica a tutte le pensioni di anzianità successive al 31 dicembre 2002. Secondo l’INPS lo stock di pensionati-lavoratori è di circa 2 milioni e 40mila, ma questo dato non  tiene conto di coloro che avrebbero comunque deciso di continuare a lavorare e in più potranno godere della loro pensione di anzianità.

    Se il flusso delle nuove pensioni di anzianità aumentasse del 40% (rispetto al flusso in assenza del cumulo), il costo potrebbe più che raddoppiare. E’ difficile fare delle previsioni accurate. Buona quindi l’idea della rimozione del divieto, ma andrebbe applicata in un sistema “neutrale”, quale il sistema contributivo, e non in un sistema in cui le pensioni di anzianità sono in media generose.

    Agar Brugiavini

    01/07/2008 Un bel dazio anti-inflazione? (http://www.lavoce.info)

    Il ministro dell’Agricoltura Luca Zaia, di fronte ad una platea amica a Mogliano Veneto (TV), ha lanciato la sua idea: ci vorrebbe un dazio europeo per aumentare la produzione agricola interna, difendere il mercato dei prodotti agricoli e, in tal modo, combattere l’aumento dei prezzi dei cereali. Non ci posso credere, direbbe Aldo del popolare trio Aldo, Giovanni e Giacomo. L’inflazione in giugno ha raggiunto il 3,8%, mai così alta da 12 anni. Pane e pasta hanno contribuito a questo aumento rispettivamente con un +13% e +22% annuo.

    E il ministro, non contento di ciò che passa il mercato mondiale di questi tempi, vuole anche tassare le importazioni di cereali. E’ vero che una tassa sulle importazioni, dicono i libri di economia, favorisce i produttori interni a discapito di quelli esteri. Ma lo fa a discapito del benessere complessivo dell’economia perché incoraggia produttori forse italiani ma certamente inefficienti. E lo fa togliendo i soldi dalle tasche dei consumatori.

    A giudicare dai dati sull’inflazione, gli italiani con i problemi più grossi per arrivare alla fine del mese sono i consumatori, non i produttori, tanto meno i produttori di cereali che continuano a godere dei supporti di reddito garantiti dalla Politica Agricola Comune dopo la riforma del 2003. Almeno la Robin Tax di Tremonti è una tassa sui profitti che non aumenta i costi di produzione e quindi di per sé potrebbe non essere trasferita sui prezzi finali (anche se sulla benevolenza di petrolieri e banchieri sarebbe meglio non fare conto).

    Ma un dazio sulle importazioni di grano, no: aumenterebbe di sicuro i costi e sarebbe trasferito pari pari su più alti prezzi dei cereali, del pane e della pasta. Ministro Zaia, non sarebbe meglio ripensare alla sua idea ed evitare così di far piovere sul bagnato?

    Francesco Daveri

    25/06/2008 Vendite, -2%: arriva la recessione? (http://www.lavoce.info)

    Le vendite al dettaglio nell’aprile 2008 sono scese di due punti percentuali rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. E’ la temuta recessione che si avvicina a grandi passi? Troppo presto per dirlo. Come avverte l’Istat, il dato pubblicato riguarda il valore totale delle vendite, e incorpora quindi sia l’andamento delle quantità vendute che quello dei prezzi di vendita.

    Un segno “meno” complessivo può quindi essere il risultato sia di una riduzione delle quantità vendute che di una riduzione dei prezzi. Per gli alimentari ci sono pochi dubbi: i prezzi sono saliti (circa +6% su base annua nel 2007). Il segno “meno” è quindi da attribuire ad una flessione delle quantità vendute.

    Ma il segno meno per le vendite di alimentari è piccolo: solo -0,8%. Non sono gli alimentari i principali responsabili della flessione delle vendite: la voce delle vendite diminuita in modo più marcato è quella dei beni non alimentari (-3,4%).

    E qui siamo in dubbio: le nostre spese in prodotti non alimentari possono diminuire sia perché comperiamo meno telefonini ma anche perché il prezzo dei telefonini scende nel tempo. C’è poi da considerare che, nascoste sotto ai dati aggregati, succedono tante cose. Una di queste è la continuazione del processo di ristrutturazione nel settore della distribuzione. La grande distribuzione (nelle sue varie forme: ipermercati, supermercato, hard discount, grandi magazzini) per ora tiene, facendo segnare un più zero e qualche cosa rispetto ad un anno fa.

    E’ la piccola distribuzione a far segnare valori molto negativi. Se recessione è, dunque, per ora non è la recessione di tutti ma solo di qualcuno, quelli con le spalle meno larghe. Del resto era stato così anche nella ripresina del 2006-07: pochi grandi esportatori ci avevano guadagnato e molto, mentre i tanti piccoli avevano solo visto passare la locomotiva della ripresa in televisione.

    Francesco Daveri

    20/06/2008 Perché aumenta il tasso di disoccupazione (http://www.lavoce.info)

    Dopo due anni di continua discesa, il tasso di disoccupazione nel primo trimestre dell’anno in Italia è tornato a crescere: 7,1 per cento rispetto al 6,4 per cento del primo trimestre del 2007. Non è una buona notizia, ma deve comunque essere letta con attenzione. Il tasso di disoccupazione può aumentare perché diminuiscono gli occupati o perché aumentano le persone che vogliono cercare un lavoro. In Italia negli ultimi dodici mesi sono stati creati più di trecentomila posti di lavoro grazie a un importante contributo dei lavoratori stranieri.

    Il tasso di occupazione, il rapporto tra occupati e persone tra 15 e 65 anni, è infatti aumentato ancora e si attestato al 58,3 per cento. In sostanza il tasso di disoccupazione è aumentato perché vi è stato un massiccio aumento dell’offerta di lavoro. L’aumento della disoccupazione non è ancora un fenomeno preoccupante, anche perché ad aumentare è stata soprattutto la componente femminile della forza lavoro, con una crescita quasi del 4 per cento in tutto il territorio, mezzogiorno compreso. Se il mercato del lavoro funziona, queste persone troveranno presto un lavoro e contribuiranno ad aumentare il tasso di occupazione del Paese.

    A livello legislativo, il Governo ha presentato una serie di modifiche legislative sulla regolamentazione dl lavoro. Il disegno di legge prevede la reintroduzione del lavoro a chiamata, una figura prevista dalla legge Biagi e cancellata dal Governo Prodi. Si prevede anche un’ulteriore liberalizzazione del lavoro a termine, con l’introduzione di deroghe oltre i 36 mesi introdotti nella precedente legislatura. Si tratta, tutto sommato, di modifiche marginali e che non cambieranno in modo significativo il nostro mercato del lavoro. Più importante è invece l’abolizione completa del divieto di cumulo tra pensione e lavoro. E’ una misura che certamente contribuirà a aumentare il tasso di occupazione degli individui sopra i 55 anni. Ne avevamo bisogno.

    Pietro Garibaldi

    10/06/2008 W la Germania (http://www.lavoce.info)

    Secondo l'Istat il primo trimestre 2008 è andato un po' meglio di quanto suggerito dalla stima congiunturale provvisoria diffusa qualche settimana fa.

    Il PIL dell'Italia è cresciuto dello 0.5% rispetto al quarto trimestre 2007, e non dello 0.3%. Lo stesso vale anche Per il cosiddetto andamento tendenziale dell'economia (la crescita del primo trimestre 2008 rispetto al primo trimestre 2007) che è di un decimo di punto percentuale superiore al +0.2% comunicato in precedenza. Bene. In momenti difficili in cui il pane, la carne e il latte aumentano del 6% l'anno e l'inflazione raggiunge il 3.5% è importante saper vedere il bicchiere mezzo pieno e anche gli "zero virgola qualche cosa" sono benvenuti. A patto che ci si ricordi una cosa che il ministro dell'Economia era solito ripetere quando era all'opposizione: le sorti della crescita in Italia continuano ad essere strettamente legate a ciò che succede in Germania.

    Se l'economia tedesca continuerà a crescere come nel primo trimestre 2008 (+1.5% sul quarto trimestre 2007, +2.6% su base annua rispetto al primo trimestre 2007), continueranno a crescere anche la Polonia, la Russia e gli altri paesi dell'Est. In definitiva continuerà a crescere il potere d'acquisto dei principali mercati di sbocco delle nostre esportazioni e con questo anche il nostro PIL; e la crisi dei mutui ci sembrerà più lontana. Ma se la Germania non regge, il governo dovrà agire prontamente sul fronte interno per sostenere il potere di acquisto dei redditi degli italiani.

    Francesco Daveri

    05/06/2008 Prendendo sul serio l'Albania (http://www.lavoce.info)

    Quando era stata avanzata dal Ministro dell’economia in pectore Giulio Tremonti aveva un po' il sapore della boutade neocolonialista: perché non costruiamo una centrale nucleare nella vicina Albania visto che non è possibile farlo, per varie ragioni, entro i confini nazionali?

    Presumibilmente l’idea era quella di aggirare le opposizioni di casa e l’esito del referendum del 1987, allo stesso tempo ottenendo elettricità a condizioni privilegiate e vantaggiose. Poi vennero l’assenso di Pierferdinando Casini, Antonio Marzano ed Enrico Letta, le ragionate perplessità di Chicco Testa, e da ultimo lo scetticismo dell’ex-commissario europeo Mario Monti che si sentirebbe “più tranquillo ad avere il nucleare attivo in Francia piuttosto che in altri paesi”.

    Senza dubbio si riferiva all’Albania, ma forse aveva doti di preveggenza pensando anche ai confini con il nostro Friuli-Venezia Giulia. Quando però il premier dell’Albania Sali Berisha ha dichiarato di non volere escludere i suoi concittadini dal grande potenziale rappresentato dall’energia nucleare e che “l’ideale sarebbe un accordo con i paesi vicini, Italia per prima. Finanzieremo con il governo di Roma un impianto da costruire in Albania” e quando Enel ha dichiarato “nel caso in cui si raggiunge un accordo tra i due governi noi valuteremo questo progetto”, allora abbiamo pensato che si faceva sul serio.

    Ed allora proviamo a fare sul serio anche noi. Perché l’Italia vorrebbe il nucleare? Possiamo fornire tre ragioni (ma l’elenco non è esaustivo): 1) contribuisce a ridurre le nostre emissioni di gas-serra e quindi ad ottemperare ai vincoli di Kyoto ed europei; 2) riduce la nostra dipendenza energetica dall’estero attraverso minori importazioni di gas usato per produrre elettricità; 3) riduce la bolletta energetica delle famiglie perché il kilowattora prodotto con il nucleare costa meno di quelli prodotti con il gas e con le fonti rinnovabili.

    Che contributo dà la “proposta albanese” a queste tre esigenze? La risposta è negativa per i primi due quesiti e forse o probabilmente positiva per il terzo. Ma non è chiaro in che misura dovrebbe essere preferibile o più economico importare elettricità dall’Albania anziché – come di fatto stiamo correntemente facendo – dalla Francia, dalla Svizzera o … dalla Slovenia.

    Marzio Galeotti

    04/06/2008 Alitalia, Toto e Catricalà (http://www.lavoce.info)

    Forse qualcuno dovrebbe ricordare ai tanti protagonisti sulla scena che nella travagliata vicenda Alitalia i destini della compagnia di bandiera non possono sottrarsi ad un severo scrutinio degli effetti sull’assetto competitivo dei mercati. A questo compito verrà chiamata l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato quando eventualmente si materializzerà il famoso compratore.

    Senza volersi sostituire alla disamina che il Presidente Catricalà dovrà effettuare, balza agli occhi la impraticabilità di una soluzione che vedesse Airone di Carlo Toto, il secondo vettore per quote di mercato sulle rotte cruciali del mercato italiano, tra cui il Roma-Milano, tra i protagonisti della vicenda.

    Non sorprende nemmeno che sia stata invocata da British Airways e da Ryanair la normativa europea sugli aiuti di stato, altro caposaldo delle politiche della concorrenza, in merito al prestito di 300 milioni che ha ridato una boccata di ossigeno ad Alitalia e ha appesantito di altrettanto le tasche dei contribuenti. Senza volersi in questo caso sostituire al Commissario alla Concorrenza Kroes, balza altrettanto agli occhi la pretestuosità con cui si vuole presentare come motivato da ragioni di mercato un prestito ponte di cui è noto il pilone di partenza, l’attuale disastrosa situazione di Alitalia, ma è nascosto nella nebbia quello di arrivo, il famoso compratore. Insomma, dovunque la si guardi la vicenda Alitalia inciampa pericolosamente nei paletti che le normative sulla concorrenza pongono.

    Questo forse ci aiuta a comprendere come tutti gli spasmi e le contorsioni che si susseguono hanno dietro interessi forti e rendite arcignamente difese, ma non tengono in minimo conto gli interessi di noi consumatori, di noi semplici passeggeri e di noi contribuenti. Non dubitiamo che le autorità preposte alla concorrenza sapranno al momento buono far sentire la propria voce.

    L’unica perplessità nasce dal fatto che il momento buono è già giunto da tempo senza che la voce dei custodi della concorrenza si facesse sinora sentire alta e netta.

    Michele Polo

    27/05/2008 Tremonti, Faissola e il mutuo creativo (http://www.lavoce.info)

    Che i politici facciano propaganda è cosa risaputa. Che la faccia il Ministro del Tesoro appena insediato dispiace. Non è il Tesoro un ministero qualunque, assieme all’Interno e al Ministero degli Affari Esteri segnano la politica di un governo. Da chi copre quegli incarichi ci si aspetta poca, molto poca propaganda. Si tratta della questione dei mutui e dell’accordo con l’ABI - un patto siglato grazie alla “fiscal suasion” di cui il Ministero dispone.

    Ma cosa offre di nuovo questo patto al cittadino? Niente. Lo chiarisce in modo nitido l’articolo di Baglioni.

    Il patto offre a una persona che paga oggi una rata "pesante" la possibilità di alleggerirla sia oggi (che i tassi di mercato sono elevati) sia domani ma di pagarla per tanti anni in più quanti sono necessari per mantenere il valore (attuale) del mutuo inalterato. E’ uno strumento utile per coloro che non riescono a pagare agevolmente la rata del mutuo, dopo l’incremento dei tassi.

    Ma c'era bisogno del Ministro per fare questo? Lo dobbiamo ringraziare? No, affatto! Lo fa già il mercato, quello tanto disprezzato dal Ministro Tremonti. Chi vuole rinegoziare un mutuo a tasso e rata variabile (quelli che oggi aggravano i bilanci di alcune delle famiglie indebitate) con uno a rata fissa (e di importo inferiore) ma scadenza variabile, lo può già fare. Basta rivolgersi al mercato. Vi sono decine di banche che lo offrono, non da oggi ma da anni. Basta collegarsi al sito www.mutuionline.it e verificare.

    Se la propria banca non lo offre si può far leva sulla Bersani e, come si fa in un mercato che funziona, cambiare offerente. Senza bisogno dell’intermediazione del Ministro. C’è però una domanda alla quale mi piacerebbe aver una risposta: perché il presidente dell’ABI Faissola non ha subito detto al Ministro che le banche già offrono la rinegoziabilità che egli chiedeva e che si vanta di avergli strappato?

    Luigi Guiso

    12/05/2008 I sacrifici delle banche (http://www.lavoce.info)

    “Quello che va bene per la Fiat va bene per l’Italia” era un adagio popolare tanti anni fa. Il Presidente dell’Abi sembra averlo riscoperto. Commentando l’intervista in cui il Ministro Tremonti annunciava (peraltro non meglio specificati) sacrifici per petrolieri e banche, Faissola ha affermato: “E’ nell’interesse del Paese che l’industria bancaria sia andata bene, se non altro perché ha pagatotante imposte.

    Una riduzione degli utili non giova neppure al bilancio dello Stato” (Repubblica, 11 maggio 2008).

    Ma perché i profitti delle banche italiane sono così elevati? L’Indagine conoscitiva preparata dall’Autorità per la Concorrenza nel 2007 scatta una fotografia impietosa del settore bancario italiano. “Dall’indagine svolta emerge che il mercato dei servizi bancari si caratterizza per l’esistenza di un deficit informativo a sfavore della clientela, di numerosi ostacoli alla mobilità di quest’ultima, di un frequente ricorso a forme leganti più servizi …

    La spesa per il conto corrente in Italia è superiore a quella di tutti gli altri paesi considerati. In particolare, la differenza di costo con gli altri paesi oscilla tra il 17% (Germania) e l’83% (Olanda)”. Solo pochi giorni fa Bankitalia è intervenuta per segnalare il mancato rispetto, in numerosi casi, delle norme sulla portabilità dei mutui, che rendono possibile la sostituzione di un istituto bancario con un altro senza costi per il debitore.

    Il vero interesse del Paese, Presidente Faissola, sta nell’avere un settore bancario competitivo, in cui sia ridotto il costo dei servizi bancari per la clientela. Ben vengano i profitti delle banche quando sono legati a guadagni di efficienza. Ma fino a che essi provengono da scarsa concorrenza e dal rifiuto di adottare misure a favore della mobilità dei clienti, ben pochi si strapperanno i capelli se alle banche verrà chiesto di fare sacrifici.

    Fausto Panunzi

    08/05/2008 Tutte le donne del presidente (http://www.lavoce.info)

    Come è la composizione del governo Berlusconi? 4 donne su 21 ministri. Le donne ministro della XVI legislatura sono meno della legislatura precedente: circa il 19% contro il 23% del governo Prodi. Sono inoltre meno presenti nei ministeri chiave: interni, esteri, economia, giustizia, difesa, e welfare (quest’ultimo era stato spacchettato da Prodi in quattro diversi ministeri tre dei quali affidati a donne) sono stati tutti assegnati a uomini.

    Il governo attuale è molto più giovane del precedente. Si era auspicato da vari parti un ringiovanimento del governo come del parlamento. Le donne ministro sono più giovani: 35 anni di media contro i 53 anni degli uomini ministro. Siamo ancora lontani dai livelli del Nord Europa ma anche di quasi tutti i paesi dell’Europa Continentale.

    Emerge una correlazione positiva tra numero di donne in parlamento e partecipazione femminile, servizi per l’infanzia, differenziali retributivi. Si tratta di una correlazione indicativa delle priorità delle politiche del governo riguardo alla parità uomo donna e al benessere economico delle loro famiglie. Da anni ormai non riusciamo a muoverci da un tasso di partecipazione femminile  del 46%, (di cui 56% al nord e 27% al sud),ben lontani dai parametri di Lisbona e superiore solo alla Grecia. Incentivare il lavoro femminile deve essere una priorità in una situazione in cui i salari italiani sono tra i più bassi d’Europa e le famiglie con figli minori hanno una soglia di povertà del 17% (28.8% al sud). Daniela Del Boca

    06/05/2008 Innovare all'Innovazione (http://www.lavoce.info)

    Le consultazioni del Presidente Napolitano iniziano oggi e sui giornali impazza il toto-ministri. Se esistono ancora margini di incertezza sull’assegnazione di alcuni ministeri, viene dato per certo il ritorno di Lucio Stanca al Ministero dell’Innovazione. Stanca, nella sua precedente esperienza come Ministro del governo Berlusconi II, si era distinto per la realizzazione del portale Italia.it, nato per promuovere via internet l'offerta turistica e il patrimonio culturale, ambientale e agroalimentare italiano.

    Come le cronache dei mesi scorsi hanno riportato, la realizzazione del portale è costata ben 45 milioni di euro.

    A fronte di tale costo esorbitante, il portale si è subito rivelato pieno di problemi tecnici e carente nella sua funzione informativa. Nel gennaio 2008 il ministro Rutelli ha deciso di chiudere il portale. (Il dibattito tra Rutelli e Stanca al Senato può essere letto in questo sito.

    Dopo una tale performance, che si può certo definire discutibile, la conferma di Lucio Stanca come ministro dell’Innovazione è quantomeno inopportuna.

    E’ ora che i ministri siano scelti non solo per la loro appartenenza politica, ma anche per i loro risultati. Innoviamo all’Innovazione: sarebbe un segnale importante verso i cittadini che percepiscono sempre più i politici come una casta che non risponde mai delle proprie azioni e dei propri errori.

    Fausto Panunzi

    30/04/2008 Ferrovie e Alitalia: un matrimonio contro natura (http://www.lavoce.info)

    L’ultima, geniale trovata: far assorbire Alitalia dalle Ferrovie dello Stato. Peccato non si possa. Questa operazione richiederebbe il vaglio dell’Autorità antitrust nazionale e della Commissione europea, le quali non potrebbero che osservare quanto segue.

    FFSS è controllata dallo Stato (è del Tesoro al 100%) e quindi il nuovo controllante di Alitalia sarebbe comunque lo Stato italiano. Questo rappresenta un problema, poiché quando nel 2001 e nel 2005 la Commissione Europea acconsentì a diversi interventi di ristrutturazione di Alitalia, pose alcune condizioni. E una di queste è che non si diano più aiuti di Stato a questa impresa. E le FFSS ricevono aiuti dal Governo; tra il 2004 e il 2006 parliamo (a parte l’Alta Velocità e a parte contributi regionali di pari entità) di oltre 1,5 miliardi di Euro l’anno: 5 volte il deficit di Alitalia…

    Crediamo davvero che la Commissione vieti aiuti di Stato ad Alitalia in via diretta, ma li accetti tramite FFSS? Alitalia può essere ricapitalizzata da investitori privati (se ci sono i coraggiosi) ma non da un pezzo del nostro settore statale, né da un’impresa che riceva aiuti di Stato. Non a caso, ogni tanto si ventila il nome di Eni come salvatore di Alitalia – cosa che sarebbe probabilmente lecita, quanto devastante per l’immagine di questa impresa.

    E’ davvero curioso come da un lato si vogliano ridurre le imposte ai cittadini ma poi si sia pronti a sperperare il loro denaro in questo modo. Capisco che possa essere frustrante per un Presidente del Consiglio scoprire di non poter fare operazioni del genere. Però, purtroppo – o per fortuna – dobbiamo agire all’interno delle regole europee. Speriamo che queste evitino al contribuente italiano il solito salasso.

    Carlo Scarpa

    22/04/2008 Alitalia: non dalle nostre tasche! (http://www.lavoce.info)

    Ci risiamo. Ancora una volta la politica si è messa nel mezzo e così è saltata la trattativa con AirFrance-Klm, come otto anni fa era saltata quella con Klm. Nel frattempo la compagnia ha perso prestigio, aerei e collegamenti internazionali, con danno rilevante per lo sviluppo del Paese. Non solo, Alitalia ha perso soldi in 14 degli ultimi 15 anni e ha succhiato (per ricapitalizzazioni) oltre 5 miliardi di euro dalle tasche dei contribuenti italiani; contribuenti che in grande maggioranza non volano.

    La spregiudicatezza elettorale del prossimo Presidente del Consiglio, la cecità dei sindacati e un malinterpretato federalismo territoriale hanno spinto anche Air France a ritirarsi. Ora, con la compagnia con l’acqua alla gola e a rischio di fallimento minuto per minuto, si propone un ulteriore sacrificio, un prestito “ponte” di 300 milioni di euro, di nuovo sulle spalle del tartassato contribuente italiano.

    Un prestito oltretutto che la Commissione Europea ha già bollato come illecito aiuto di Stato. Tanto che qualcuno propone di giustificare il prestito con “ragioni di ordine pubblico”. Ma a tutto c’è un limite, quantomeno di decenza. Naturalmente, il ricco Presidente del Consiglio “in pectore” e i suoi amici sono liberissimi di offrire contributi volontari alla compagnia di bandiera, se così desiderano. Ma il Consiglio dei Ministri ancora in carica non attinga alle nostre tasche.

    Perché - caduta la trattativa con Air France-Klm – il “ponte” non porta da nessuna parte in tempi brevi: alla fine del ponte sembra esserci solo il vuoto o qualche altro lungo “ponte”.

    Insomma, tanti altri nostri soldi buttati. Sarebbe meglio che il Governo aspettasse ancora 2 o 3 giorni e poi, se non si manifestassero prospettive serie e concrete (industriali oltre che finanziarie), lasci partire il commissariamento. Probabilmente, così si arriverà al fallimento. Sarebbe forse una lezione salutare per tutti gli sgangherati attori di questa pessima…compagnia di giro.

    Andrea Boitani e Massimo Bordignon

    19/04/2008 Cordate (http://www.lavoce.info)

    AirFrance, Aeroflot. Tutto va bene per migliorare il risultato finale della trattativa. Anche se, fuori dalle polemiche elettorali, Alitalia convolerà a giuste nozze, quasi certamente con Air France. Come ha detto Berlusconi, basta che ci sia “pari dignità – il che non significa nulla, ma aiuta perché si può sempre sostenere che finora Air France non l'avesse data, e che la sua prossima proposta (quasi identica alla prima) soddisfa invece questo requisito.

    E va bene così proprio per difendere l’interesse nazionale, per avere qualcuno che ha capacità manageriale, risorse finanziarie e network capaci di rilanciare questa impresa. Questo non basterà per garantire che la nuova Alitalia sappia dare un servizio di qualità a prezzi accettabili – per questo si dovrà far funzionare la concorrenza. E largo ai vari Meridiana, AirOne, ecc., ben vengano, e chi ha pilo (competitivo) farà più tela.

    E Malpensa? Non è mai stato un problema del nord. Andate a Bergamo o Brescia per sentire quanto tengono a Malpensa. Eppure i milanesi ricordano bene che l’unica ragione per cui tanti volano da Malpensa è che dieci anni fa un decreto del governo (centro sinistra) chiuse centinaia di voli da Linate, che il mercato voleva tenere lì e cheper decreto sono stati deportati a Malpensa.

    Il ridimensionamento di Malpensa è un problema dell’alta Lombardia e dovrà esssere risolto come tale: un problema di sviluppo territoriale.

    La lega – a suo tempo contraria all’intervento dello Stato – oggi reclama i soldi di Roma per Malpensa. Ma se diamo aiuti di Stato a una delle regioni più ricche d’Europa, quanto denaro dovremo dare alla Sicilia?

    Carlo Scarpa

    02/04/2008 Cavaliere, risponda (http://www.lavoce.info)

    Alcuni giorni fa abbiamo lanciato un appello ai partiti affinché sottoscrivano un impegno comune di lotta incondizionata alle mafie e illustrino le azioni che concretamente intraprenderebbero qualora al governo.

    La motivazione per l'appello è che assistiamo a un moto spontaneo di ribellione della società civile al ricatto e all'oppressione della malavita organizzata, di cui le scelte di Ivan Lo Bello, capo della Confindustria siciliana, sono l'emblema.

    Ma senza un supporto incondizionato dello Stato, che incoraggi e dia supporto a queste azioni, vi è il rischio che i moti spontanei vengano riassorbiti dalla paura. Ieri abbiamo ricevuto le dichiarazioni dell'onorevole Veltroni e dell'onorevole Boselli, in cui, accogliendo il nostro appello, illustrano le azioni che i loro partiti intraprenderebbe se dovessero governare.

    In particolare, le parole dell'onorevole Veltroni, al di là delle singole misure, non lasciano spazio a dubbi: "lla 'ndrangheta, la mafia e la camorra decidano quello che vogliono, ma decidano solo una cosa: di non votare per il Partito democratico, perchè devono sapere che il Pd se governerà l'Italia cercherà di distruggere quei poteri che impediscono al Sud di esprimere tutta la sua forze e la sua energia."

    Non abbiamo ancora ricevuto risposta dall'altro dei due principali candidati premier, l'onorevole Silvio Berlusconi, accreditato dai sondaggi come vincitore più probabile delle elezioni. Nella lotta alla mafia è cruciale che non vi siano dubbi e asimmetrie nella determinazione dei partiti di voler distruggere questa organizzazione.

    Il silenzio in questo caso rischierebbe di dare adito al dubbio che una parte politica sia meno risoluta. Chiediamo all'onorevole Berlusconi di dichiarare con la stessa chiarezza dell'onorevole Veltroni che la sua parte politica ripudia i voti della mafia e di qualunque altra organizzazione malavitosa.

    Luigi Guiso

    31/03/2008 Montagne russe e bocconi amari (http://www.lavoce.info)

    Nella vicenda Alitalia-Malpensa la politica nostrana sta offrendo il peggio di sé. Il boccone elettorale è evidentemente troppo ghiotto per resistere agli impulsi demagogici. Così, da una parte, si invocano fantomatiche cordate nazionali a sostegno dell’italianità, dimenticandosi che anche se si trovassero le risorse finanziarie si dovrebbe poi essere in grado di far volare gli aerei.

    Dall’altra, si moltiplicano gli appelli per la difesa dell’indifendibile, dalle rotte ai livelli occupazionali, dimenticandosi che proprio questa difesa a oltranza è stata la responsabile principale della crisi attuale. Ogni parte in gioco, dai sindacati ai politici nazionali e locali, di maggioranza e di opposizione, appare impegnata a criticare le altre nella speranza di far dimenticare le proprie responsabilità.

    Nell’incertezza, i corsi azionari assomigliano a montagne russe e la compagnia di bandiera è sempre più vicina al punto di non ritorno. La confusione è tale da far perdere di vista l’essenziale. Per esempio, nel caso dell’offerta Air France quello che appare più indigeribile non è il prezzo offerto (quanto vale una compagnia fallita?) né gli esuberi di personale, oltretutto limitati e facilmente riassorbibili. Piuttosto, è la pretesa della compagnia d’oltre alpe, per difendere i propri hub di Amsterdam e Parigi, di avere la garanzia da parte del governo italiano che da Malpensa non partiranno più le rotte internazionali extracomunitarie precedentemente servite da Alitalia e ora chiuse, una richiesta che secondo le anticipazioni di stampa l’Enac avrebbe già garantito.

    Se è vero, questo sì che appare lesivo dell’unico interesse nazionale reale, quello dei consumatori italiani, che avranno pure il diritto di volare da dove gli pare e con chi gli pare. Se una compagnia area d’oltreoceano, poniamo asiatica, vuol provare a servire quelle rotte da Malpensa, perché impedirglielo?

    E’ possibile che il tentativo si riveli fallimentare, come fallimentare era stato quello di Alitalia. Ma sta al mercato stabilirlo e non al governo per conto di Air France. E’ vero che Air France ha posto come irrinunciabile questa condizione, e che comunque, una eventuale risposta negativa da parte del governo ridurrebbe probabilmente ulteriormente il prezzo che Air France è disposta a pagare o aumenterebbe gli esuberi dichiarati.

    Ma per la collettività può valere la pena di incassare qualche euro in meno o spenderne qualcuno in più per il sostegno dei lavoratori in mobilità, che rinunciare a delle opportunità di mercato che se funzionano potrebbero offrire ritorni economici che sono multipli della spesa attuale.

    Ed è anche possibile che una simile scelta da parte del governo ridurrebbe anche le richieste di danno della SEA, che allora sì apparirebbero eccessive e ingiustificate. Speriamo dunque che il governo ci ripensi. Ci farebbe una figura migliore, comunque finisca la vicenda.

    Massimo Bordignon

    28/03/2008 Alitalia al terminal (http://www.lavoce.info)

    L'ultima offerta di Spinetta - CEO di Air France - sembra chiudere il caso Alitalia, lasciando poche speranze a chi ancora pensa o per convinzione ideologica o per opportunismo politico che sia possibile far assorbire manodopera in eccesso a prescindere dal vincolo di bilancio.

    Puo' essere vero per una azienda pubblica (e Alitalia lo e' solo a meta') ma non per una azienda privata (come Air France con l' 80% di capitale in mani private). I 2100 esuberi indicati da Spinetta sono probabilmente una delle stime piu' basse che un acquirente di Alitalia puo' permettersi di offrire.

    Questo per due ragioni. In primo luogo perche' Air France ha un forte interesse per il mercato Italiano e per Alitalia ed e' disposta - come dimostra l'insistenza in questa trattattiva - a prendersi il rischio di una ristrutturazione complessa e onerosa, e quindi anche ad accollarsi qualche adetto in eccesso in cambio di consenso sindacale.

    In secondo luogo perche' la dimensione del gruppo e le sue prospettive di crescita consentono la riallocazione all'interno dello stesso in modo indolore di parte degli esuberi veri che eccedono di gran lunga i 2100 dichiarati. Prima di rifiutare l'offerta di Air France e' bene quindi riflettere attentamente. L'alternativa potrebbe essere molto peggiore.

    Luigi Guiso

    27/03/2008 Salari: non doveva essere la priorità numero uno? (http://www.lavoce.info)

    Il 2008, nelle intenzioni di Prodi, doveva essere l’anno della questione salariale. Priorità numero uno del suo Governo. Poi il suo esecutivo è caduto e, in questa campagna elettorale, i contendenti non fanno che ripetere un clichet vecchio: bisogna abbattere le tasse sul lavoro.

    Sanno, in cuor loro, che non lo faranno, una volta eletti. A fianco dei tagli alle tasse promettono tante nuove spese. E senza bloccare la crescita della spesa pubblica non si potranno ridurre in modo significato le tasse sui redditi. Inoltre parte del cosiddetto cuneo fiscale rappresenta contributi previdenziali.

    Se tagliamo quelli, nel nuovo regime contributivo, condanneremo i lavoratori ad avere domani pensioni più basse. Ma è proprio vero che per avere salari più alti bisogna tagliare le tasse sul lavoro? Se però guardiamo a paesi, come Francia e Germania, dove i salari sono aumentati negli ultimi anni, notiamo che hanno un cuneo fiscale superiore al nostro.

    In Italia, inoltre, il cuneo si è pur marginalmente ridotto nell’ultima legislatura. Ma i nostri salari sono rimasti piatti al netto dell’inflazione. Il problema non è tanto il cuneo fiscale, quanto il fatto che in Italia la produttività del lavoro non è cresciuta. E, in un mondo globalizzato, se non aumenta la produttività non è possibile aumentare le retribuzioni.

    Come dunque aumentare sia salari che produttività? Bisogna legare, azienda per azienda, salari e produttività. Questo incentiverebbe a un miglioramento nella produttività del lavoro. Ma qui devono essere le parti sociali, sindacato, Confindustria, associazioni di categoria, a mettersi d’accordo. Purtroppo non lo stanno facendo

    Non è quindi solo colpa della politica, ma il continuo rinvio della questione salariale è soprattutto colpa delle parti sociali: le organizzazioni dei lavoratori e quelle dei datori di lavoro da anni parlano di riformare la contrattazione e da anni continuano a rinviare ogni riforma. Nel frattempo un crescente numero di lavoratori ha un contratto da tempo scaduto.

    Tito Boeri

    26/03/2008 Pensioni: tante nuove promesse e una idea innovativa (http://www.lavoce.info)

    Dopo la pausa pasquale e nonostante il visibile rallentamento della nostra economia, la campagna elettorale è ripresa a pieno ritmo all’insegna di nuove promesse, onerose per la finanza pubblica. Riusciranno mai i nostri politici a formulare proposte a costo zero per le casse dello Stato? La settimana scorsa l’Ocse ci aveva detto che, nel 2008, l’economia italiana crescerà dello 0,6 per cento circa; Questo significherebbe arrivare, senza toccare nulla, a bocce ferme, ad un rapporto deficit pil intorno al 2,5 per cento e quindi vicino a quella soglia del 3 per cento, parametro che non dobbiamo superare.

    Malgrado questi sviluppi, ecco immediatamente arrivare promesse di nuovi piani di spesa. Ieri Veltroni ha annunciato l’incremento delle pensioni, che peraltro non era nel programma del Partito Democratico; gli ha fatto subito eco Berlusconi anche lui promettendo aumenti delle pensioni. Bisognerebbe stare molto di più con i piedi per terra e quando si fanno delle promesse spiegare come verranno finanziate.

    C’è comunque un aspetto innovativo nella proposta del Pd, vale a dire l’idea di legare l’andamento delle pensioni, che oggi sono indicizzate al costo della vita, al rapporto tra monte salari e spesa pensionistica.

    E’ un’idea innovativa perché vuol dire che d’ora in poi i pensionati non si interesseranno soltanto di come vanno i prezzi, ma cercheranno anche di sostenere quelle riforme che dovessero aumentare l’occupazione e la produttività nel nostro paese. E si potranno pagare pensioni più alte in termini reali solo nella misura in cui aumenta la produttività o il numero degli occupati o gli italiani lavorano più a lungo. Saranno incrementi, in altre parole, sostenibili, coerenti con l’equilibrio di lungo periodo dei nostri conti previdenziali.

    Tito Boeri

    25/03/2008 Il salvatore della patria (http://www.lavoce.info)

    Uno dei candidati premier - Silvio Berlusconi - non ha trovato di meglio che intervenire sulla vicenda Alitalia che il paese si trascina da anni e che stava, con difficoltà, trovando una soluzione, forse non perfetta ma pur sempre una soluzione. Ricapitoliamo.

    Air France ha avanzato una proposta di acquisto che al momento, non ha alternative e che tempo fa era stata giudicata dal Tesoro - azionista di maggioranza di Alitalia - dominante rispetto alla sola alternativa presentata da Air One. Silvio Berlusconi ha annunciato l’esistenza di un’altra cordata formata da imprenditori nazionali, che potrebbero fare una offerta entra 45 giorni. Ad essa parteciperebbero i figli del candidato premier e sarebbe sostenuta da Banca Intesa. L’amministratore delegato di Banca Intesa ha smentito.

    La vicenda ha dell’assurdo: non si capisce perche’ debba essere un candidato premier ad annunciare una cordata alternativa per l’acquisto di una azienda che è sul mercato, anziché, se esistono, i diretti interessati, mettendo sul tappeto la proposta. Non si capisce perché, se esistono, lo debbano fare proprio adesso e con il patronage politico di un candidato premier.

    Fatto ancora più sconcertante è che il candidato premier minacci con il suo intervento di bloccare la vendita ad Air France per consentire l’acquisto da parte di una cordata che, anche se indirettamente tramite i figli, lo vedrebbe coinvolto. Se oggi Air France dovesse ritirarsi ci sarebbero almeno due conseguenze.

    Primo, Alitalia verosimilmente verrebbe commissariata e si troverebbe in una posizione di debolezza per affrontare  l’entrata in vigoredi Open Sky - gli accordi per la liberalizzazione delle rotte con gli Stati Uniti. Secondo, un eventuale nuovo acquirente (i figli di berlusconi?) si troverebbe in una posizione contrattuale ancora piu’ forte di quella in cui oggi si trova Air France, con ulteriore perdita per l’erario che introiterebbe ancora meno dalla cessione del controllo di Alitalia. Chi verrebbe chiamato a pagare per tutto ciò?

    Luigi Guiso

    19/03/2008 Deja vu (http://www.lavoce.info)

    Per capire che cosa succede quando l’economia rallenta e si arriva a parlare di crescita zero basta ricordare quanto è successo dal 2001 al 2006, per aiutare la memoria sono gli anni del secondo Governo Berlusconi. In quel periodo l’economia italiana è cresciuta a un tasso medio dello 0,3 per cento. Questo ci dà la misura esatta di quanto ci potrebbe accadere in un futuro prossimo.

    Purtroppo il nostro Paese continua da anni a crescere meno degli altri Paesi europei. E questi ultimi crescono meno dell’economia mondiale.

    Dal 2001 in poi, infatti, l’economia mondiale è andata al galoppo mentre l’Italia è rimasta al palo o è comunque cresciuta meno degli altri (come nel 2007). Quando l’economia ristagna, le famiglie rinviano piani di investimento, come l’acquisto di una casa o di una autovettura. Un numero maggiore di famiglie fatica ad arrivare alla fine del mese.

    Purtroppo il sistema di protezione in Italia protegge quasi solo i pensionati (le cui quiescenze andrebbero comunque indicizzate all’andamento del costo della vita delle famiglie anziane anziché all’indice dei prezzi generale) e non aiuta chi perde il lavoro. Quando l’economia ristagna, soprattutto i lavoratori con contratti temporanei rischiano il posto di lavoro, nel senso che il loro contratto non verrà rinnovato alla scadenza.

    Un aggravante di questa stagnazione è che l’inflazione è aumentata, è mediamente più forte l’aumento dei prezzi. Ma anche con il passaggio all’euro c’era stata un’impennata dei prezzi. Quindi anche questo è un deja-vu.  Inoltre i prezzi del petrolio e dei beni alimentari oggi aumentano perché ci sono paesi come la Cina e l’India che alimentano una forte domanda di questi beni facendo salire i prezzi.

    Se la sempre più imminente recessione negli Stati Uniti dovesse contagiare anche i paesi emergenti, la loro domanda diminuirebbe e i prezzi si raffredderebbero. Quindi non tutti i mali vengono per nuocere. Tito Boeri

    16/03/2008 La ribellione (http://www.lavoce.info)

    Cosa sta accadendo? Due giorni fa vi è stata a Bari una grande manifestazione con oltre centomila persone che, ricordando le centinaia di vittime della criminalità organizzata, hano elevato il loro grido perché la società coralmente si ribelli alla schiavitù delle mafie.

    Oggi si apprende che i commercianti di Palermo, stanchi dei ricatti dei mafiosi, hanno collaborato con le forze di polizia e consentito l'arresto di 21 persone che imponevano loro il pagamento del pizzo. Sembra che si stia sgretolando il muro dell'omertà e che, grazie ai moti della società civile, il mangime di cui la mafia si nutre - paura e soggezione - stia venendo a mancare.

    Tutto questo avviene, come notava ieri Michele Serra in un trafiletto su Repubblica, sotto la sostanziale disattenzione dei mezzi di comunicazione. Eppure sono eventi cruciali per il nostro paese, molto più importanti di quelli che riempono le prime pagine dei giornali in questi giorni. Questo risveglio delle coscienze va promosso e supportato, in modo che si traduca in cultura stabile, solidificandosi in norma sociale.Una modesta inziativa che il governo potrebbe prendere: una campagna televisiva che incoraggi alla ribellione alla mafia.

    Un impegno di peso: niente ponte sullo Stretto di Messina, che sarebbe il più grosso regalo a mafia e 'ndrangheta del dopoguerra. E realizzare meccanismi per schermare dalle organizzazioni criminali l'enorme fiume di finanziamenti che riguarda molte opere pubbliche in corso e il potenziamento della Salerno-Reggio Calabria.

    La Redazione de lavoce.info

    15/03/2008Il salvataggio di Bear Stearns (http://www.lavoce.info)

    La gravissima crisi di Bear Stearns e l'intervento congiunto della FED e di J.P. Morgan per darle liquidità e guadagnare tempo in attesa di trovare quanto prima un acquirente, prova che la crisi finanziaria non ha affatto esaurito i suoi effetti e anzi, sembra che stia logorando sottotraccia più di un operatore, accrescendo a dismisura il valore della liquidità.

    Per questo non sarà facile trovare un acquirente di Bear: chi oggi ha la liquidità se la tiene stretta perché sa che domani potrebbe servirgli e trovarla sul mercato è diventato molto difficile. Perché nessuno più presta a nessuno? La ragione è semplice: perché gli operatori vivono in una situazione di ambiguità, in cui non riescono ad assegnare delle probabilità definite alla solvibilità della controparte.

    Agli occhi di una banca, un'altra banca che si presenta per chiedere liquidità, può avere una probabilità bassa di essere insolvente, ma non può escludere che questa probabiltà sia molto elevata. In queste circostanze la strategia migliore è giocare sul sicuro e non prestare a nessuno.

    Come venirne fuori? La miglior ricetta è rivelare se possibile dove stanno i rischi, rendendo pubblica l'esposizione di ciascun intermediario verso i subprime. E' uno di quei casi in cui disclosure è una soluzione adeguata. Perché non la si persegue in modo sistematico? Non farlo radica il dubbio che tutti siano ugualmente e sostanzialmente esposti, fatto che non può essere vero.

    Luigi Guiso

    14/03/2008 Confidustria e la ribellione alla mafia (http://www.lavoce.info)

    La presenza della criminalità organizzata è il principale fattore che limita lo sviluppo economico e civile del mezzogiorno. Nei mesi scorsi è avvenuto in Sicilia un fatto rivoluzionario, unico nella storia italiana, la cui importanza è stata finora sottovalutata: la Confindustria siciliana con il suo presidente, Ivan Lobello, si è ribellata alla mafia, imponendo l’espulsione dalla associazione non solo di chi dovesse colludere ma anche di chi non si ribellasse ad essa accettando di pagarne il pizzo.

    E’ come se il fisico da lungo malato avesse d’improssivo prodotto i suoi anticorpi per scacciare il virus che lo soggioga. Ma la produzione di anticorpi deve essere sostanziale per vincere la malattia, che per difendersi cercherà di trasferirsi ad altre parti del corpo. Emma Marcegaglia, designata ieri con voto plebiscitario nuovo presidente di Confindustria, avrà il compito di coltivare questi anticorpi.

    Imponga l’adozione del “codice Lobello” a tutte le confidustrie regionali – a cominciare da quelle della Calabria, delle Puglie e della Campania – dove maggiore è la minaccia della criminalità organizzata.

    Luigi Guiso  

    13/03/2008 Ri-cala il debito pubblico (http://www.lavoce.info)

    Nel 2007 il debito pubblico in rapporto al PIL ha invertito la tendenza a salire dei due anni precedenti calando di 2 punti e mezzo. E’ un evento raro. Dagli inizi degli anni ’80, da quando l’Italia ha iniziato ad accumulare debito come negli anni di guerra, è solo la seconda volta che si assiste a un marcata inversione della tendenza del debito ad aumenatare.

    La prima volta fu tra il 1996 e il 1999, Ministro del Tesoro Carlo Azaglio Ciampi. La seconda nel 2007, Ministro del Tesoro Tommaso Padoa Schioppa. Vi fu un accenno di stabilizzazione una terza volta durante il breve ministero Dini. Cosa hanno in comune queste persone? Certamente la coscienza, maturata nella Banca d’Italia, dell’importanza del contenimeno del debito per assicurare stabilità finanziaria ed economica al paese. Ma ancor più l’indipendenza dagli “indici di popolarità” che legano le mani dei ministri politici, inducendoli a fare ciò che raccoglie consenso anizichè ciò serve all’Italia.

    Luigi Guiso

    12/03/2008 La Cina e la crescita (http://www.lavoce.info)

    Con grande prevvegenza nel 1816 Napoleone sentenziò che il giorno i cui la Cina si sarebbe risvegliata il mondo avrebbe tremato. Quel giorno è arrivato e molti oggi tremano di fronte alla concorrenza cinese. Da noi la paura della Cina ha preso una strana piega: alla Cina si imputa la colpa degli elevati prezzi. L’argomento è che, mentre prima i cinesi vivevano di autoconsumo e di agricoltura, oggi “consumano come noi”. Ai cinesi si attribusce la colpa di aver improssivamente accresciuto la domanda mondiale e di aver messo pressione sui prezzi.

    C'è un po' di verità e molta falsità in questa affermazione. L’elevata e sostenuta crescita della Cina sicuramente ha contribuito ad accrescere la domanda e il prezzo di alcune materie prime, tra cui il petrolio. Ma la massiccia produzione cinese a bassi costi ha enormemente contribuito a calmierare i prezzi dei manufatti. Senza la pressione competitiva cinese oggi tanti beni che acquistiamo quotidianamente costerebbero molto di più. Contingentare le importazioni dalla Cina, come alcuni propongono, comporterebbe - questo sì - un forte aumento dei prezzi con grave nocumento per i nostri consumatori.

    Luigi Guiso

    11/03/2008 Ciclo o crescita? Il problema dell'Italia (http://www.lavoce.info)

    Ieri l'Istat ha reso noto che a gennaio la produzione industriale è aumentata dello 0.5% rispetto a un anno prima, recuperando parte del calo marcato di dicembre. E' una notizia che fa piacere. Ma non c'e molto di cui rallegrarsi. Le variazioni positive o negative da un mese all'altro non sono il problema su cui focalizzare l'attenzione.

    Il problema italiano è la bassa crescita di medio termine. Negli ultimi 10 anni il paese è cresciuto sistematicamente meno degli altri. In Germania la produzione industriale è oggi 20 punti piu' elevata che nel 2001, nell'area dell'euro 12 punti in più. In Italia è ferma al livello del 2001. Questa stasi è il riflesso dei limiti strutturali dell'Italia.

    Una economia avanzata non può alla lunga reggere senza un sistema giudiziario efficiente, un sistema di istruzione di elevata qualità, una amministrazione rapida e amica dell'iniziativa privata, una rete di infrastrutture adeguata. Il prossimo governo, qualunque sia il suo colore, dovrà affrontare questi nodi. Mentre infatti poco possiamo fare per stabilizzare il ciclo economico il superamento di questi nodi dipende solo da noi.

    Luigi Guiso

    10/03/2008 La recessione Usa (http://www.lavoce.info)

    Gli ultimi dati confemano che l'economia americana sta con tutta probabilità andando incontro a una recessione di cui ad oggi è difficile prevedere la gravità e le conseguenze per le economie europee. A sorpresa il numero degli occupati è calato a febbraio di 63,000 unità. Evidentemente la crisi finanziaria sta facendo sentire i suoi effetti prima e più intensamente di quanto ci si aspettasse.

    Che cosa accadrà nel prossimo futuro?  E' arduo dirlo. Da un lato gli effetti della crisi finanziaria si devono ancora esplicare; per ora ne abbiamo osservato solo i primi impatti. Dall'altro, la crisi finanziaria stessa può riservare altre sorprese ed essere a sua volta aggravata dal rallentamento dell'economia. Al momento le speranze di evitare una recessione profonda dipendono solo dalla reazione dell'economia al rapido calo dei tassi di interesse deciso dalla FED.

    Luigi Guiso

    http://www.lavoce.info

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