Il più delle volte i politici
europei si fanno concorrenza l’un l’altro per attrarre capitali stranieri
offrendo incentivi di ogni tipo (tasse più basse o migliori infrastrutture,
per esempio). E la competizione è particolarmente intensa quando si tratta
di investimenti diretti dall’estero.
Gli investimenti dall’estero piacciono. Ma non sempre
Gli investimenti diretti dall’estero sono molto apprezzati perché sono
considerati il modo migliore per accedere alla tecnologia e al know
how stranieri. Ma l’altra faccia della medaglia è che comportano un
controllo straniero sulle imprese. Se il primo aspetto è visto con favore, i
politici tendono a sorvolare sul fatto che un investimento diretto
dall’estero consiste nell’acquisizione di un’azienda nazionale. È un
reticenza che diventa ostilità quando una società straniera minaccia di
scalare un’azienda nazionale ritenuta strategica (il che spesso
significa un’azienda con stretti legami politici). In questo caso, il
capitale straniero non è più benaccetto.
La recente battaglia su Enel-Suez-Gas de France ha riportato ancora
una volta in primo piano l’ambivalenza dei politici. In Francia, il Governo
sta cercando di mantenere in mani francesi il controllo della società
energetica, ma allo stesso tempo utilizza l’argomento dell’alto livello di
investimenti diretti dall’estero per negare le accuse di protezionismo.
Molti altri paesi si comportano nello stesso modo, sebbene lo facciano
generalmente con maggior discrezione. Come dovremmo giudicare un
comportamento apparentemente contraddittorio?
Analizziamo i due aspetti del dilemma.
La difesa dei campioni nazionali
Gli interventi della politica nelle operazioni di fusione e acquisizione
molto spesso portano ad assumere posizioni che non riflettono gli interessi
nazionali: accade sia quando i politici intervengono per far rimanere
"nazionale" un’impresa, sia quando difendono i tentativi di società
nazionali di formare un impero. In generale, le acquisizioni tendono a far
perdere valore alla società che lancia l’offerta, ma a incrementare il
valore di quella che la subisce. E infatti il prezzo delle azioni della
società italiana (Enel) che ha lanciato l’offerta per il controllo di Suez è
calato dopo l’annuncio dell’operazione. Il ministro italiano dell’Economia
(lo Stato italiano ha una partecipazione importante nell’Enel) dovrebbe
perciò essere interessato a veder fallire l’operazione. (E viceversa per il
ministro francese). Ma quando la questione arriva a un livello politico, le
considerazioni economiche escono di scena.
È sufficiente sostenere che il "patriottismo economico" è in ascesa?
In molti dei casi recenti i politici sembrano aver reagito al fatto che
specifici mercati (e società), che loro per lungo tempo hanno creduto
protetti, sono ora soggetti a concorrenza. Tuttavia, anche se i
politici possono impedire qualche acquisizione nel breve periodo, resta
sempre la minaccia di una possibile scalata futura. Perciò anche i
campioni nazionali dovranno comportarsi come i loro concorrenti e i politici
potranno fare ben poco per mantenere posti di lavoro o canali di
investimento all’interno di determinati settori.
Invece di lamentarci della rinascita del protezionismo in Europa, dovremmo
chiederci qual è l’aspetto più importante dell’attuale boom di acquisizioni
transnazionali nell’Unione Europea: il fatto che si lanciano quelle offerte,
spesso ostili, o il fatto che i politici cerchino disperatamente di
proteggere i loro campioni nazionali?
In gara per gli Ide: la classifica
In tempi normali i Governi fanno a gare per attrarre più investimenti
diretti dall’estero. E il più delle volte, ai ministri dell’Economia piace
presentare classifiche dei paesi che ne ricevono di più.
Queste classifiche si basano sui dati principali del Fondo monetario
internazionale (o su quelli equivalenti di Eurostat). Se si guarda allo
stock di investimenti diretti dall’estero della fine del 2004 la Francia
ne ha in effetti ricevuti più della Germania. Lo stock di investimenti
diretti dall’estero ricevuti quell’anno dalla Francia rappresentava il 46
per cento del Pil contro il 25 per cento del Pil della Germania e solo il 13
per cento dell’Italia. Questi dati sembrano suggerire che gli investimenti
diretti dall’estero sono alquanto importanti per l’economia francese.
Tuttavia, il dato di stock è fortemente distorto da alcune grandi operazioni
concluse durante il boom delle telecomunicazioni del 1999-2000.
Un quadro completamente diverso emerge se guardiamo a dati più recenti sui
flussi di investimenti diretti dall’estero. Negli ultimi tre anni per
i quali i dati sono disponibili (2002-2004), i flussi di Ide sono stati
piuttosto modesti, circa il 2,3 per cento del Pil per la Francia e
circa l’1 per cento per l’Italia e la Germania. Il quadro cambia ancora di
più se osserviamo la componente "core" degli investimenti diretti
dall’estero , cioè al capitale (equity).
L’equity dovrebbe essere considerato l’elemento chiave degli
investimenti diretti dall’estero perché rappresenta la quota di capitale
proprio che l’investitore straniero rischia. Tuttavia, le cifre delle
statistiche ufficiali registrano il valore complessivo, lordo,
dell’operazione, che invece, spesso contiene anche un importante elemento di
finanziamento attraverso il debito (prestiti intersocietari,
eccetera). Generalmente, l’obiettivo di un finanziamento attraverso debito è
spostare i profitti e così risparmiare sulle tasse.
Se guardiamo agli investimenti diretti dall’estero in termini di flussi
cross border di capitale, il quadro cambia considerevolmente. Misurati così,
gli Ide sembrano essere marginali (meno del 2 per cento del Pil) e le
posizioni di Francia e Germania si invertono (1,5 per cento del Pil per la
Germania contro l’1,2 per cento della Francia).
Le classifiche degli investimenti diretti dall’estero andrebbero perciò
utilizzate con molta cautela quando si vuole confrontare il successo
o il fallimento di un paese nell’attrarre capitali stranieri. Stock e flussi
ne danno spesso un’impressione diversa e i flussi sono molto variabili.
Inoltre, la loro composizione (in termini di patrimonio contro debito) è
altrettanto importante della cifra nel suo complesso. Ricevere un più ampio
ammontare di Ide non è necessariamente un segno di successo o di apertura.
In conclusione, l’importanza complessiva attribuita agli investimenti
diretti dall’estero è qualche volta esagerata, sia quando i politici si
vantano di riceverne molti, sia quando cercano di respingerli perché
minacciano il controllo nazionale su determinate imprese.
Da un punto di vista strettamente economico, non è necessariamente
"patriottico" attrarre una quota maggiore di Ide, difendere un’impresa
nazionale o sostenere la scalata a una società straniera da parte di
un’impresa nazionale. Dopo tutto, sostenere sempre e comunque il management
di una società nazionale (sia quando lancia un’offerta sia quando si difende
da una ostile che proviene dall’estero) è un gioco a somma zero all’interno
dell’Europa.
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