Diciamo la verità: occorre davvero
tutta l'arroganza dei Francesi per decidere una fusione tra i due gruppi
dell'elettricità Gaz de France (pubblico ) e Suez (privato) al solo scopo di
bloccare la scalata dell'Enel al mercato dell'energia elettrica francese
attraverso l'acquisto di Suez.
Sanno bene che ciò è contro i trattati che hanno firmato. Sanno bene che è
contro lo spirito di quell'Europa unita di cui si vorrebbero alla guida, in
nome di una grandeur che immaginano incontestata in tutto il resto del
continente. Ma lo hanno fatto lo stesso.
Ovviamente gli umori antifrancesi impazzano nella nostra campagna elettorale
e nei nostri media. Gli euroscettici della Lega gongolano per l'opportunità
di far balenare davanti agli occhi del loro elettorato tanti simpatici dazi
per proteggere i loro prodotti che, senza i vantaggi all'export della
liretta svalutata, non vuole più nessuno. Prodi se la prende con Berlusconi
che non ha difeso abbastanza la riconferma di Mario Monti alla poltrona di
commissario per la concorrenza europea. Il centrodestra dice che questi
scherzi della Francia sono il frutto avvelenato degli anni della Commissione
Prodi, in cui l'asse franco-tedesco fece il bello e il cattivo tempo.
Prevedibilmente, l'opinione pubblica italiana sta per farsi cogliere da un
raptus di patriottismo capitalista, insorgendo in difesa delle nostre (ah ah
ah...) aziende nazionali dai soprusi di Parigi e Bruxelles.
Questo tipo di appelli sono assai efficaci, ma anche piuttosto fuorvianti.
L'Enel fu privatizzata nel 1999 dal centrosinistra, che ancora oggi ricorda
la cosa con grande orgoglio. Per la verità lo stato mantenne una quota di
maggioranza, ma agli effetti della natura privatistica della società ciò non
ha alcun effetto. Infatti l'unico modo per attirare capitali privati in
un'azienda pubblica è modificare le finalità di quest'ultima: non più
tutelare gli interessi pubblici e sociali legati a quella branca di
industria ma ricercare la redditività dei mercati. In altre parole, ogni
anno, all'atto della approvazione del bilancio da parte dell'assemblea degli
azionisti, occorrerà privilegiare la redistribuzione degli utili (o il loro
accantonamento in riserva a fini di speculazione finanziaria) piuttosto che
il loro reinvestimento diretto nell'attività.
Si tratta d un nodo di problemi che, nel caso dell'Enel, sarebbe
interessante approfondire, tanto per aiutare gli utenti a capire perché, se
da un lato pagano una delle bollette elettriche più care d'Europa,
dall'altro l'Enel ha così tanti soldi nei suoi forzieri da dare la scalata a
società francesi e belghe.
Avendo comunque mancato tutti i vantaggi promessi della privatizzazione e
della liberalizzazione nel settore dell'energia, i cittadini potranno
comunque bearsi ora di un senso di legittimo oltraggio (sulla scia del
residuo di orgoglio olimpico) per i torti fatti alle nostre (ah ah ah...)
aziende all'estero. In fondo basta così poco ad essere felici.
Quanto ai Francesi, niente equivoci. Il loro capitalismo è altrettanto
egoista ed avido del nostro (oltre che più muscolare), ma li riscatta una
classe dirigente di alto livello che comprende l'ovvio, e cioè che il
necessario controllo su un settore strategico per l'economia , come
l'energia, è incompatibile con la speculazione finanziaria. Occorrono
investimenti, ricerca, tecnologia, manutenzione, e non le alchimie contabili
che servono a produrre denaro dal denaro.
L'Unione Europea è una bella cosa, lo dico sinceramente. Nonostante tutto
sono un sostenitore della moneta unica e desidero lo sviluppo ulteriore
delle istituzioni comunitarie. Ma occorre capire che il mercato unico, come
è inteso oggi, serve solo a svincolare il potere economico -- proiettandolo
su una scala sovranazionale -- da quei minimi controlli democratici che
ancora conducono un'esistenza stentata nelle istituzioni nazionali. In altre
parole si sta andando verso un sistema in cui i cittadini eserciteranno i
loro già scarsi poteri democratici solo in quelle sfere che sono state ormai
abbandonate dal potere economico.
Dietro l'atteggiamento francese -- che si profila nel rigetto della bozza di
Costituzione, della direttiva Bolkestein, o nella protezione delle loro
aziende strategiche dai take-over ostili provenienti dall'estero -- si
nasconde un insieme molto eterogeneo di interessi, spesso grettamente
sciovinistici o puramente protezionistici. Ma vi è anche la consapevolezza
del bivio al quale si trova l'Europa oggi, se deve essere una unione
politica e democratica di popoli che sentono più ciò che li accomuna che ciò
che li divide, o piuttosto una nuova forma di sovranità in cui tecnocrati ed
elites finanziarie esercitano poteri che gli sono stati involontariamente
ceduti dagli ignari cittadini europei.
Gianluca Bifolchi
Fonte:
http://anzetteln.splinder.com/
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