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03/03/2007 Che cosa è l' embrione. Domandare è lecito, rispondere è cortesia. O no? (Redazione, http://www.korazym.org/)

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Clicca qui per ingrandire| Chi o cosa è l’embrione? Un convegno scientifico, poi un volantino e una semplice, fatidica domanda: ne viene fuori la polemica mediatica con accuse reciproche e pretese assai curiose. Forse non si possono più fare domande? E perché?

In tempi di confronto anche all’interno del mondo cattolico, in tempi di manifestazioni di piazza prima annunciate, poi inseguite, poi rinviate, e poi semplicemente convertite da anti-Dico a pro-famiglia, non poteva certo mancare la ciliegina sulla torta della polemica sull’embrione, da lungo tempo ormai segno di contraddizione dei tempi moderni. Se ne parla ormai da anni, ci si confronta e ci si scontra, e però ancora è lì, protagonista indiscusso della discussione bioetica, e ospite spesso niente affatto gradito alle tavole rotonde dei grandi nomi della ricerca scientifica.

La storia è ormai conosciuta: un gruppo di studenti della Statale di Milano – sono giovani di Comunione e Liberazione, la qual cosa non appare decisiva, anche se ad alcuni sembra essere di fondamentale importanza… - scrive una lettera aperta alla professoressa Elena Cattaneo, direttore del laboratorio sulle cellule staminali e malattie degenerative della Statale, per esprimere preoccupazione e contrarietà riguardo a quanto da loro ascoltato in un recente convegno organizzato dalla stessa ricercatrice sulle cellule staminali embrionali umane. “Ci sembra che ogni serio impegno di ricerca” –scrivono i ragazzi – “metta in gioco due attori protagonisti: la nostra domanda, la nostra sete di capire e la realtà. C’è qualcosa che sta più in profondità di qualsiasi brevettabilità futura, che è più originale di qualunque possibile applicazione, pur importante che sia: è l’oggetto del nostro studio, che detta sempre il metodo al nostro lavoro. Per questo siamo usciti molto preoccupati, forse anche un po’ sconcertati, dal convegno pubblico che lei ha organizzato nella nostra Facoltà. È possibile fare ricerca, senza porsi la domanda principale: che cosa ho di fronte? Nella fattispecie: che cosa è l’embrione? È vita umana?”.

La domanda, in sé quanto mai legittima, ha provocato un effetto a catena in seguito al quale la vicenda si è trascinata sui maggiori quotidiani nazionali, dal Corriere della Sera al Foglio, da Repubblica all’Unità, con tanto di editoriale in prima pagina su Avvenire. “Comunione e Liberazione contro l’università”, “la ricercatrice contro gli studentelli”, e simili amenità hanno accompagnato le pagine di questi giorni, e a poco sono servite, se non ancora una volta ad eludere le domande. Si discute del metodo, della lettera, del volantinaggio abusivo, degli spazi appositi previsti per manifestare le proprie idee, e si lascia perdere il cuore della questione.

Non perché non si abbia una risposta, ma perché su quel versante l’incomunicabilità di fondo è innegabile. L’invito a delegare una simile risposta alla coscienza personale del singolo (posizione sostenuta da molti e certamente già non priva in se stessa di alcuni limiti e contraddizioni) non può essere invocata come risolutiva, per di più quando si descrivono le altrui posizioni come oltranziste, estremiste e oscurantiste, indirizzate solo alla sacralizzazione dell’embrione e dunque di per se stesse inaccettabili. Qualcuno è perfino arrivato a parlare del ritorno dell’Inquisizione: non c’è che dire, evviva l’originalità!

Se si riporta l’attenzione sull’essenza ontologica dell’essere umano nella prima fase della sua esistenza non è – lo dovrebbero intuire, i professori e i ricercatori – per banale esercizio di speculazione teologica, e né per volontà di normalizzazione, ma perché attorno al “chi è l’embrione” ruotano le domande più sostanziali del nostro tempo, alle quali non si può fuggire. Ti seguono anche sotto forma di email o di lettera aperta, e non vale la pena lasciarle cadere con quel poco tatto di cui i ricercatori chiamato in causa hanno dimostrato. A domanda pertinente, si risponde nel merito, e non sindacando sul fatto che non è quello il modo e il momento, o peggio ancora sottintendendo che con “quelli di CL” non val la pena neppure parlare, perché così sono fatti e non c’è motivo di perderci troppo tempo. Insomma, l’automatica interdizione dai pubblici uffici per tutti i ciellini non è ancora fissata per legge: quando mai non possono porre domande. Del resto, lo sanno tutti: domandare è lecito, rispondere è cortesia. Alla Statale le buone maniere non sembrano essere di casa.

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