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  • 05/04/2006 Frane, 300.000 Italiani a Rischio (www.lanuovaecologia.it)

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    Soccorsi nel barese Rischio alluvione per il 7,1% del territorio. Presentati i dati di Legambiente

    Il 7,1% del Paese è a rischio idrogeologico. I comuni che potrebbero essere travolti da alluvioni e frane sono il 70% del totale (ben 5.581) e in Calabria, Umbria e Valle d’Aosta questa percentuale arriva al 100%. I principali eventi alluvionali dal 1993 hanno causato 343 vittime, con danni economici per oltre 10 miliardi di euro.

    Nel solo 2003 inoltre le alluvioni hanno coinvolto più di 300mila persone e le risorse economiche necessarie al ripristino delle aree colpite sono state pari a 2.184 milioni di euro. I numeri sono contenuti nel dossier di Legambiente «La difesa del suolo in Italia» presentato oggi a Roma nel corso del convegno (intitolato “Uso del suolo e rinaturalizzazione”) organizzato dall’associazione ambientalista. All’incontro hanno preso parte, tra gli altri, Francesco Ferrante, direttore generale di Legambiente, Ermete Realacci, presidente onorario di Legambiente, Altero Matteoli, ministro dell’ambiente, Guido Bertolaso, capo dipartimento della protezione civile.

    Il continuo ripetersi di fenomeni di dissesto idrogeologico negli ultimi anni – è la tesi ribadita dall'associazione del Cigno – non può essere attribuito ad eventi esclusivamente naturali o solo alle intemperanze del clima ma, anche e soprattutto, a un modello di sfruttamento intensivo e poco programmato del territorio. «L’urbanizzazione diffusa e caotica, la proliferazione di centri urbani, i siti produttivi e le infrastrutture viarie – ha sottolineato Ferrante – hanno causato una forzata canalizzazione e artificializzazione dei corsi d’acqua rendendo fragilissimo il territorio. E il fenomeno è stato aggravato dall’abusivismo edilizio, dall’estrazione illegale di inerti dagli alvei fluviali, dall’agricoltura intensiva con le opere di presa e di difesa degli argini». Il dossier di Legambiente propone così una serie di casi, dalla Calabria al bacino del Po, dove ancora si continua a costruire nel letto dei corsi d’acqua, aumentando così

    notevolmente il rischio di esondazioni.

    Legambiente si sofferma poi sui ritardi nell’iter di approvazione dei piani per l’assetto idrogeologico (PAI): soltanto 14 Autorità di bacino (il 37%) hanno approvato il Pai e solo 6 (16%) lo ha adottato. Per il 47% delle Autorità di bacino rimane ancora tanta strada da fare per un’efficace pianificazione sul rischio idrogeologico. Se da una parte le Autorità risultano in netto ritardo sulle scadenze previste dalla legge anche il Governo nazionale ha le sue responsabilità. E’ mancata infatti finora una volontà politica di indirizzo che si concretizzasse anche in un adeguato stanziamento di fondi: il piano degli interventi, secondo il Ministero dell’ambiente, richiede infatti finanziamenti per 40 miliardi di euro ma dal 1990 ad oggi ne sono stati stanziati solo 5. Inoltre con l’ultima finanziaria (2005) è arrivato un ulteriore taglio dei fondi da destinare alla difesa del suolo (da 200 a 120 milioni di euro), penalizzando soprattutto le fasi di studio e ricerca svolte dalle Autorità di bacino fondamentali per una corretta politica di mitigazione del rischio.

    Venendo alle misure per uscire dall’emergenza per Legambiente l’obiettivo più urgente resta quello di assicurare con rapidità a tutto il territorio nazionale una tutela unitaria ed uniforme, con riferimento specifico ai fenomeni idrogeologici. Arginature, briglie e dighe devono lasciare il posto a politiche di gestione cogenti che abbiano come obiettivo la rinaturalizzazione dei fiumi e l’uso del suolo come difesa dalle acque e delle acque.

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