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  • 21/10/2006 Ritorno al Buio (Franco Foresta Martin, http://www.lanuovaecologia.it)

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    Risparmiare energia e riscoprire il paesaggio celeste. Le ragioni di un'alleanza fra astrofili e ambientalisti per sbloccare le proposte di legge ferme in Parlamento

    Qualche sera fa ero salito sul Pincio, un colle nel centro della Capitale, ad aspettare insieme ad alcuni amici un Iridium Flare: uno spettacolare riflesso di luce prodotto da satelliti artificiali che avrebbe dovuto manifestarsi nella maestosa costellazione del Cigno. Correvamo da una radura all’altra, fra le siepi, nel tentativo di trovare le necessarie stelle di riferimento. Ma, sebbene il cielo fosse apparentemente sereno, una sorta di bianco velo lattiginoso copriva ogni spicchio di volta celeste: era il riverbero delle migliaia di luci cittadine sulle particelle di aeresol in sospensione nell’aria. Troppe luci di città sguaiate e irrazionali, rivolte non solo a illuminare giustamente le strade, ma inutilmente orientate anche verso il cielo: allo stesso tempo uno spreco di energia e un'offesa al paesaggio celeste.

    Al di là di quel bianco sudario potevamo intravedere solo le stelle più luminose. Pensai che se mi fossi trovato, come tante volte mi è capitato, in una località buia, lontana dai grandi centri abitati, avrei potuto godere lo spettacolo di circa tremila stelle, tra scintillanti e debolissime. Ma quella sera, dal Pincio, ne abbiamo contate appena sedici, compreso il solitario pianeta Giove che palpitava basso a Occidente. Delle sette stelle del Gran Carro, una costellazione indispensabile per orientarsi senza bussola, se ne intravedevano appena tre: le altre bisognava intuirle. E del Cigno, che gli antichi greci immaginavano fosse Zeus in sembianze di magnifico uccello per sedurre la bella Leda di Sparta, a malapena si poteva scorgere la coda, cioè la stella gigante Deneb. Per fortuna l’atteso Iridium Flare fu un lampo spettacolare: un intenso fiotto di luce, partito da 800 km d’altezza sopra le nostre teste, che bucò il velo dell’inquinamento luminoso e ci raggiunse mentre annaspavamo nell’inutile ricerca degli astri cari alle antiche mitologie.

    Sere dopo, nel corso di una successiva escursione astronomica, un altro celebre colle di Roma, il Gianicolo, ci diede prova dell’ottusità degli uffici tecnici preposti all’illuminazione cittadina. Questa volta l’inquinamento luminoso non nasceva solo dal lontano contorno delle luci cittadine ma dagli stessi lampioni che, di recente, sono stati installati nei vialetti affollati di busti garibaldini. Chissà per quale perverso ragionamento le classiche lanterne con il cappuccio in testa sono state sostituite da abominevoli sfere luminose che inondano di luce, a 360 gradi, terra, aria e cielo, senza distinzione. E sì che la Regione Lazio, ormai da diversi anni, vanta di avere una legislazione ad hoc contro l’inquinamento luminoso, che vieta espressamente i vari tipi d’ illuminazione pervasiva. A questo punto mi sembra legittimo chiedersi: se la legge non viene applicata in uno dei siti più rinomati della Capitale, in una terrazza ideale dalla quale poter ammirare sia il paesaggio sotto di noi che quello sopra, quali concrete speranze abbiamo di salvare dall’oblio la cosiddetta cultura del cielo stellato?

    Partire dall’esperienza diretta, dai dati di fatto, per arrivare poi a verificare le questioni di principio, mi è sempre sembrato un eccellente modo di procedere. Nel nostro paese ormai da un decennio, astronomi, astrofili e ambientalisti, con il determinante sostegno dei media, pongono all’attenzione dell’opinione pubblica l’esigenza di ridurre il crescente inquinamento luminoso. Come è stato ripetuto fino all’esasperazione, non si tratta di lasciare al buio i cittadini, ma di tagliare quella componente dell’illuminazione orientata verso l’alto che non è socialmente utile e serve solo a cancellare il cielo stellato e aumentare le bollette elettriche. Nello stesso tempo sono stati perpetrati inutili tentativi di far approvare una legge nazionale sull’inquinamento luminoso: per tre legislature la risposta “politica” è stata più o meno che non si tratta di una priorità. Analoghi tentativi su base regionale hanno avuto maggiore fortuna e oggi, in quasi la metà delle regioni italiane, esistono leggi o regolamenti che, sulla carta, impongono regole di illuminotecnica da applicare alle sorgenti di luce pubbliche e private per evitare dispersioni verso il cielo; per i trasgressori sono previste anche sanzioni. Fra le regioni con le legislazioni più avanzate: Lombardia, Piemonte, Lazio. Ma, a parte alcuni casi esemplari, come la città di Civitavecchia in cui l’inquinamento luminoso è stato drasticamente ridotto, nel resto d’Italia cresce, come è stato certificato anche da una recente ricerca condotta dall’Istil (Istituto di scienza e tecnologia dell’inquinamento luminoso) mentre i regolamenti, là dove esistono, vengono generalmente disattesi. Nel frattempo lo scontro, come spesso capita per le questioni ambientali, si è radicalizzato pure in campo scientifico, generando iniziative di segno opposto. Da un lato chi ha proposto all’Unesco di riconoscere al cielo notturno lo status di “patrimonio dell’umanità” da tutelare; dall’altro chi sostiene che la luce terrestre è fattore di progresso e non può essere imbrigliata, semmai deve essere più abbondantemente usata per valorizzare, monumenti, opere d’arte, faraglioni e addirittura vulcani!

    A questo punto non resta che rimboccarsi le maniche e ricominciare da capo. La mia modesta proposta è di rilanciare la tutela del cielo stellato seguendo un processo bottom-up, a partire dalle realtà locali: quartieri, circoscrizioni, amministrazioni comunali ma anche scuole, associazioni, circoli culturali. Un mix di diffusione culturale e rivendicazione di rispetto dei regolamenti (dove esistenti) è forse il modo migliore di conseguire risultati concreti sul territorio, in attesa che la sensibilità politica e pubblica crescano e che si arrivi a una legge quadro valida per tutto il territorio nazionale.

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