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  • 29/08/2008 Meeting di Rimini: In nome del Papa re (http://www.canisciolti.info)

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    Come di consueto, l’orgoglio cattolico corona nel Meeting di CL la propria autocelebrazione, lancia progetti politici, tende la mano al sacerdote del Centro Casini e quest’anno, più che in passato, per voce di Bagnasco, lamenta un tentativo di violento ostracismo dalla vita politica e sociale del nostro Paese. Surreale se non comico questo outing da chiesa perseguitata, sfrontato rispetto all’evidenza della vita politica nazionale. Tutti gli appuntamenti più importanti dell’agenda di palazzo hanno visto non soltanto il contributo e l’osservazione degli alti prelati, ma il pesante condizionamento della Santa Sede sulle scelte dell’elettorato in tante importanti occasioni, non risparmiandoci vere e proprie pagine di propaganda cattolica attraverso i media. Queste sono le vicende che allarmano e che fanno tremare coloro che hanno a cuore la laicità delle nostre istituzioni. Tolleriamo benissimo, su questo vorremmo rassicurare il cardinale Bagnasco, gli Angelus da Castel Gandolfo del Santo Padre, ai suoi appelli alla pace e alla guida sicura il sabato sera.

    Come sottolinea lo storico Melloni, le parole della Chiesa tradiscono le ragioni della paura e il discorso di Bagnasco è denso di profonde contraddizioni. Nessuno ha mai teorizzato, tantomeno in questo Paese, la chiusura privatistica della fede cattolica, la necessità di rinunciare alla testimonianza del messaggio cristiano, prima ancora che cattolico, nello spazio della società civile e nella vita politica. E’ la nostra storia: il passato e l’eredità di una cultura dominante in tutto il Vecchio Continente. Nessun imbarazzo, piuttosto una cifra di interpretazione della nostra identità. Il cardinale però cade in un errore concettuale e metodologico insieme. Lo fa sapendo bene soprattutto quello che tace piuttosto che quello che dichiara.

    Non può dire apertamente che persino l’anima della destra, appendice storica di CL, sembra non garantire più abbastanza la difesa in trincea di alcuni dogmi etici, proprio quelli che possono diventare in una strategia di conversione forzata - eccola la tentazione - divieti di legge; quelli che invadono non tanto e non solo lo spazio della vita politica, ma il privato dei cittadini costretti in questo modo, per legge dello Stato e non per catechismo della chiesa, ad essere cattolici praticanti senza nemmeno saperlo. E’ questa la strategia nemmeno troppo occulta del vertice CEI ed è questa che – a dire di Bagnasco - non è più difesa abbastanza dalla destra.

    Siamo abituati a questo misero dòmino. Negli anni 80 era Alex Zanotelli ed era allora il direttore di Nigrizia. Lanciava documentate denunce sulla politica corrotta di tanti governi africani sul commercio di armi, sulla mafia delle multinazionali. Accuse di fuoco per i nostri Craxi, Andreotti, Spadolini. Nel 1987 per esplicita volontà delle autorità ecclesiastiche padre Alex venne allontanato e rimosso dalla direzione del mensile. Troppo disturbo il suo impegno politico, la sua ossessiva ricerca della verità e lo smascheramento coraggioso di ogni forma di ingiustizia sociale e abuso. Un uomo in lotta con i poveri, un vero uomo del Vangelo, un religioso votato all’impegno cristiano nella società civile, uno che non conosce cosa significhi una fede solo privata, appesa al collo in un rosario o recitata in sagrestia.

    Forse un po’ troppo impegnato per i gusti della CEI. Difficile giustificare questa alternanza a convenienza sul portare i valori della fede religiosa nella geografia del potere politico e nell’anima della società civile. Forse Bagnasco intende dire che questo vale solo per alcuni temi? Forse l’unica piazza in cui vuole cimentarsi è quella degli obiettori di coscienza, dei difensori dell’embrione, di quanti rifiutano pietà per Eluana Englaro?

    Insomma forse il non detto è che la Chiesa postmoderna, in pieno vento di nuova controriforma, vive la contraddizione di pretendere controllo sul privato perché nel pubblico non ha più titoli di sovranità da rivendicare? Non sarà che mira a recuperare quello stesso titolo compiacendo di volta in volta il trono giusto, che diventa magari ancora più giusto se acconsente alla strategia della conversione, il tutto a scapito delle altre chiese e delle altre fedi?

    Perché al di là dei pacati inviti alla convivenza pacifica tra religioni e culture diverse, la chiesa - come ogni chiesa - non ha mai smesso di combattere la sua guerra santa. La nostra lo fa in modo tutto occidentale e lo fa proprio a partire dal privato dei cittadini, corrodendo quella distinzione essenziale tra uomo e civis su cui lo Stato nazionale moderno ha l’unica possibilità di sopravvivere a se stesso e adeguarsi alle morfologia di una geografia trans nazionale. E’ la loro ultima possibilità.

    Perché se salta quel confine, salta ogni fondamento ragionevole e universalizzabile di ragione pubblica e diventa sempre più vincente quel modo tutto cattolico - ma potremmo dire tipico dei tre grandi monoteismi – d’intendere la politica per cui anche chi non è fedele deve adeguare il proprio profilo morale ai dettami di quella fede; spacciandolo per l’unico sistema morale possibile e confidando nel paternalismo istituzionale, quello secondo il quale chi decide lo fa per “il tuo bene”. Non sono cosi lontane sul piano concettuale le monarchie illuminate e a quanto pare non ancora scomparse del tutto, nonostante la robusta democrazia occidentale.

    Perché Bagnasco mente. Non c’è bavaglio in uno Stato laico alla testimonianza pubblica di una fede religiosa. Non facciamo che sentire la loro voce e le loro prediche in ogni evento di questo paese. Ogni celebrazione eucaristica lo è e ogni spazio pubblico in cui la Chiesa liberamente interviene lo diventa. Non c’è religione che possa rinunciare alla politica della conversione e che possa pertanto essere privata della sua naturale vocazione all’impegno sociale. Chi lo fa è giustamente condannato senza ombre a livello internazionale.

    Per ogni pratica profondamente spirituale, persino nelle forme più integrali di clausura e preghiera, esiste sempre un lato pubblico di impegno. E se questo è vero per ogni espressione di fede religiosa, lo è particolarmente per quella cristiana, che in Europa ha intessuto insieme al potere politico ogni angolo di storia, ogni scontro, la tensione della dialettica dei poteri ispirando la vita intera dei cittadini dal lavoro al pensiero. Ancora di più in Italia che paga a tutt’oggi il prezzo di avere in casa uno Stato religioso.

    Il punto vero è che la Chiesa di Ratzinger come di Wojtyla vuole altro. Vuole convertire usando il voto dei cittadini con uno spirito di prevaricazione delle competenze che nulla c’entra con la libertà di testimoniare la fede. Vuole controllo e lo vuole assolutamente nel privato. L’unica strada libera per controllare il potere che non ha più ufficialmente. E per farlo non le bastano gli strumenti dell’omelia, dell’oratorio, delle missioni. Vuole farlo mutuando le forme del potere politico o ancor peggio mirando a condizionarle e ad asservirle con la teoria falsa di essere depositari della morale e dell’etica. Errore di contenuto, errore di metodo.

    Il presidente della CEI era distratto forse quando don Tonino Bello nelle sue omelie tesseva il mosaico di un autentico manifesto politico contro la discriminazione degli stranieri, quando Oscar Romero veniva ucciso sull’altare da cui gridava la sua denuncia ai militari di El Salvador e non veniva ricevuto da Wojtila. E’ distratto quando Famiglia Cristiana scrive di discriminazione fascista ai danni degli stranieri. E’ distratto o non è d’accordo. Lui la politica preferisce farla ai meeting dei potenti, alla vigilia dei referendum, quando vorrebbe decidere al posto di ogni uomo e di ogni donna come fare l’amore, come concepire figli, come costruire una famiglia e come morire. Una tela di ragno velenosa che forse nemmeno il Parlamento italiano può tessere più con tanta disinvoltura.

    29/08/2008 Il dialogo è necessario: il messaggio del Meeting di Rimini (Simone Baroncia, http://www.korazym.org)

    Nella penultima giornata riminese del Meeting di Comunione e Liberazione, il dialogo e la libertà religiosa sono stati il filo conduttore della riflessione. Mario Mauro, vicepresidente del Parlamento Europeo, ha introdotto l’incontro "Protezione e diritto di libertà religiosa" con un dettagliato elenco di uccisioni e rapimenti di cristiani e religiosi degli ultimi giorni.


    Ovvio il riferimento ai recenti fatti dell’Orissa che ancora una volta mostrano come la persecuzione per causa religiosa sia un fatto di fronte al quale è necessario prendere posizione. "È ardito esortare i cristiani ad essere ‘protagonisti’; - esordisce monsignor Dominique Mamberti, segretario per i rapporti con gli Stati della Santa Sede - infatti nella mentalità comune è protagonista solo chi raggiunge il successo, ma don Giussani aveva capito che, in realtà, solo l’uomo religioso, cioè consapevole del suo legame con Dio, è veramente protagonista".

    Monsignor Mamberti ha la preoccupazione di far comprendere che la libertà ha bisogno di un fondamento che la possa far sviluppare e questo può essere solo trascendente, "perché solo la fede nell’Assoluto trascendente è garanzia dai falsi assoluti terreni. Solo così non si mette a rischio dignità umana e coesione sociale".

    Il vescovo tiene a ricordare che l’impegno politico dell’onorevole Mauro in sede europea ha portato recentemente all’approvazione di una risoluzione "sui gravi episodi che mettono a repentaglio l’esistenza delle comunità cristiane e di altre comunità religiose". Ciò è stato particolarmente importante in quanto ha "lanciato un messaggio politico ai responsabili di efferati episodi e alle stesse istituzioni europee, non sempre immuni da una sorta di pregiudizio antireligioso e in particolare anticristiano". In occidente infatti non siamo immuni dalle sfide alla libertà religiosa, in un contesto in cui "l’odierna cultura occidentale rischia di contrapporre la libertà alla verità ed alla giustizia".

    Monsignor Mamberti ha poi voluto spiegare com’è strutturata la diplomazia vaticana di cui egli fa parte e come agisce nel campo delle relazioni internazionali in particolare a tutela di questa primaria libertà. "La stessa natura religiosa della Santa Sede e la sua vocazione universale fanno sì che la sua diplomazia non determini le proprie priorità sulla base di interessi economici o politici e che non abbia ambizioni geo-politiche. La priorità della diplomazia pontificia - continua - è l’assicurazione di condizioni favorevoli all’esercizio della missione propria della Chiesa cattolica e alla vita dei suoi membri". Non ci può essere però una vera libertà religiosa se viene intesa come limitata alla sola sfera privata. La dimensione pubblica, collettiva e istituzionale non può essere negoziata.

    "È cartina di tornasole per tutte le altre libertà" dice Mauro per sottolineare che non si sta parlando di uno dei tanti diritti fondamentali, ma di quello "da cui derivano tutti gli altri". "Dove la libertà religiosa fiorisce – spiega il vescovo – germogliano e si sviluppano anche tutti gli altri diritti; quando è in pericolo, anche gli altri vacillano". Perché ciò sia compreso e applicato, "la diplomazia vaticana lavora instancabilmente a più livelli: con le Comunità Europee e il Sovrano Militare Ordine di Malta, oltre che con la Federazione Russa e l’Olp rappresentate presso la Santa Sede da missioni speciali. È poi impegnata in sede Onu e Osce per promuovere la dignità di tutte le persone e dunque combattere la cristianofobia ma anche l’islamofobia e l’antisemitismo". Davanti alla drammatica realtà vissuta da molti cristiani nel mondo, come in Iraq dove oggi la comunità è ridotta alla metà rispetto a quella che era prima del 2003, è necessario "adottare misure concrete per garantire loro di godere della libertà religiosa senza discriminazioni".

    Ciò è possibile attraverso il dialogo che però, come ha detto Benedetto XVI "deve essere chiaro, evitando relativismi e sincretismi, animato da un sincero rispetto per gli altri e da uno spirito di riconciliazione". Ognuno di noi deve essere testimone della verità incontrata, perché "qualsiasi tradizione religiosa solida esige l’esibizione della propria identità. I valori che appartengono alle autentiche convinzioni di fede non sono estranei a quelli che la natura conserva e la ragione raggiunge: sono quindi condivisibili da tutti".

    Conclude l’intervento parlando non solo da diplomatico, ma anche da vescovo, monsignor Mamberti, esortando tutti ad "accettare in prima persona il rischio della libertà e di essere testimoni della verità. Così sarà possibile promuovere anche sul piano politico e diplomatico un’autentica libertà di religione per tutti". La libertà è anche dialogo con la scienza e con la modernità: la fede ha sempre privilegiato un canale particolare nel dialogo con il mondo scientifico.

    Alla domanda: ‘esiste un ruolo per la creatività nella scienza?’ il prof. Costantino Tsallis, responsabile del Centro Brasileiro de Pesquisas Fisicas, afferma: "Io vedo una catena che inizia con la scoperta di qualche cosa che ancora non si conosce. Il secondo anello è la creatività che spinge a fare qualche cosa con quanto si è scoperto, a manipolarlo. E questo porta alla scienza". Una consequenzialità di pensiero e azione che lo scienziato sintetizza prendendo in uso una frase scritta da John Keats nel 1819: "Beauty is truth, truth is beauty" e affiancandola a quanto contenuto nel messaggio che Benedetto XVI aveva preparato per la visita all’Università La Sapienza lo scorso febbraio: "La verità ci rende buoni e la bontà è vera". I tre termini libertà, bellezza e bontà sono stati visualizzati come vertici di un triangolo equilatero. Tsallis ha poi raccontato che da anni sta lavorando sull’entropia. "L’entropia è la spia del bisogno, ma questo concetto oltrepassa il campo fisico e chimico dove è solitamente utilizzato. Il lavoro da me iniziato quasi per caso dal niente ha avuto decine di applicazioni da parte di altri".

    A originare il suo interesse era stato il desiderio di bellezza: "la bellezza nella scienza ha una funzione importante per la scoperta della verità". Mentre il presidente della Pontificia Accademia ‘Pro Vita’ e rettore della Pontificia Università Lateranense, mons. Rino Fisichella, ha ritenuto necessario il dialogo della Chiesa con la modernità, in quanto "noi non stiamo nelle sagrestie, siamo nel mondo", rivendicando un ruolo pubblico per la Chiesa, che porta ‘parole di vita e di speranza’. Ricordando gli episodi di violenza contro i cristiani, avvenuti in India, mons. Fisichella ha ribadito che le morti e le persecuzioni contro i cristiani affermano che "i martiri ci sono ancora oggi come ai primi tempi della chiesa" e queste violenze sono "frutto di un fanatismo che viene censurato dai media solo perché siamo cristiani".

    Infine, nell’incontro "Alle radici della diversità: oltre il multiculturalismo", il prof. Prades Lopez, docente di teologia dogmatica alla Facoltà teologica di Madrid, ha precisato che il multiculturalismo è un fatto che si sta verificando ed al quale bisogna guardare. La sfida è su quale sia l’ipotesi che può farci comprendere meglio questo fenomeno e farci porre in modo ragionevole di fronte ad esso.

    L’ortodosso Mescerinov, superiore della Fondazione del monastero San Daniil di Dolmatovo, ha parlato del rapporto tra Chiesa, società e Stato in Russia. Ha messo in rilievo che compito della Chiesa è quello di educare il popolo: ma questo presuppone che la Chiesa abbia forza dentro di sé e che la società avverta di avere bisogno della Chiesa. Invece la società è più grande della Chiesa e la schiaccia, cercando di infiltrare in essa principi laici: "Condizione perché possa parlarsi di multiculturalismo è che sia presente una cultura; invece il comunismo ha smantellato la cultura russa e questo è di ostacolo affinché esso possa attuarsi".

    Ma al Meeting di Rimini si è parlato anche di ‘Persona e impresa: valorizzazione e merito’ con l’on. Pierluigi Bersani. Il presidente della Compagnia delle Opere, Bernhard Scholz, parte dalla domanda che molti giovani gli pongono: "La domanda che tanti giovani mi pongono è sulla possibilità della valorizzazione dell’individualità del singolo lavoratore anche in un grande gruppo". Il ministro ombra dell’economia Pierluigi Bersani afferma: "Quella del merito è parola da maneggiare con cautela. Tutti pensano di aver merito, io preferisco concentrarmi su altre due parole: libertà e cambiamento. Non c’è merito senza libertà. Anche le ‘lenzuolate’, le liberalizzazioni delle quali sono stato promotore, non erano tanto riorganizzazioni di sistema. Lo spirito è quello di rendere libero il mercato affinché sia permesso ai giovani di trovare lavoro per ciò che hanno studiato. Non è possibile studiare da farmacista se non ci sono le farmacie".

    Riguardo al secondo termine, cambiamento, precisa che "la più grande dissonanza che un giovane può affrontare è quella di trovare un lavoro diverso da quello per cui ha studiato", ritenendo l’unico rimedio la continua innovazione. Un elemento importante è "la liberazione di tutti dalla dipendenza dai bisogni primari". Infine è necessario sottolineare l’enorme successo di due mostre: "Dall’amicizia all’azione, dall’azione all’amicizia. Giuseppe Tovini", che è stata visitata da oltre 6000 persone; e "Libertà va cercando, ch’è sì cara. Vigilando redimere", la quale ha visto un immenso flusso di visitatore incessantemente e costante per tutta la settimana e la cui fila invadeva gli altri padiglioni fieristici. Il più importante aspetto della mostra è stato fornito da testimonianze di chi è direttamente coinvolto nella vita delle carceri, documentazione di una presenza che fa rinascere la speranza in un ambiente dove non si dovrebbe aver più speranza.

    Per concludere questo fil rouge giornaliero da Rimini non ci resta che citare le parole del segretario di Stato, Giovanni Battista Montini, futuro Papa Paolo VI, che nella prefazione alla biografia di Giuseppe Tovini nel 1953 scrisse: "Bisogna che i cattolici italiani non trascurino il culto dei loro predecessori nella lotta per conservare alla nostra trasformata società i tesori della tradizione cristiana, e che abbiano essi stessi coscienza d’essere di tale tradizione e eredi, e custodi, e promotori, quasi anelli dell’aurea catena che da Cristo arriva ai tempi nostri e ai venturi si tende".

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