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  • 10/07/2008 Ragazzi, la vita non è un palcoscenico (Vincenzo Andraous tutor Comunità Casa del Giovane)

    Ricerca personalizzata

    Una classe di un liceo lombardo, adolescenti molto colorati, qualcuno incuriosito, in attesa di saperne di più di quest’incontro.

    Il luogo del confronto la Comunità Casa del Giovane, i temi da trattare bullismo, droga e  carcere, argomenti di una socialità vissuta sopravvivendo, nella sfrontatezza degli anni corti, quelli che non posseggono ancora residenza.

    “Avete sentito di quei ragazzi che hanno menato un compagno fino a mandarlo in ospedale?

    Sì, a volte succede, bisogna vedere cosa ha fatto il ragazzo, sarà sicuramente il solito sfigato”.

    Il solito sfigato è chiaramente quello più debole, più fragile, out rispetto al gruppo in agguato, è quello lasciato indietro.

    Qualche canna me la faccio, ma non sono un tossico, il fumo non è droga pesante, somiglia a un paio di birre bevute in fretta, è roba normale”.

    Normale come guidare un auto “prelevata” e andare a sbattere a 140 all’ora contro un platano, tra una risata sguaiata e l’altra, mentre l’amico seduto al tuo fianco, meno fortunato di te, c’è rimasto secco.

    A 14 anni è facile indossare l’abito del duro, per essere ammirati all’interno di quel recinto che viene prima di ogni altra cosa, della famiglia, il cui rapporto è rarefatto, con gli insegnanti è fittizio, mentre con gli “amici” è vitalizzato da “segni e scatti” che caratterizzano il plotone, al punto da relegare in un  angolo il morso della colpa, della vergogna, un fastidio delle regole percepite per ripudiarle alla bisogna.

    “Io non ho paura di niente, non mi fido di nessuno, il mondo è popolato di gente che è lì per fregarti”.

    Proprio questo modo di pensare e di agire nell’illusione di risolvere da soli i problemi,  conduce allo sbaraglio, a imbattersi improvvisamente con la realtà aspra dei dazi da pagare, perché questo è certo, prima o poi si pagano e molto pesantemente.

    Il carcere non è quello della televisione, non sbarra il passo ai soliti che non siamo noi,  spesso al più furbo toccherà conoscere la solitudine di una cella, le miserie che vi sono ristrette e contenute, se continuerà a guarderà allo sfigato di turno come a una cosa, a un animale, a cui è possibile rapinare la dignità e il rispetto, intesi come prodotti reperibili al supermercato dei sentimenti.

    Non ci troviamo casualmente in questa comunità, dove centinaia di ragazzi affrontano quotidianamente  la salita,  per affrancarsi dall’abbandono a se stessi, dalla rabbia di un momento o di anni umiliati e sconfitti.

    “Tu a 14 anni hai capito tutto quanto, io che ti sto parlando ho impiegato una intera vita spesa male per rendermi conto che il futuro non è un palcoscenico da cui puoi salire e scendere a piacimento, o un’ abitudine a  privilegiare la via più corta e facile, ma lastricata di sfigati, come dici tu, lasciati  indietro senza un sussulto di DIGNITA’.

    10/07/2008 Un uomo saggio crea più occasioni di quante ne trova (Vincenzo Andraous tutor Comunità Casa del Giovane)

    Don Franco se ne va, lascia la Comunità Casa del Giovane, va a fare il parroco.

    Emanazione di don Enzo Boschetti, il fondatore di questa grande casa, Don Franco va a formare sempre nuove e mature personalità, come prosecutore di una profezia d’amore.

    Tra i fogli sparsi sulla mia scrivania ho trovato sottolineata una frase: un uomo saggio crea più occasioni di quante ne trova.

    Questo mi fa pensare a quegli uomini che molto hanno fatto, continuano a fare, facendolo bene, soprattutto per quanti sono ultimi e affaticati della loro vita, spesso avendone sprecato il meglio.

    Una persona rivolge lo sguardo al cielo, riconosce le sembianze di Dio, senza averlo mai visto, ne percepisce il calore, la prossimità, la forza con cui indica la strada da percorrere ai ciechi, agli ottusi e ai conclusi.

    Ogni giorno incontro sul mio cammino incognite e false certezze,  brandelli di me stesso in rettangoli dove confrontare le mie trepide attese, in un tempo necessario a scoprire un compagno di viaggio importante, in un tragitto iniziato insieme, un pezzo di strada percorso con i palmi delle mani a sfiorarsi.

    Servire il fratello non è solo uno slogan, è di più, resiste alle intemperie umane confidando in  questa premessa-promessa di amore e di fiducia.

    Se è vero che Dio si mostra in tante maniere, molteplici domande, è anche più vero che è possibile scoprirne la presenza in tante facce, orme digitali indelebili, lasciate qua e là, pezzi di storia che ci consentono di sopravvivere a esperienze quasi mortali, a dolori molto più seri delle tante parole spese male.

    Segni e suoni di Fede, dentro la forza di un uomo che ha attraversato la mia strada, mi ha condotto alla sua grande casa, insegnandomi che per rispettare gli altri, occorre dapprima rispettare se stessi, nel volersi un po’ più bene.

    Quando ho conosciuto quest’uomo, non sapevo nulla dell’importanza del contatto degli occhi e della direzione dello sguardo, non sapevo neppure dell’importanza di un’amicizia senza calcolo d’accatto, che offre respiro a una esistenza costretta ai ceppi, un’amicizia ben oltre la  condanna.

    Se penso al mio amico che sfreccia con la sua bicicletta per le strutture della Casa del Giovane, per le strade della città,  mi rendo conto che gli devo molto, non solamente perché mi aiuta a credere con fede attiva, infatti vedendo lui, comprendo che Altro lo spinge avanti, a intuire, a creare, a fare bene, dentro il bene che c’è negli altri.

    Se fossi capace anche solo per un momento di imitare don Franco, di certo potrei riconoscermi come il più vero dei rivoluzionari, quello che sà parlare al cuore  e alla mente degli uomini, al punto da fare rinnegare gli anni passati a usare il fratello come uno sgabello ai propri piedi.

    Tanto tempo fa scrissi sul muro di una cella che Dio era morto proprio lì dentro, poi su un foglio bianco, senza più panico e ricatto, scrissi della riemergenza dagli inveterati luoghi comuni, creati a misura da una ingiustizia ipocritamente senza errore.

    Qualcuno mi insegnò una nuova punteggiatura con cui fare i conti, guardare avanti con fede che è speranza, attraverso sensibilità differenti ma con bene impresso il dovere delle responsabilità, intraprese con questo servizio, in risposta alle urgenze dei più diseredati, avendo in ogni frangente come riferimento questa comunità, nella consapevolezza di un  progetto comune,  indipendentemente dalla fede che ognuno professa, per ritrovare equilibrio e un senso da dare alla propria esistenza.

    Siamo sempre insieme don Franco.

    10/07/2008 A quale scopo una pena distruttiva e immutabile? (Vincenzo Andraous tutor Comunità Casa del Giovane)

    articolo sulla legge Gozzini

    Come è possibile proporre di abrogare la legge Gozzini, una normativa che negli anni ha consentito di migliorare le persone in carcere, di fare davvero promozione umana, una prevenzione non fondata sulla vendetta, su quei sentimenti che non consentono giustizie sociali né pace per alcuno?

    Perché è vero: la violenza regna dove l’ingiustizia ingrassa.

    Conosco il sentire comune del “chi sbaglia paga” e la difficoltà a coniugare una giusta e doverosa esigenza di giustizia da parte della vittima di un reato, con una possibilità concreta di riscatto e riparazione in chi ha offeso l’altro.

    Pagare il proprio debito alla società non può significare la creazione di una nuova dimensione di violenza, in una pena distruttiva e immutabile, che non consente di fare i conti con il peso delle proprie colpe, con le lacerazioni che hanno prodotto la rottura del vivere civile.

    Quanto è difficile chiedere perdono in queste condizioni?

    E quanto essere perdonati?

    Ciascuno vive il suo presente in funzione delle scelte fatte nel passato, non per un sottile gioco delle maschere, ma perché le azioni del cuore, se non condivise, non consentono di essere scelte.

    Allora ricostruirsi sottende capacità e forza per riparare al male fatto, richiama l’altro-gli altri ad accorciare le distanze, affinché l’uomo chieda perdono non con le parole, nè con la pietistica abbinata alle più alte autorappresentazioni, bensì nei gesti ripetuti, nei comportamenti quotidiani.

    Rimangono le responsabilità e gli abissi dell’anima, nulla è cancellato, niente è dimenticato, ma sentire dentro il bisogno di perdonarsi, di avere pietà di se stessi, indica la via maestra per l’altro bisogno: essere perdonati per ciò che si è nel presente, nella consapevolezza degli errori disegnati a ogni passo in avanti, condividendo quel bene comune che è intorno a noi.

    Perdonarsi e chiedere perdono è voce che parla al cuore con note forti, per tentare di tramutare l’ansia e il dolore delle vittime in una riconciliazione che sia cambiamento fruibile per la collettività tutta.

    Penso che una vendetta che ripara teatralmente non produca nulla di positivo, e neppure un carcere che mantenga inalterata la follia lucida di chi ha commesso un reato.

    Accontentarsi di chiedere maggiore severità nelle pene da espiare, induce la persona detenuta a convincersi di aver pareggiato il conto, di aver pagato quanto dovuto.

    Invece, riconoscere il bisogno di perdonarsi e perdonare, sottolinea l’urgenza di un percorso umano ( non solo cristiano ) nella condivisione e reciprocità, nell’accettazione di una possibile trasformazione e di un fattivo cambiamento di mentalità.

    Cancellare la Riforma Penitenziaria o legge Gozzini? 

    A ognuno di noi spetta il compito di diventare un entronauta, un viaggiatore contempl-attivo, persino in carcere, in una pena finalmente accettata e vivibile.

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