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  • 03/03/2007 La televisione della commiserazione e dell’ invettiva (Vincenzo Andraous)

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    Accade sempre più sovente che personaggi pubblici, di quelli che bucano il video, che guadagnano milioni di euri per contratto televisivo o per pensione acquisita, dimentichino che, sì, la storia è creata dagli individui, ma solamente se determinata dall’azione del soggetto in questione.

    Succede non di rado che dal video sbuchino volti sorridenti, che nel tentativo di condurci per percorsi educativi, scelgono di mostrarci strade esistenziali più o meno morbose, più o meno inebetenti, più o meno costruite a misura per quelle fragilità collettive, ereditate di generazione in generazione, e alimentate dalle ingiustizie sociali e generate dal benessere da raggiungere… a tutti i costi.

    Questi famosi conduttori, che non sono quelli della famigerata “ isola”, ma fiore all’occhiello dell’etere nazionale, irrompono nelle nostre coscienze senza mai prospettarci una incertezza, infondendoci certezze salvifiche, con l’unico risultato di gettare chi è già nel panico esistenziale, in un inquietante stordimento.

    Qualcuno insiste a dire che la televisione occorre ingurgitarla a piccole dosi, è un consiglio che quasi mai viene preso in considerazione, eppure nell’ascoltare le parole e nell’osservare gesti dei professionisti dello spettacolo e della politica c’è la conferma della pericolosità di questa televisione, perché continuamente la commiserazione e l’invettiva sono piccole interpretazioni, che diventano pura duplicazione di atteggiamenti privi di un linguaggio comprensibile, quindi ancor meno condiviso.

    Quando la televisione attrae per mezzo di eroicità inconcludenti, con volti sorridenti ma senza capacità di accompagnamento educative, rimangono le tante fisicità, non certamente le intuizioni mentali, eroi televisivi appunto, distanti anni luce da ciò che l’eroe non è e non deve essere.

    Qualunque persona di buon senso intuisce che non è possibile conversare se non si è almeno in due, figuriamoci se siamo in tanti e conversiamo unicamente con noi stessi.

    Chi attraverso la televisione accetta la sfida del secolo, cioè del cambiamento, partecipando alla costruzione dell’avvenire, dove nessuno è condannato a vincere per essere il migliore, non ha necessità di possedere sempre tutte le risposte, mentre per le domande c’è tempo un’altra volta.

    In conclusione, forse è il caso, per chi pensa di avere doti soprannaturali, di reperire l’umiltà sufficiente per reinventarsi, per riprogettare un linguaggio che non propone commiserazione, ma spirito critico, proprio come il famoso grillo parlante, interprete propositivo della realtà in cui vive.

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