04/12/2006 L’umanità della speranza (Vincenzo Andraous)

Indulto, finanziaria, riforme, sono scosse telluriche che provocano cedimenti istituzionali, come sulla Giustizia minorile e la disinformazione dilagante che erroneamente addita il minore imputabile un giorno dopo il compimento del quattordicesimo anno di età. Eppure nella comunità Casa del Giovane di don Franco Tassone dove da anni svolgo attività di tutor vengono accolti giovanissimi di dodici-tredici anni, a seguito di interventi mirati da parte dei Servizi Sociali per minori, i quali si pongono a mezzo e tutela del minore, quando è provata la disgregazione del nucleo familiare, quando persiste l’evasione scolastica, nonché il rischio ricorrente di comportamenti che sono di per sé gia reati contestabili.

Forse occorre pensare a quel dodicenne che commette un reato, a quanto poco conosciamo di questo ragazzo, e quanto quella sua irresponsabilità sia somma e detrazione di una responsabilità che appartiene ad un pubblico ben più adulto.

Quale carcere e quale pena sono giuste per un adolescente che non sa riconoscere ancora sentimenti complessi e ruoli ben definiti?

Questa domanda non autorizza nessuno a sentirsi escluso dal fare i conti con una risposta che obbligatoriamente coinvolge ognuno.

Davanti ad accadimenti tragici, che scompongono le coscienze, è chiaro che sale alta una esigenza doverosa di Giustizia nei riguardi delle vittime, ma non bisogna dimenticare che al di là delle innovazioni, del tavolo di mediazione, di una procedura penale che custodisca umanità e speranza, c’è il minore e la sua fatica ad accettare le regole.

Se è più facile lasciarsi andare all’emotività e chiedere un inasprimento delle pene, nel comodo rifugio: “ tanto non accadrà mai ai miei figli”, occorre pensare

ai tanti giovani nelle comunità, che cadono e si rialzano, e di fronte alle delusioni, ai fallimenti, al disagio esistenziale di un minore, alle eredità conflittuali lasciate sulle loro spalle, persino davanti al disagio psichico, è forse meglio perdere una battaglia, per vincere la guerra, per non assuefarsi alle facili conclusioni che alimentano paure e insicurezze, e soprattutto interrompono quel collante che tiene insieme una società. Una società che sa recuperare, che produce “ il bene “ nel nome della centralità dell’uomo, è una società che riconosce il valore della libertà, e libertà sottende capacità di sostenere una scelta. Anche la più difficile.