04/12/2006 Società non è solo una parola (Vincenzo Andraous)

L’indulto è stato concesso, sul numero dei rilasciati tengono banco le risse su dati e percentuali, mentre sugli ex detenuti dispersi per le strade neppure s’é pensato a dar loro un posto di lavoro…..foss’anche a contratto a progetto. Eppure qualcuno mi ha insegnato che NOI siamo la società, non gli altri, “società” non è solo una parola detta in fretta per non dire nulla, quindi NOI possiamo e dobbiamo migliorarci.

Ogni tanto in quest’Italia dai sobbalzi disincantati ci accorgiamo della presenza di problemi che rimangono insoluti.

Problemi di equità legati alla nascita di una Giustizia alta, perché giusta, che fanno irruzione ogni qualvolta vengono intaccate garanzie e diritti ritenuti inalienabili.

Problemi che ci riguardano da vicino, nelle persone ammanettate, arrestate, condotte in carcere, prelevate sul posto di lavoro, nella propria abitazione, poste in isolamento, e poi rilasciate a seguito di interrogatori chiarificatori. Persone che nel frattempo sono rimaste schiantate dall’incontro devastante con una realtà carceraria disperata e disperante, dove il rispetto della dignità ha lasciato il posto all’indifferenza, al punto da diventare consuetudine. Persino l’umanità non ha più un solo volto, ma doppie e triple identità, a seconda dell’esigenza più prossima. Il risultato di questa azione di Giustizia è poco rassicurante, è bestemmia l’errore grossolano, è insopportabile la lacerazione disgregante per l’ingresso precipitoso in un luogo di dolore così profondo come il pubblico disprezzo. E’ un disagio che aggredisce, è terrificante l’impatto con la follia lucida di uno spazio ristretto e di un tempo dilatato a dismisura, dove rumori e suoni sono grida inascoltate, come in una cella.

E’ uno scontro impari, ci riconsegna le persone cambiate, perché sovente ne escono distrutte, ma non trasforma le nostre eleganti ipocrisie, le nostre belle e comode certezze: “ perché a noi non potrà mai accadere”.

Improvvisamente ci accorgiamo però che in carcere ci finisce il commerciante, come l’operaio, il docente come il giudice, allora il mondo crolla come i suoi falsi miti, e le parole vengono meno. Ci scandalizziamo sempre…o quasi, con il senno del poi, cultura questa che sottoscrive la nostra ottusità e cecità verso l’altro, il nostro egoismo, per cui gli altri sono comunque estranei, tutto mi è estraneo, finchè non tocca me. Forse sarebbe più consono per ognuno, per il mio pari e per lo straniero che è in me, comprendere una volta di più, l’importanza di mostrare ciò che si è, nel momento più difficile, perché proprio in questa durezza c’è la possibilità di crescere INSIEME, di liberarci davvero delle ipocrisie consolidate.

Una crescita che accompagna la nascita di un nuovo progetto esistenziale, dove mettere in atto la nostra capacità e il nostro coraggio di trasformare noi stessi e ciò che ci circonda.