Dall'Africa arrivano malaria,
leishmaniosi e febbre del Nilo. Il dossier di Legambiente (SCARICA)
Mentre a Nairobi la Conferenza sui
mutamenti climatici entra nella fase delle decisioni politiche,
Legambiente presenta tutti i dati dell’impatto non futuro, ma attualissimo,
dei cambiamenti climatici sulla vita degli italiani.
«Il nostro Paese – ha detto il direttore generale di Legambiente
Francesco Ferrante, illustrando il dossier – si trova ai margini meridionali
della zona temperata, per questo è uno dei più colpiti dalla rottura degli
equilibri climatici. Arrivano malattie importate dall’Africa, animali e
piante tropicali attaccano la nostra biodiversità, si intensificano
alluvioni e siccità, compaiono le prime aree semi-desertiche. In Europa
dovremmo essere i più pronti e reattivi nello sforzo di riduzione delle
emissioni di anidride carbonica, che sono la causa principale di questi
sconvolgimenti e che derivano in larga misura dalla combustione di petrolio
e gas nell’industria, nel settore residenziale, nei trasporti e in
particolare nel trasporto su gomma. Invece fino adesso siamo stati la
“maglia nera”: dal 1990 le nostre emissioni di anidride carbonica dovrebbero
ridursi del 6,5% entro il 2012, ad oggi sono cresciute di quasi il 15%.
Serve una decisa conversione a U, il nostro appello al governo Prodi è di
consolidare e potenziare nei prossimi mesi i positivi segni di svolta di
questo inizio di legislatura. La Finanziaria prevede risorse e incentivi per
promuovere l’efficienza energetica e spingere le energie pulite come il
solare e l’eolico, insieme ad altre misure come la revisione delle tasse
automobilistiche che aiuta a disincentivare il trasporto su gomma: è la
direzione giusta, ma bisogna accelerare o i costi sanitari, sociali,
ambientali per la collettività finiranno presto fuori controllo».
14/11/2006 Kyoto, la timidezza dell'Europa (Daniele Calza Bini e Andrea Cocco, www.lanuovaecologia.it)
Le Ong accusano Francia, Germania e Uk:
«Chiariscano obiettivo negoziati»
LINK: Unfcc È
un’Unione europea timida, quella fino ad ora vista a Nairobi, e poco
convinta del ruolo di leader dei negoziati sul clima di cui pure ama
fregiarsi. Uno scarso impulso verso impegni futuri più ambiziosi nella lotta
ai cambiamenti climatici, un apporto come mediatore al di sotto delle
aspettative. «l’atteggioamento degli europei – si legge in un comunicato
stampa diffuso dal Can, la rete delle organizzazioni non governative qui
presenti – crea confusione e semina dubbi. I 25 devono chiarire con urgenza
la loro posizione rendendo noto l’obiettivo che intendono raggiungere con
questi negoziati». Sotto accusa in particolare Francia, Germania e Gran
Bretagna che vengono esortate a mantenere le promesse fatte alla vigilia del
vertice. Si tratta in primo luogo dell’impegno a definire un percorso che da
qui a due anni dovrebbe portare alla ridefinizione del protocollo di Kyoto,
attraverso una serie di modifiche da attuare a partire dal 2012 e che
qualcuno già chiama Kyoto 2. «Cosa sta facendo l’Unione europea per la
definizione di nuovi impegni di riduzione delle emissioni dei gas
climalteranti?» si chiede il Can. Nel 2005 i 25 avevano reso noto la loro
intenzione di andare verso un abbattimento sostanzioso dell’anidride
carbonica e degli altri gas previsti nel protocollo, con riduzioni tra il 15
e il 30 per cento entro il 2020 e del 60-80 per cento entro il 2050.
Prospettiva che tuttavia è scomparsa dai documenti ufficiali pubblicati alla
vigilia della Conferenza di Nairobi e viene rigorosamente taciuta nelle
sedute plenarie del vertice.
Ma è soprattutto sulla definizione di uno stringente programma di
lavori per l’approvazione del Kyoto 2 che si notano le maggiori lacune di
Bruxelles. «Gli stati – sottolineano le organizzazioni ambientaliste –
devono mettersi d’accordo per concludere i propri lavori entro il 2008 ed
evitare così una dannosa cesura tra il primo e il secondo periodo di Kyoto».
Sull’argomento tuttavia manca ancora una posizione unitaria all’interno dei
25. Mentre alcuni sono convinti della necessità di concludere i negoziati al
più presto, altri pensano a tempi più dilatati che potrebbero far slittare
il l’accordo anche di alcuni anni. Ipotesi quest’ultima che oltre a
sottovalutare l’urgenza di un contrasto efficace ai cambiamenti climatici,
creerebbe anche una forte incertezza nel primo periodo di adempimento del
Protocollo, rischiando di mandare un messaggio sbagliato a governi e settore
industriale. «Una cosa è chiara – conclude il Can, nel suo comunicato
inviato alla delegazione europea – se l’Unione è veramente intenzionata a
contenere l’aumento della temperatura globale entro i 2 gradi centigradi –
considerato come un limite estremo di sopportazione del pianeta – deve
esprimere chiaramente qui a Nairobi ciò che è imperativo fare per non
rischiare di mancare l’obiettivo».
13/11/2006 I Masai chiedono i danni (Daniele Calza Bini e Andrea Cocco, www.lanuovaecologia.it)
Nella sede dell'Onu i lavori della
Conferenza sul clima procedono a rilento. Fuori, il corteo dei popoli
africani e asiatici
LINK: Unfcc
Un migliaio di persone hanno sfilato
sabato per le strade del centro di Nairobi chiedendo ai governi, riuniti
nella sede dell’Onu, di agire immediatamente per far fronte ai cambiamenti
climatici in atto. A manifestare, insieme alle organizzazioni non
governative che hanno promosso l’evento, i cittadini di Nairobi, oggi
letteralmente soffocata dai fumi del traffico. Tante anche le delegazioni
venute da fuori. Avvolti nelle tradizionali stoffe rosse c’erano i Masai,
una delle più numerose etnie del Kenya, venuti a Nairobi per chiedere un
risarcimento ai paesi industrializzati per i danni generati dai gas serra e
il conseguente surriscaldamento del clima.
«I paesi industrializzati sono responsabili del riversamento ogni
anno di miliardi di tonnellate di anidride carbonica nell’atmosfera – dice
Sharon Sian Looremetta, rappresentante kenyota dell’associazione Practical
Action – e oggi a pagare sono i popoli come i Masai, costretti ad assistere
inermi alla strage del proprio bestiame decimato dalla siccità prolungata».
Gli fa eco Nafiza Goga D’Souza, dell’organizzazione indiana Laya,
sottolineando come circa il 60 per cento della popolazione indiana è oggi
esposta agli impatti di un clima impazzito. «I villaggi dei pescatori lunghe
le coste, i pascoli delle zone aride, i ghiacciai delle zone montagnose, le
foreste: in India – racconta Nafiza – possiamo contare almeno sei ecosistemi
diversi, ognuno con la propria biodiversità, ma ognuno seriamente minacciato
dai risultati dell’attività umana».
Eppure all’interno della sede Onu di Nairobi dove è in corso la
Conferenza sui Cambiamenti climatici, la richiesta di un’azione urgente e
sostanziosa non sembra costituire una priorità. I negoziati, proseguiti
tutta la scorsa settimana, sono incagliati nelle strategie diplomatiche
messe a punto dalle delegazioni in nome degli interessi di singoli governi.
Il fronte anti Kyoto, con in testa Australia, Canada e Stati Uniti, rema
contro qualsiasi nuovo impegno che possa mettere in discussione una crescita
economica fondata sui combustibili fossili. Dall’altro lato i paesi in via
di sviluppo, e soprattutto le economie a forte crescita, si irrigidiscono
all’idea di una loro partecipazione sempre più attiva nella riduzione delle
emissioni di gas a effetto serra. Mentre l’Unione europea non esercita con
sufficiente energia quel ruolo di leadership che ci auspicava.
Risultato: si procede a rilento soprattutto sulla revisione del
Protocollo di Kyoto, prevista dall’articolo 9 dello stesso testo. Un
passaggio cruciale, la revisione del protocollo, così come è fondamentale la
sottoscrizione da parte dei paesi industrializzati di nuovi impegni di
riduzione per il periodo successivo al 2012. La speranza è che i negoziati
si sblocchino, come successo in passato, con l’arrivo al tavolo delle
trattative dei ministri. Quanto all’obiettivo sarà cruciale uscire da
Nairobi con un programma dettagliato e un accordo di massima sui contenuti
del Protocollo di Kyoto nel periodo successivo al 2012. «Bisogna fare in
modo – ripetono le Ong ambientaliste – che un accordo complessivo sul
periodo successivo al 2012, sia negoziato entro il 2008 per garantire
consequenzialità alle azioni di contrasto sui cambiamenti climatici».
10/11/2006 L'onda lunga di Washington (Daniele Calza Bini e Andrea Cocco, www.lanuovaecologia.it)
Dopo la sconfitta di Bush gli
Stati uniti ratifichernno il Protocollo di Kyoto? Intanto i paesi in via
di sviluppo temporeggiano
LINK: Unfcc
Giunge fino al complesso delle Nazioni
Unite di Nairobi, l’onda lunga delle elezioni di medio termine negli
Stati Uniti. Se ne parla, ci si interroga, si tenta di capire quali sono le
reazioni. La sconfitta dei repubblicani al Congresso americano aprirà una
breccia nella politica anti-Kyoto dell’amministrazione Bush? Washington
ratificherà finalmente il protocollo?
«Il terremoto elettorale americano – si legge sul bollettino
informativo diffuso qui a Nairobi dalle organizzazioni non governative –
apre importanti spiragli per la futura politica su clima e energia degli
Stati Uniti. Nel programma elettorale dei democratici – prosegue l`articolo
– c’è un punto specifico che riguarda la diminuzione della dipendenza da
combustibili fossili attraverso il rilancio delle rinnovabili e investimenti
nelle tecnologie pulite» La speranza è che il nuovo Congresso, a cui presto
potrebbe associarsi un nuovo Senato anch’esso a maggioranza democratica,
pianifichi sin dal suo primo anno di attività un intenso programma
legislativo sul fronte dell’energia. Nuovi fondi per la ricerca sulla
produzione di energia, incentivi per i bio diesel e per l’installazione i
pannelli solari. «Questi – spiega uno dei rappresentanti delle ong
statunitensi giunte in Kenya a seguire la Conferenza Onu sui cambiamenti
climatici – sono tutti argomenti che dovranno essere discussi da subito in
parlamento».
Ma l'auspicio di un cambio repentino, che accomuna qui anche diverse
delegazioni governative e non da ultima quella europea, si riduce se si
parla della tanto attesa ratifica del Protocollo. Gli Stati Uniti sono il
paese più inquinante, il primo produttore mondiale di gas a effetto serra,
con un aumento delle emissioni che nel 2004 ha portato a oltre 7 miliardi di
tonnellate l`ammontare di anidride carbonica riversata nell`atmosfera. Ma
per vedere l`accettazione da parte della Casa Bianca di limiti
internazionali vincolante sulla produzione di climalteranti bisognera`
ancora attendere. Almeno fino alle elezioni presidenziali e
all’insediamento, previsto nel gennaio del 2009 di uno nuova amministrazione
alla Casa Bianca – dicono i più informati – Premere ora della ratifica del
protocollo- spiega un`ambientalista possa cambiare idea alle presidenziali.
Fuori dalle sedute negoziali, nei corridoi del Complesso Hariri di
Nairobi, la posizione statunitense non sembra preoccupare piu` come un
tempo. Fino ad ora nel corso delle discussioni cominciate il 6 novembre, la
delegazione di Washington ha mantenuto un profilo veramente basso,
intervenendo solo in rare occasioni. Gia scossa per un calo generale di
popolarita`, l`amministrazione Bush ha ricevuto in questi ultimi mesi una
serie di batoste in tema di cambiamenti climatici. Basti pensare al
pacchetto di misure per un`ambiziosa riduzione dei gas serra approvato dal
governo conservatore della California.
Oggi la preoccupazione maggiore è piuttosto il sorgere di una
frattura netta tra i governi dei paesi industrializzati e quelli dei paesi
in via di sviluppo, in parte rappresentanti dal Gruppo dei 77 più la Cina.
Lo ha dimostrato la lunga seduta negoziale che si è tenuta ieri a proposito
della verifica e del miglioramento del Protocollo di Kyoto. Un autentico
muro contro muro tra i 134 paesi rappresentati dal G77 più Cina e il resto
delle delgazioni, che è risolto in nulla di fatto. L`oggetto del contendere
è sempre lo stesso. I paesi in via di sviluppo sono assolutamente contrari
ad avviare discussioni formali su possibili impegni vincolanti che li
coinvolga nel futuro di Kyoto. «È troppo presto- dicono – vogliamo prima
vedere se i paesi industrializzati stanno effettivamenbte rispettando i
propri impegni di riduzione».
09/11/2006 La conferenza si chiude il 17 novembre. Nairobi, la parola degli ambientalisti (Daniele Calza Bini e Andrea Cocco, www.lanuovaecologia.it)
Al grido «il tempo è oro» popoli
indigeni e società civile irrompono al vertice sui cambiamenti
climatici. «Servono azioni concrete, rischiamo la catastrofe»
LINK: Unfcc
finalmente uno spiraglio anche la società civile, rappresentata qui a
Nairobi dalle delegazioni delle organizzazioni ambientaliste e dei popoli
indigeni. L’occasione è stata la riunione sugli impegni dei paesi
industrializzati nel periodo successivo al 2012 (l’Ad hoc Working Group).
L’argomento in discussione: la quantità di emissioni di gas serra che le economie avanzate sono disposte
a tagliare entro il 2020 e nei decenni successivi. «Il tempo è oro - ha
detto il rappresentante delle ong ambientaliste di tutto il mondo, riunite
sotto l’ombrello del Climate Action Network (Can) - e noi non possiamo
permetterci ulteriori ritardi perchà se non agiamo ora il cambiamento
climatico molto probabilmente si tradurrà in una catastrofe». Un punto di
vista molto critico quello offerto dalle organizzazioni ambientaliste del
Can, che ha spezzato la monotonia dei discorsi misurati e spesso nebbiosi
fatti dalle delegazioni governative. E il dito è puntato soprattutto contro
quei governi che, attraverso argomentazioni fuorvianti o il continuo uso del
diritto di parola, stanno tentando di far slittare a tempo indeterminato le
trattative. «Chi non agisce in buona fede - ha dichiarato il delegato del
Can di fronte all’assemblea delle delegazioni governative – deve rivedere la
propria posizione per il bene del pianeta e dell’umanita. E citiamo il caso
del Canada, visto che il suo attuale governo si e` allontanato dagli
obblighi sanciti dal Protocollo».
La questione chiave affrontata nelle discussioni di ieri è stata la
messa a punto di un programma di lavoro per far procedere il più
speditamente possibile le trattative. Il fronte anti Kyoto, che riunisce tra
gli altri Australia, Canada e Arabia Saudita ritiene essenziale lo studio e
la produzione di nuovi dati scientifici sui cambiamenti climatici e sulla
quantità di gas serra rilasciati nell’atmosfera, prima di stabilire la
quantità di emissioni che ciascun paese dovrà tagliare. Una questuione
fittizia, come è stato sottolineato, visto che i dati a disposizioni oggi
sono in realtà più che sufficicienti per iniziare a parlare di percentuali
di riduzione. Ma di numeri fino ad ora non c’è traccia. L’unica delegazione
a parlarne in modo ufficiale è stata fino ad ora proprio quella del Can,
ribadendo che, i paesi industrializzati dovranno abbattere, entro il 2020,
il 30 per cento delle emissioni di gas serra, se si vuole evitare che il
surriscaldamento del clima superi i 2 gradi centigradi, ovvero il limite
massimo di sopportazione del nostro ecosistema.
A richiamare i paesi industrializzati alle loro responsabilità sono
stati anche i paesi in via di sviluppo, e i piccoli stati insulari, i più
minacciati di fronte al cambio del clima. «Quando il surriscaldamento
globale avrà raggiunto i 2 gradi – ha amminito il rappresentante del piccolo
stato di Granada – allora dovremo solo attendere la scomparsa di paesi come
il nostro, già pesantemente colpiti dall’innalzamento del livello degli
oceani». A fargli eco le dichiarazioni della delegazione indonesiana che ha
parlato del rischio concreto, da qui al 2070, della scomparsa di oltre 2000
isole oggi parte dell`archipelago, e del conseguente desplazamento di almeno
200 mila persone.
Dagli ultimi banchi della grande sala assembleare dell’Onu a Nairobi
si sono infine levate le voci dei popoli indegeni riuniti qui in un Foro per
i cambiamenti limatici. «Riaffermiamo i nostri diritti sulle nostre risorse
naturali, terre e territori che rappresentano la base essenziale della
nostra stessa esistenza – ha esordito Teobaldo Hernandez, del popolo
panamense dei Kuna – e chiediamo che la minaccia del cambio climatico sia
affrontata sulla base dei diritti umani». Assordante è infatti, secondo i
popoli indigeni, il silenzio dei governi rispetto ai diritti delle persone
che più direttamente pagano le conseguenze dello sfruttamento improprio
delle risorse e dell’inquinamento atmosferico. Mentre quasi inesistenti sono
stati gli spazi per una partecipazione attiva delle rappresentanze indigene
del pianeta alle trattative sul clima. «I nostri popoli custodiscono una
conoscenza millenaria sul rapporto con la natura e l`interpretazione dei
segnali climatici – spiega Hernandez all’uscita dell’assemblea – Ma nessuno
qui è disposto ad ascoltarci. Non lo sono stati quando abbiamo preannunciato
in anticipo catastrofi puntualmente verificatesi, e non lo sono nenache oggi
quando diciamo che l’elaborazione dei cosiddetti progetti per uno sviluppo
pulito (i Cdm previsti nel protocollo di Kyoto) non devono essere realizzati
a danno nostro». Il riferimento è ai grandi programmi di forestazione per
uso commerciale approvati in paesi come Colombia, India, Panama, contro il
consenso delle popolazioni locali. Ma questo è un altro capitolo, che
affronteremo a tempo debito.
08/11/2006 La strada dei negoziati (Daniele Calza Bini e Andrea Cocco, www.lanuovaecologia.it)
Alla Conferenza di Nairobi sui
Cambiamenti climatici, procedono in modo serrato le discussioni sul
futuro del protocollo di Kyoto. Ieri si e`conclusa la prima giornata di
discussioni sugli impegni di riduzione nel periodo successivo al 2012 per i
paesi industrializzati. Si tratta di un dibattito cruciale per capire come
proseguira` il tracciato di Kyoto iniziato nel 1997. Fino ad ora le economie
ricche si sono impegate a ridurre del 5 per cento le proprie emissioni di
gas serra entro il 2012. Ma in futuro, come oramai sostengono innumerevoli
studi scientifici, ci sara bisogno di tagli molto piu consistenti. Almeno
del 30 per cento entro il 2020, se si vuole evitare che in futuro il
surriscaldamento globale superi il picco dei 2 gradi centigradi, generando
effetti imprevedibili sul nostro ecosistema. Ma la strada dei negoziati è
lunga. A Nairobi regna una grande perplessità sulle politiche fino ad ora
attuate dai paesi industrializzati in merito ai gas serra. Negli ultimi mesi
all’asse contro Kyoto formato da Stati Uniti e Australia, che non hanno mai
ratificato il Protocollo, sembra ormai essersi aggregata la voce del Canada
dominato dal nuovo governo conservatore di Rona Ambrose. A ciò si aggiunge
l`aumento complessivo delle emissioni di gas serra in tutta l`area più
industrializzata del pianeta, mentre solleva dubbi anche il sistema del
mercato europeo delle emissioni (Ets), che fino ad ora ha mostrato di non
essere uno strumento reale per il raggiungimento degli obiettivi di Kyoto.
Dall'altro lato si invoca un allargamento degli impegni di riduzione
anche alle economie a forte crescita, come la Cina, l'India o il Brasile, il
cui inquinamento da gas serra ha ormai raggiunto quello delle grandi
economie. Gli stessi paesi in via di sviluppo riconoscono ormai la necessità
di traghettare le proprie economie verso un modello a basse emissioni,
attraverso nuovi meccanismi per il trasferimento di tecnologie pulite e
l’assunzione di responsabilità all'interno del protocollo. Tuttavia la
scarsa performance dei paesi industrializzati nell'attuazione di politche
per frenare la produzione di gas serra, non aiuta il raggiungimento di un
accordo nei negoziati.
A Nairobi non ci si aspetta il raggiungimento di un accordo sul
futuro di Kyoto ma è considerata assolutamente indispensabile l`approvazione
di un`agenda serrata dei lavori per il prossimo anno, in modo da evitare che
i negoziati vadano oltre la data limite del 2008. È sempre più chiaro - si
legge nel comunicato diffuso quotidianamente dale Ong - che l'unico modo per
evitare una catastrofe climatica è raggiungere rapidamente un accordo
ambizioso e globale che possa fermare la crescita delle emissioni e iniziare
a ridurle nei prossimi dieci anni. Ieri è toccato all`Australia il primo
posto del Trofeo Fossile, la speciale graduatoria, dei paesi che più
intralciano i negoziati stilata ogni giorno dalle ong.
Le posizioni al vertice
Sud Africa: Ridurre le emissioni? Abbiamo bisogno del tempo
necessario per completare il nostro sviluppo.
Corea del Sud: Non possiamo pensare che tutte le nostre risorse
possano essere investite per far fronte ai cambiamenti climatici.
Canada: La nostra economia cresce rapidamente, e cresce la
richiesta di energia. L’uso dei combustibili fossili durerà fino alla fine
di questo secolo,
Unione europea: I Paesi in via di sviluppo dovranno contribuire al
taglio delle emissioni. Ma non per forza attraverso impegni vincolanti.
basterebbe rendere lo sviluppo delle economie più sostenibile.
07/11/1006 Diario da Nairobi (Daniele Calza Bini e Andrea Cocco, www.lanuovaecologia.it)
Si apre all`insegna dell`Africa la
Conferenza delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici, iniziata il 6
novembre a Nairobi. Ad ospitare il secondo incontro tra le Parti firmatarie
del Protocollo di Kyoto (COP/MOP 2) e la dodicesima sessione della
Conferenza sui Cambiamenti Climatici (COP 2), è infatti, per la prima volta,
un paese dell’Africa sub-sahariana.
«Il cambiamento climatico sta rapidamente diventando una delle più
serie minacce per l’umanità» ha detto all’apertura della sessione plenaria
il ministro dell’ambiente del Kenya, Kivutha Kibwana, nominato ieri alla
presidenza della Conferenza. E l’Africa è senza dubbio uno dei continenti
più vulnerabili agli impatti del surriscaldamento del clima. Innalzamento
dell’oceano, siccità, carestie, inondazioni. Secondo un rapporto appena
pubblicato dall`Unfccc, l’organo dell’Onu che si occupa dei Cambiamenti
Climatici, la temperatura nel continente africano e` salita con una media di
0,7 gradi in questi ultimi cinque anni, provocando effetti ben più pesanti
di quanto si potesse prevedere. «Nei prossimi decenni – si legge nel
rapporto – l’innalzamento del livello dell’Oceano Atlantico potrebbe
provocare la scomparsa del 30 per cento delle infrastrutture costruite nei
paesi che affacciano sul Golfo di Guinea, come il Senegal». Ma a preoccupare
sono anche le inondazioni, generate da fenomeni meteorologici meno
prevedibili che in passato, e la sempre maggiore frequenza con cui si
ripetono i periodi di siccità, e di conseguenza le gravi situazioni di
insicurezza alimentare.
Non a caso a Nairobi uno dei principali argomenti di discussione
saranno le già evidenti disastrose conseguenze del surriscaldamento del
clima e l’attuazione dei meccanismi previsti dal Protocollo per fare in modo
che i paesi poveri, spesso i più esposti alle catastrofi naturali, possano
prevenire e proteggere le proprie popolazioni. Si tratta delle misure per il
cosiddetto Adattamento, di cui si dovrebbero far carico principalmente i
paesi industrializzati vista la loro maggiore responsabilità storica nelle
emissione di gas a effetto serra. Un principio che tuttavia stenta ad essere
reso concreto. Tra le decisioni attese a Nairobi ci sono la messa in
funzione del fondo di Adattamento, previsto dal protocollo ma non ancora
entrato in funzione a causa delle divergenze riguardo a chi dovrebbe
governarlo. E poi c’è l’applicazione di un programma quinquennale che
dovrebbe specificare, tipologie e aree di intervento sull’adattamento nonché
stabilire le priorità.
Messi da parte l’adattamento e gli impatti già in atto dei
cambiamenti climatici, l’altro argomento in discussione a Nairobi è il
futuro del Protocollo di Kyoto nel periodo successivo al 2012. A Montreal,
in occasione dell’ultima Conferenza sui cambiamenti climatici, sono state
aperte le discussioni sui tre principali argomenti che riguardano il post
2012: nuovi sostanziosi impegni per la riduzione delle emissioni di gas
serra da parte dei paesi industrializzati, che per il 2012 si sono impegnati
a un taglio del 5 per cento; la revisione e il miglioramento del Protocollo;
il futuro coinvolgimento dei paesi in via di sviluppo, finora esenti da
impegni vincolanti, all’interno delle misure di riduzione.
Su tutti questi argomenti ci si aspetta un chiaro segnale da parte
delle delegazioni governative a non voler perdere ulteriore tempo. Per
evitare brusche interruzioni tra il primo e il secondo periodo di attuazione
del Protocollo, un accordo complessivo dovrebbe essere auspicabilmente
raggiunto non oltre il 2008.
|