A
due settimane dalla loro pubblicazione, i dati e le
allarmanti previsioni che il Wwf ha recentemente reso noti
attraverso il suo Living planet report non
sembrano interessare le varie autorità internazionali.
Autorità che, invece, dovrebbero discutere di come
rimediare al palese fallimento delle varie iniziative,
protocolli e conferenze in tema di ambiente. Nel 1992 a
Rio de Janeiro la Conferenza delle Nazioni unite per
l’ambiente e lo sviluppo aveva riaffermato l’importanza di
non superare i limiti della natura. Ma a leggere il
rapporto del Wwf sul 2003, di capisce che ben poco è
cambiato, nonostante gli 11 anni trascorsi. Ben poco è
stato fatto per alleggerire il pianeta di un sistema
economico che, all’altare della crescita illimitata,
sacrifica tutto il resto, a partire dalla possibilità di
raggiungere uno sviluppo che contemporaneamente tenga
conto delle nuove generazioni e sia capace di coinvolgere
in modo equo tutte le nazioni.
”Dobbiamo (dovremmo ndr) plasmare adesso le
possibilità per le generazioni future”, scrive
nell’introduzione del rapporto James P. Leape, direttore
generale del Wwf International. Ma più passa il tempo e
più la nostra impronta su questo pianeta rischia di
diventare letale. Secondo il Living planet report,
negli ultimi trent’anni l’anidride carbonica immessa
nell’atmosfera dall’uso di combustibili fossili ha
ecceduto progressivamente sempre di più la capacità
dell’ecosistema di smaltirla. Non solo. Le popolazioni
animali, marine e terrestri con cui l’uomo convive, sono
diminuite di quasi un terzo (esattamente del 29%). A
minacciare oggi le altre specie, domani la stessa
sopravvivenza umana, c’è di tutto: inquinamento;
distruzione incontrollata degli habitat naturali a favore
delle coltivazioni; continue deviazioni delle acque di
fiumi e laghi per fini energetici e agricoli; eccessivo
sfruttamento delle popolazioni ittiche e altro ancora.
Stiamo vivendo da trent’anni al di sopra delle possibilità
che la Terra ci offre e non potremo andare avanti a lungo.
Le foreste, ad esempio, hanno bisogno di almeno cinquant’anni
per raggiungere la maturità e trasformarsi in una riserva
di legname. Senza il rispetto di questi tempi, il polmone
verde del pianeta rischia di assottigliarsi per poi
collassare irrimediabilmente. A quel punto, poi, non ci
sarebbe molto da fare, considerando che le risorse non
sono interscambiabili e, soprattutto, non possono
sopravvivere l’una indipendentemente dall’altra.
La capacità del nostro pianeta di farci credito non è
infinita. Senza una decisa inversione di tendenza, ci dice
il Wwf, nel 2050 il consumo delle risorse mondiali
doppierà la capacità della biosfera di rigenerarle. Per
andare in pari e non rischiare di distruggere
definitivamente tutto l’ecosistema, dovremmo avere a
disposizione un’altra Terra da sfruttare a nostro piacere.
Per capire quanto l’economia mondiale stia spingendo
sull’acceleratore senza tener conto di niente, basta dire
che per il 2050 il “debito ecologico” accumulato dall’uomo
nel corso degli anni potrebbe arrivare a ben 34 anni di
produttività biologica. Un ritmo che tutte le ricerche
continuano a definire insostenibile, senza che però a
questo faccia eco la volontà concreta delle autorità di
modificare il loro rapporto con la natura.
Dando uno sguardo più nel dettaglio al rapporto del Fondo
mondiale per la natura, si scopre che nel 2003 la terra ha
impiegato un anno e tre mesi per produrre le risorse che
l’uomo ha consumato in un solo anno. Un debito di tre
mesi. Di questo debito, però, non sono responsabili in
modo omogeneo tutte le nazioni. Nel 2003, coloro che hanno
avuto la fortuna di nascere in uno dei paesi a più alto
reddito, hanno consumato circa il 70 per cento delle
risorse totali usate in quell’anno. Ossia: il 18% delle
nazioni considerate (pari ai 27 paesi occidentali su un
totale di 150) usa il 70% delle risorse consumate
annualmente da tutto il mondo. Questo è il nostro modello
di sviluppo equo. Questa l’economia che l’Occidente tenta
di difendere dietro la maschera del Protocollo di Kyoto e
delle sue quote di emissione da acquistare e vendere sul
libero mercato tra nazioni; con l’obiettivo, neanche tanto
nascosto, di permettere ai paesi più industrializzati di
continuare a pompare la propria economia senza badare alle
conseguenze ambientali. Così, se dal 1961 al 2003
l’impronta pro capite lasciata dalle nazioni a medio
reddito (tra cui la maggior parte di quelle
latino-americane) e a basso reddito (tra le quali quasi
tutta l’Africa) è rimasta stabile e ben al di sotto della
capacità di rinnovamento della biosfera, quella dei paesi
occidentali è aumentato esponenzialmente.
In testa alla classifica dei paesi che, con i loro consumi
e i loro rifiuti, occupano maggiormente questa immaginaria
superficie espressa in ettari globali pro capite, ci sono
gli Emirati Arabi Uniti. Seguono: Stati Uniti, Finlandia,
Canada, Kuwait, Australia, Estonia, Svezia, Nuova Zelanda,
Norvegia, Danimarca, Francia. Ventinovesima, l’Italia. Una
classifica che, per molti versi stupisce. A sorprendere è
la presenza di tanti stati del Nord Europa, famosi per la
loro attenzione alle questioni ambientali. La spiegazione
sta tutta nella metodologia usata dal Wwf. Che l’energia
usata venga prodotta bruciando carbone o utilizzando
pannelli solari, non importa. Quello che si vuole
considerare non è il “come”, ma il “quanto”. E il “quanto”
è alto anche per Norvegia, Svezia, Finlandia.
E allora non stupiscono le guerre, le tensioni per il
controllo delle risorse, che disseminano i cosiddetti
paesi in via di sviluppo: le miniere della Repubblica
democratica del Congo e della Sierra Leone; il petrolio
del Sudan, del Ciad, dell’Iraq; il metano della Russia e
via dicendo. Perché parlare di ambiente, di sfruttamento
delle risorse mondiali, non significa soltanto cercare di
garantire alle generazioni future un mondo dove si possa
ancora respirare e vivere in simbiosi con le altre specie;
significa anche lavorare per garantire loro un pianeta più
sicuro.
Nella parte finale del suo rapporto, il Wwf cerca di
indicare quali azioni possono e devono essere messi in
opera per avviare una riduzione del debito che l’uomo
continua a contrarre, ogni anno, con la natura. Due i
campi su cui bisognerebbe tornare a discutere e a decidere
con fermezza: da un lato, ovviamente, quello della domanda
di risorse, che va ridimensionata; dall’altro, quello
della capacità biologica che, seppure in modo limitato,
può essere incrementata. Per riuscire almeno a mantenere
stabile la quantità di risorse che usiamo è necessario
cercare di contenere il tasso di crescita della
popolazione mondiale, attraverso le politiche di
contenimento delle nascite tanto odiate dai cattolici, e
garantendo alle donne istruzione ed opportunità
economiche. Ciò aiuterebbe anche tanti paesi in via di
sviluppo a raggiungere redditi medi meno miseri. Accanto a
questo, sarebbe importante ridurre i consumi e gli sprechi
quotidiani che l’Occidente crede ancora di potersi
permettere.
Bisognerebbe lavorare per diminuire la quantità di risorse
usate nella produzione di beni e servizi. Anche solo per
mantenere stabile il consumo delle automobili, sarebbe
necessario dimezzarne i consumi medi, oggi pari a 8 litri
per 100 km. E già a pensare a questo, agli interessi che
si leverebbero contro, ad una ricerca scientifica che
andrebbe dirottata dai più redditizi scopi a cui viene
dedicata adesso, sembra quasi di essere un don Chisciotte,
impotente contro i suoi mulini a vento.
31/10/2006 AMBIENTE. Commissione Ue agli Stati membri: "Maggiore impegno per Kyoto" (SB, www.helpconsumatori.it)
<p>I 15 "vecchi" Stati membri dell'Ue (Ue-15)
conseguiranno appena i loro obiettivi di riduzione delle emissioni di gas
serra previsti dal protocollo di Kyoto. Lo rileva la relazione annuale della
Commissione Europea che ricorda che l'Europa a 15 si è impegnata a ridurre
le sue emissioni di gas serra dell'8% rispetto ai livelli dell'anno di
riferimento entro il 2008-2012."Le proiezioni dimostrano che non
c'è spazio né per l'autocompiacimento né per gli errori - ha
dichiarato il commissario all'ambiente Stavros Dimas - La Commissione
continua a lanciare nuove iniziative per ridurre le emissioni europee, come
dimostra il piano d'azione sull'efficienza energetica annunciato di recente.
È però indispensabile che tutti gli Stati membri facciano la loro parte per
assicurare l'effettivo adempimento del nostro impegno comune. I ritardatari
devono urgentemente intensificare gli sforzi per conseguire i rispettivi
obiettivi, se necessario prevedendo ulteriori misure nazionali di riduzione
delle emissioni. Gli Stati membri potranno rispettare i propri obblighi
soltanto se i piani di assegnazione nazionali relativi al secondo periodo
del sistema comunitario di scambio delle quote di emissione saranno
sufficientemente ambiziosi".
Secondo le proiezioni fornite dagli Stati membri, se ci
si basasse unicamente sulle politiche e sulle misure già in vigore, nel 2010
le emissioni di gas serra nell'Ue-15 sarebbero inferiori solo dello 0,6%
rispetto ai livelli dell'anno di riferimento. Oltre a ciò, 10 Stati membri
dell'Ue-15 prevedono di ottenere crediti di riduzione delle emissioni da
progetti in paesi terzi, come previsto dai meccanismi flessibili di Kyoto.
Se queste previsioni si realizzeranno, le emissioni verranno ridotte del
7,2% rispetto ai livelli dell'anno di riferimento entro il 2010. Con
l'aggiunta di attività di afforestazione e di riforestazione, che creano
"pozzi" biologici di assorbimento dell'anidride carbonica dall'atmosfera, la
riduzione totale potrebbe raggiungere l'8%, ossia l'obiettivo di Kyoto.
Sette Stati membri dell'Ue-15 (Austria, Belgio,
Danimarca, Irlanda, Italia, Portogallo e Spagna) prevedono infine che le
rispettive emissioni supereranno i livelli consentiti nell'ambito
dell'accordo Ue di ripartizione degli oneri, accordo che traduce in
obiettivi individuali giuridicamente vincolanti per ciascuno dei paesi Ue-15
l'impegno collettivo alla riduzione dell'8%.
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