Traduzione a cura di Curzio Bettio (Soccorso Popolare di Padova)
Nota della redazione: il 5 novembre 2002, l’Istituto di Ricerche
sull’Energia e l’Ambiente, IEER, ha pubblicato un rapporto che mette in
risalto i problemi giuridici ed ecologici relativi ai cosiddetti bombardamenti
di precisione dei siti industriali Jugoslavi nel 1999. Il rapporto porta il
titolo seguente: « Bombardement de précision, étendue des dommages » e comprende
due ricerche sui casi di bombardamenti delle installazioni industriali di
Pancevo e Kragujevac del 1999, nel corso dell’operazione « Forza alleata » («Allied
Force») contro la Jugoslavia. La ricerca sottolinea come un bombardamento di
installazioni industriali civili può produrre il rischio di un inquinamento
molto difficile da eliminare e può violare il diritto internazionale umanitario.
La ricerca dell’IEER, riassunta in questo articolo, allo stesso modo solleva
alcune questioni importanti rispetto ai conflitti a venire, in modo particolare
rispetto ad una eventuale guerra contro l’Iraq [...].
Questo studio ha avuto le sue motivazioni dalle problematiche relative
all’impatto sanitario ed ecologico della guerra moderna. Il nostro principale
scopo nell’affrontare questo problema consiste nello stabilire se l’utilizzo di
armi di precisione, armi “intelligenti”concepite per distruggere un preciso
obiettivo, quindi con scarsi o nulli danni collaterali, è sinonimo di precisione
e di circoscrizione anche in termini di devastazioni.
I danni sono solo limitati all’obiettivo preso di mira dal bombardamento? In
caso contrario, quali sono le implicazioni ecologiche e legali che derivano
dalle distruzioni senza discernimento, risultato di armi “intelligenti” di
precisione che hanno colpito il loro obiettivo?
Il 23 marzo 1999, i 19 paesi della NATO, l’Organizzazione del Trattato
Nord-Atlantico, hanno autorizzato bombardamenti aerei contro la Jugoslavia. Il
giorno dopo aveva inizio l’operazione « Forza Alleata ». Questa campagna segnava
il secondo impegno della NATO in una operazione offensiva nel corso dei 50 anni
della sua esistenza.
Nel corso dell’operazione « Forza Alleata », molti elementi essenziali
dell’infrastruttura industriale della Jugoslavia sono stati deliberatamente
presi di mira e bombardati dalle forze della NATO. Questo ha avuto un duplice
effetto sulle popolazioni civili locali.
In primo luogo, alcune installazioni vitali, come ad esempio gli impianti per il
trattamento e la depurazione delle acque reflue di scarico, sono stati messi
fuori funzionamento.
Secondariamente, il persistente inquinamento, procurato dalla distruzione degli
impianti, non è stato sottoposto a trattamento per alcuni mesi, ed è
sopravvenuto il rischio per un grande numero di civili di subire gli effetti
della polluzione per i prossimi anni su una zona molto estesa.
Impatto ambientale
Il nostro rapporto esamina alcuni degli effetti sull’ambiente dei bombardamenti
durante la guerra del 1999 della NATO contro la Jugoslavia, soprattutto a
partire da due specifiche inchieste. Questi due casi particolari di
bombardamenti della NATO, su Pancevo e Kragujevac, sono esaminati al fine di
studiare il tipo e la portata delle devastazioni causate all’ambiente da un
bombardamento di precisione.
Noi abbiamo selezionato questi due casi in funzione dei seguenti criteri:
un obiettivo geografico preciso era stato scelto ben prima di scatenare il
bombardamento;
avvenuto il bombardamento, questo è riuscito a distruggere l’obiettivo in
questione, e le esplosioni hanno causato pochissimi danni alle infrastrutture
circostanti non prese di mira;
le perdite dirette delle forze della NATO, in seguito ai passaggi dei
bombardamenti, sono state nulle e il numero di vittime civili immediate è stato
di scarsa entità.
I nostri studi sul caso fanno affidamento sulle informazioni fornite dal Gruppo
speciale per i Balcani del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (United
Nations Environmental Program Balkans Task Force - UNEP/BTF), che ha studiato i
due siti selezionati: le installazioni industriali di Pancevo e la fabbrica
Zastava di Kragujevac. Questi due siti figurano fra i quattro classificati dall’UNEP
come « punti caldi » ecologici in seguito a bombardamenti.
I nostri tentativi per questa specifica ricerca si sono scontrati con un
rilevante numero di problemi imprevisti. La Jugoslavia è stata coinvolta in una
bufera politica essenzialmente nell’ultimo decennio, e accedere ai dati di base
si è dimostrato molto più difficile di quello che era stato previsto
inizialmente. Per di più, la mancanza di accesso alle informazioni non ha avuto
limitazioni nella sola Jugoslavia. È stata depositata una domanda da parte dell’IEER
presso il Dipartimento Americano della Difesa nel quadro della Legge sulla
libertà di accesso alle informazioni (Freedom of Information Act), per ottenere
le informazioni relative ai criteri utilizzati per individuare i bersagli nel
corso dell’operazione « Forza Alleata ». Come risposta, abbiamo ricevuto 42
pagine bianche portanti l’iscrizione « declassificata », ma d’altro canto
totalmente sprovviste di informazioni. Perfino i nomi degli impianti per i quali
le informazioni erano state richieste erano assenti da queste pagine. La
richiesta che noi abbiamo ulteriormente riformulato al Dipartimento della Difesa
è stata respinta.
Per altro, nel 2002, il General Accounting Office, l’Ufficio Generale di
Statistica, l’organismo incaricato delle commissioni di inchiesta da parte del
Congresso degli Stati Uniti, ha preparato una analisi sulla campagna di
bombardamenti del 1999 contro la Jugoslavia che è risultata classificata come «
secret défense » da parte del Dipartimento Americano della Difesa.
Pancevo
Pancevo è una città industriale di una popolazione da 80.000 a 90.000 abitanti.
Questa città si trova nella provincia di Voivodina nella Repubblica della
Serbia, che faceva parte dell’ex Repubblica Federale di Jugoslavia, ed è situata
a 20 km a nord-est dalla capitale Belgrado (1.200.000 abitanti), alla confluenza
della Sava con il Danubio. Il complesso industriale si estende su circa 290
ettari a sud e a sud-est di Vojlovica, una importante zona residenziale di
Pancevo. Questo complesso accoglie strutture industriali che vengono
identificate con il nome della fabbrica di fertilizzanti chimici HIP Azotara,
con gli impianti petrolchimici HIP Petrohemija, e con la raffineria di petrolio
NIS. Le tre imprese industriali impiegavano 10.000 persone e perciò
rappresentavano le principali fonti di impiego per l’insieme della regione di
Pancevo. Molti piccoli paesi sono situati direttamente a sud del complesso
industriale.
L’impianto petrolchimico e la raffineria di petrolio sono collegati al Danubio
da un canale lungo 1,8 km, che serve a scaricare le acque usate dopo i
trattamenti di depurazione. La fabbrica di concimi utilizza un canale di
drenaggio adiacente. Prima del conflitto, le acque usate dall’impianto
petrolchimico erano sottoposte a trattamento attraverso un processo a due stadi,
il filtraggio e il trattamento biologico, prima di essere scaricate nel canale
delle acque di risulta. Questo impianto di depurazione veniva considerato come
la struttura per il trattamento delle acque reflue più moderna e efficace di
tutta la ex Jugoslavia.
Una stazione di prelevamento per l’acqua potabile è situata proprio a monte del
sito industriale di Pancevo sul Danubio, vicino alla confluenza della Sava con
il Danubio. Questo punto di prelevamento assicura l’acqua potabile alla maggior
parte della popolazione della regione situata attorno a Pancevo. Inoltre, una
parte non trascurabile della popolazione, circa il 5% in città e il 10% nei
villaggi circostanti, utilizza pozzi privati per l’acqua potabile, per le
colture, gli orti e i giardini.
La zona circostante il complesso industriale di Pancevo soffriva già di un
inquinamento cronico prima dei bombardamenti del 1999.
Ad esempio, campioni di terreno e di acque dal sottosuolo prelevati nell’area
degli impianti del petrolchimico avevano rilevato la presenza di solventi
clorurati, come il triclorometano, il tetraclorometano, il tricloroetano e il
tetracloroetano, il dicloroetilene e il tricloroetilene, ed altri, che sono
sottoprodotti non desiderabili spesso associati alla produzione del policloruro
di vinile, PVC.
Nella raffineria, esisteva già prima dei bombardamenti un inquinamento da
petrolio. Inoltre, alcuni elementi testimoniano di uno sversamento di mercurio
prima dei bombardamenti della NATO, molto più importante di quello procurato dai
bombardamenti stessi, e di una contaminazione di policloruri di difenile, PCB,
nel canale di scarico.
Infine, c’era stato qualche anno prima del conflitto un importante sversamento
di 1,2-dicloroetano. Tutti questi fattori sono stati di intralcio ai tentativi
di una valutazione reale dell’impatto dell’inquinamento risultante
esclusivamente dai bombardamenti.
I bombardamenti delle istallazioni di Pancevo sono durati per molte settimane e
hanno profondamente perturbato la vita di Pancevo.
Si stima che circa 40.000 persone avessero abbandonato la città già prima del
primo bombardamento, nell’aprile del 1999, delle quali 30.000 non sono rientrate
che in giugno, dopo la fine dei bombardamenti.
Inoltre, veniva imposto un divieto temporaneo di pesca nelle acque del Danubio
vicino a Pancevo, fino all’autunno dello stesso anno.
Per di più, il ministero Serbo della protezione civile, aveva raccomandato di
non consumare alcun prodotto coltivato nelle aree attorno a Pancevo, dato che le
piogge avevano dilavato il nero fumo e le altre sostanze prodotte dagli incendi
a Pancevo sulle zone agricole circostanti.
Gli impianti petrolchimici erano stati bombardati il 15 e il 18 aprile 1999.
Esistono quattro problemi ecologici fondamentali direttamente
collegati ai bombardamenti della NATO sul sito petrolchimico HIP Petrohemija.
Il 18 aprile, un serbatoio di stoccaggio di cloruro di vinile
era stato colpito da una bomba della NATO, e avevano preso fuoco le 440
tonnellate di materiale che vi erano contenute all’interno. In aggiunta, si
erano infiammate anche venti tonnellate di questa sostanza, riconosciuta
cancerogena, che erano conservate all’interno di contenitori per il trasporto
ferroviario. Bisogna ugualmente sottolineare che erano presenti nel sito due
serbatoi di stoccaggio del cloruro di vinile, uno vuoto e uno pieno; solo quello
pieno veniva distrutto.
Per il danneggiamento indiretto a causa dei bombardamenti dei serbatoi
di contenimento del 1,2-dicloroetano, 2.100 tonnellate di questo
prodotto chimico venivano sversate: per metà sul terreno, il resto nel canale di
scarico.
L’impianto cloro-soda veniva estremamente danneggiato e 8
tonnellate di mercurio metallico si erano diffuse nell’ambiente. La maggior
parte di queste (7,8 tonnellate) si era riversata sulla superficie del sito e
gli altri 200 kg si erano dispersi nelle acque del canale di scarico. La maggior
parte del prodotto che si era sparso sul suolo veniva recuperato, ma questo non
è stato possibile per il mercurio disperso nelle acque del canale.
L’impianto per il trattamento delle acque reflue utilizzato
dalla raffineria e dal petrolchimico era stato seriamente danneggiato nel corso
del conflitto. I danni erano stati provocati da un afflusso improvviso
nell’impianto di una quantità di sostanze superiori alla capacità di depurazione
dell’impianto stesso.
Nell’aprile 2001, dopo due anni dalla fine dei bombardamenti, l’impianto di
depurazione funzionava solo per il 20% della sua capacità. Il recettore più
importante per tutte queste sostanze inquinanti era stato il canale di scarico
che si getta sul Danubio, il corso d’acqua più importante di questa regione.
Dei tre obiettivi della NATO situati nel complesso industriale di Pancevo, la
raffineria è stata la più bombardata. Lo è stata a più riprese nell’aprile 1999
e ancora l’8 giugno 1999. Numerosi serbatoi di stoccaggio e condutture sono
stati distrutti dai bombardamenti.
Circa 75.000 tonnellate di petrolio greggio e prodotti petroliferi sono andati
bruciati, e da 5 a 7 tonnellate si sono riversate sul terreno e nella rete di
depurazione. Gli sversamenti hanno contaminato 10 ettari di terreno all’interno
del complesso della raffineria.
Come il petrolchimico, così anche la fabbrica di fertilizzanti HIP Azotara
veniva bombardata a due riprese, il 15 e il 18 aprile 1999.
Il personale della fabbrica aveva fatto sapere agli ispettori del PNUE/GSB, il
Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente, che il silos di stoccaggio che
conteneva 9.600 tonnellate di ammoniaca prima dei bombardamenti, creava loro
grande preoccupazione. Se questo serbatoio fosse stato colpito da una bomba,
avrebbe rilasciato così tanta ammoniaca bastante per procurare la morte a
tantissime persone nell’area circostante. La fabbrica HIP Azotara non possedeva
la capacità di trasferire l’ammoniaca in altri depositi. Per questa ragione la
produzione di fertilizzanti veniva intensificata nel corso dei primi giorni di
bombardamenti, che avevano avuto inizio il 4 aprile 1999, nella speranza di
ridurre la quantità di ammoniaca nei depositi.
Al momento del primo attacco, la quantità di ammoniaca residua, rimasta
stoccata, era approssimativamente di 250 tonnellate. L’ammoniaca depositata
veniva intenzionalmente riversata nel canale per impedirne la dispersione
nell’atmosfera, dopo una eventuale esplosione. Questo veniva fatto dopo che il
serbatoio dell’ammoniaca era stato colpito dai rottami di un’altra esplosione.
Oltre a questa reiezione di ammoniaca, da 200 a 300 tonnellate di nitrato di
ammonio, di fosfati e di cloruro di potassio si sono sprigionate o sono andate a
fuoco in seguito alle devastazioni subite dai serbatoi di stoccaggio in seguito
ai bombardamenti. Non è conosciuto il rapporto fra le sostanze sprigionate
rispetto a quelle incendiate.
Per concludere, erano stati colpiti anche dei vagoni trasportanti 150 tonnellate
di petrolio greggio e non veniva fatto alcun tentativo per spegnere gli incendi.
Esistono tabelle che forniscono esempi, sicuramente solo in modo approssimativo,
del tipo di inquinamento risultante da queste emissioni e da questi sversamenti.
Purtroppo, in questa fase è impossibile pervenire a delle conclusioni definitive
sull’impatto che queste reiezioni avranno sulla salute della gente e
sull’ambiente. Hanno avuto inizio dei programmi di monitoraggio e di valutazione
sanitaria, ma questi programmi non sono che ad uno stadio iniziale e i dati
raccolti fino a questo momento non sono stati resi pubblici.
Kragujevac
Kragujevac (150.000 abitanti) è una città industriale situata nella Serbia
centrale, che accoglie il complesso industriale Zastava.
In effetti, il complesso è composto da decine di società più piccole e la sua
produzione è molto diversificata, oltre che di macchinari pesanti, di
automobili, camions, fino ai fucili da caccia. Per un certo periodo la struttura
industriale fabbricava macchinari pesanti e armamenti per l’esercito, ma,
secondo la direzione del complesso, questo non avveniva più al momento dei
bombardamenti. Prima delle sanzioni economiche, che hanno avuto inizio alla fine
del 1991 e sono proseguite fino al settembre 2001, si trattava di una delle più
grandi installazioni industriali dei Balcani e di fatto questa fabbrica giocava
un ruolo enorme nella vita degli abitanti della città.
La fabbrica Zastava è stata bombardata a due riprese, una volta il 9 aprile, e
nuovamente il 12 aprile 1999, e colpita complessivamente da 12 bombe.
La centrale elettrica, la catena di montaggio, il reparto verniciatura, il
centro informatico e lo stabilimento per i camions, tutti questi reparti hanno
subito pesanti danni o sono stati completamente distrutti. Per questi motivi la
produzione è stata totalmente interrotta. Il complesso dei danni subiti dalla
struttura industriale è stato stimato dai rappresentanti ufficiali degli
stabilimenti attorno ad un miliardo di marchi tedeschi, circa 500 milioni di
euro. Nell’anno seguito ai bombardamenti, il governo Milosevic aveva stanziato
80 milioni di euro per riprendere la produzione automobilistica. La fabbrica
automobilistica attualmente impiega 4.500 persone. Al suo massimo vi lavoravano
30.000 persone. All’inizio del 2001, le previsioni di produzione per l’anno
erano di 28.000 automobili e di 1.400 camions. Si trattava di un numero di
veicoli prodotti doppio rispetto al 2000, ma ben lontano dai 180.000 veicoli
prodotti nel 1989. La caduta di produzione può essere attribuita a molteplici
fattori, ma specialmente allo smembramento della Jugoslavia e alle sanzioni
applicate al paese all’epoca del governo Milosevic.
I trasformatori di due reparti della fabbrica Zastava, del reparto verniciatura
e della centrale elettrica, erano stati danneggiati in modo tale che olio
bifenilico policlorurato PCB veniva riversato nelle zone circostanti.
Nel reparto verniciatura, una zona utilizzata per dipingere le automobili dopo
il loro assemblaggio, circa 1400 litri, pari a 2150 chilogrammi, di olio di
piralene, un olio per trasformatori costituito da una miscela di triclorobenzeni
e di PCB, si spandeva sul terreno e nelle vasche di rifiuto contenenti 6000
metri cubi di acque reflue.
Il trasformatore della centrale elettrica era situato in prossimità di una
condotta di scarico delle acque piovane. Allora, probabilmente una parte
dell’olio sprigionato si era andato a riversare nel fiume Lepenica attraverso lo
sbocco della condotta della rete di depurazione, ma non è stato possibile
precisarne la quantità.
Oltre queste due zone direttamente toccate dai bombardamenti, sono stati
contaminati moltissimi fusti di sabbia nella zona di stoccaggio dei rifiuti che
erano stati prelevati dalla fossa di ghiaia situata sotto il trasformatore nella
centrale elettrica dopo i bombardamenti. Numerosi fusti di rifiuti senza
rapporto con i bombardamenti, in stato di deterioramento, con rifiuti la cui
natura non è stata correttamente identificata, erano stati ugualmente messi a
deposito in questo sito.
Nei tre giorni seguiti ai bombardamenti, l’Istituto di Sanità Pubblica della
città aveva prelevato 21 campioni di acqua attorno a Kragujevac. Il primo e il
secondo giorno, erano stati individuati nei campioni prodotti chimici tossici,
ma non il terzo giorno. Questi dati non sono stati resi pubblici e perciò non
conosciamo la precisa natura delle sostanze tossiche analizzate.
La popolazione della regione si è preoccupata di un’eventuale contaminazione,
dato che i tests di individuazione di una contaminazione da PCB non erano stati
effettuati su determinati pozzi della zona. Niente ci permette di concludere che
ci sia stato un apporto diretto di PCB nelle acque sotterranee. Nondimeno, le
inondazioni che sono intervenute nel luglio del 1999 hanno avuto la possibilità
di diffondere gli inquinanti dei corsi d’acqua nelle zone agricole delle aree
basse circostanti.
Per effetto di un decennio di conflitti, di assenza di trasparenza, della
recessione economica e di altri problemi della Jugoslavia dopo la guerra, è
difficile formulare conclusioni affidabili sulle condizioni ambientali a
Kragujevac.
Fortunatamente, le zone contaminate all’interno della fabbrica, che presentavano
il più grande rischio per la salute dei lavoratori, sono state disinquinate.
L’inalazione costituisce una delle principali modalità di esposizione ai PCB in
ambiente professionale. La depurazione delle vasche dei rifiuti e l’eliminazione
del calcestruzzo di pavimentazione contaminato limitano enormemente il livello
di esposizione per i lavoratori.
Essendo alto il numero dei dati incerti e data la mancanza generale di
informazioni sulla quantità di prodotti inquinanti riversati nell’ambiente
circostante la fabbrica Zastava, risulta impossibile pervenire ad una qualsiasi
conclusione.
Perciò è urgente mettere in opera una missione scientifica di prelevamento di
campioni, di analisi e di controllo.
Problemi giuridici
Il Diritto Internazionale recita: “In qualsiasi conflitto armato, il diritto
delle Parti in conflitto di scegliere metodi o strumenti di guerra non è
illimitato.”
Le leggi internazionali che si applicano alla nostra analisi sull’utilizzazione
della forza da parte della NATO contro la Jugoslavia comprendono le Convenzioni
di Ginevra del 1949 e il Protocollo complementare I alle Convenzioni di Ginevra.
Tutti gli Stati membri della NATO hanno firmato e ratificato le Convenzioni di
Ginevra e si sono vincolati alle loro clausole. Per quel che riguarda il
Protocollo I, tutti gli Stati della NATO ne erano partecipi al momento dei
bombardamenti, fatta eccezione degli Stati Uniti ( che sono firmatari solo delle
Convenzioni ), della Francia ( che ha sottoscritto il Trattato nel 2001) e della
Turchia (che non lo ha firmato).
Il diritto consuetudinario rappresenta un’altra fonte della legge applicabile a
questo conflitto. Il diritto consuetudinario poggia su una pratica generale e
costante degli Stati, che assume comunque il senso di obbligo legale. Il diritto
consuetudinario è particolarmente pertinente in questa discussione, in quanto un
certo numero di norme codificate nelle Convenzioni di Ginevra e nel Protocollo I
sono considerate appartenenti al diritto consuetudinario. Uno Stato può essere
vincolato da un diritto consuetudinario, anche se ha rifiutato di essere parte
in causa del Trattato in questione.
Analisi delle clausole dei Trattati
Le Convenzioni di Ginevra del 1949 proibiscono agli Stati la distruzione di
beni, salvo quando « necessità militari impellenti lo esigono ». L’esigenza
militare è essa stessa un termine molto vago, e gli Stati hanno la più ampia
facoltà per argomentare che nella misura in cui una azione ha prodotto un
avanzamento della loro strategia, allora esisteva una esigenza militare.
L’esigenza di un «obiettivo militare»
Il Protocollo I codifica il principio di discriminazione, che impone alle parti
di “fare sempre la distinzione fra la popolazione civile e i combattenti, come
pure fra i beni di carattere civile e gli obiettivi militari e, di conseguenza,
di dirigere le operazioni belliche esclusivamente contro gli obiettivi
militari.”
Il rispetto di queste clausole, per quel che riguarda i bombardamenti di Pancevo
e Kragujevac, dipende dalla individuazione di questi due siti come obiettivi
militari.
Qual’era l’obiettivo militare nel caso di questi bombardamenti ? Certamente può
essere sottolineato che la raffineria di petrolio avrebbe potuto fornire
carburante per le operazioni militari, ma questo è ancora valido per una
fabbrica di automobili, un petrolchimico o una fabbrica di fertilizzanti?
Nelle interviste, i rappresentanti ufficiali di Kragujevac e Pancevo hanno messo
in risalto che le loro fabbriche non avevano alcun valore militare strategico
diretto.
I criteri specifici che hanno informato la scelta degli obiettivi dei
bombardamenti in Jugoslavia non sono stati mai resi di dominio pubblico. Come
abbiamo già indicato, le nostre richieste di documentazione presso il
Dipartimento Americano della Difesa, che precisassero sul perché queste
fabbriche fossero state scelte come obiettivi militari, sono state rifiutate.
Questi sono i criteri generali della politica di selezione dei
bersagli dell’Air Force degli USA:
Un bersaglio deve corrispondere ai criteri di “obiettivo militare”, prima di
divenire in modo legittimo l’obiettivo di un attacco militare.
In questo contesto, i bersagli militari comprendono gli obiettivi dei quali la
natura, l’ubicazione, gli scopi o la loro utilizzazione apportano un contributo
concreto all’azione militare o la cui distruzione totale o parziale, la cattura
o la neutralizzazione offrono un vantaggio militare ben determinato.
Il fattore essenziale è quello di sapere se l’obiettivo contribuisce alla
capacità di combattimento o di resistenza militare del nemico. Di conseguenza,
dalla degradazione, dalla neutralizzazione, dalla distruzione, dalla cattura o
dallo scompiglio dell’obiettivo ne deve derivare in modo ben individuabile un
beneficio o un vantaggio militare.
L’Air Force Statunitense ammette che “esiste una controversia sul fatto di
sapere se, e in quali circostanze, certi obiettivi [civili] [...] possono essere
di punto in bianco classificati come obiettivi militari.” Il fattore principale
nella determinazione dello status di un bersaglio attiene al fatto di sapere se
“l’obiettivo apporta un contributo reale all’azione militare dell’avversario.”
Utilizzando questi criteri, l’Air Force Statunitense determina che obiettivi
come i depositi di idrocarburi sono bersagli militari legittimi. Nondimeno,
nello stesso modo ha stabilito che “fabbriche, reparti e stabilimenti che
provvedono direttamente alle necessità delle forze armate del nemico sono
ugualmente e generalmente da considerare come obiettivi militari legittimi.”
Vogliamo sottolineare questo. Gli elementi concreti che servono da
giustificazione nella considerazione dei bersagli devono essere resi pubblici,
in modo da garantire la possibile messa in atto di un controllo civile delle
attività militari. Pesanti questioni continuano a porsi sulla legalità dei
bombardamenti di Pancevo e Kragejuvac, che non possono essere troncate di netto
in modo soddisfacente fino a quando gli elementi di questa natura non siano ben
conosciuti.
L’esigenza di «precauzioni praticamente possibili»
L’Articolo 57 del Protocollo complementare I stipula di “prendere tutte le
precauzioni praticamente possibili quanto alla scelta dei mezzi e dei metodi di
attacco in vista di evitare e, in ogni caso, di ridurre al minimo le perdite in
vite umane nella popolazione civile, le ferite alle persone civili e i danni ai
beni di carattere civile che potrebbero essere causati incidentalmente.”
L’espressione “praticamente possibili” è stata interpretata come “prendere le
misure d’identificazione necessarie al momento opportuno per risparmiare quanto
più possibile le popolazioni.” Un’inchiesta sugli eventi specifici, a rilevare
se queste precauzioni siano state prese o no, non è stata ancora condotta.
Indice
04/08/2006 La NATO ha commesso Crimini di Guerra e contro l' Ambiente I
04/08/2006 La NATO ha commesso Crimini di Guerra e contro l' Ambiente II
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