03/03/2006 Italia in Dissesto (Francesco Nicoletti, www.verdi.it)

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  • 7 comuni su 10 a rischio frane e alluvioni. Servono 35 miliardi per mettere in sicurezza più di 5000 comuni. Ma la finanziaria taglia

     

    Su 7 comuni su 10 grava la spada di Damocle di frane e alluvioni: fanno in totale 5581 comuni. Solo le piogge intense e le conseguenze frane, smottamenti ed esondazioni registrate nel 2003 hanno coinvolto e danneggiato i beni di più di 300 mila persone.

     

    Ben il 70 per cento di centri piccoli e grandi del Bel paese, con porzioni di territorio a estensione variabile, sono a rischio e diventano il 100 per cento in Calabria, Umbria e Valle d’Aosta, il 99 in Lombardia e il 98 per cento in Toscana: una superficie pari al 7,1 per cento del territorio italiano per un totale di 21505 chilometri quadrati.

     

    I danni a persone e cose causati dall’incuria del suolo in passato sono lì a dimostrarlo: 343 vittime con danni economici per oltre 10 miliardi di euro. Sempre riferendoci al 2003 sono stati spesi 2.184 milioni di euro per interventi di ripristino delle aree colpite.

     

    Le cifre sul dissesto idrogeologico italiano sono state diffuse oggi da Legambiente, secondo cui siamo di fronte a un “problema prioritario”.

     

    L’indagine mette in evidenza che l’alta frequenza di simili eventi “non può essere attribuita solo a cause
    naturali
    o alle intemperanze del clima (di cui, però, c’è anche una responsabilità diretta delle attività umane che non fanno che aumentare le emissioni di gas serra responsabili dei mutamenti climatici, ndr), ma soprattutto a un modello di sfruttamento intensivo e poco programmato del territorio”.

     

    L’urbanizzazione “diffusa e caotica” ha causato una canalizzazione forzata dei corsi d’acqua che rende fragilissimo il territorio. Il fenomeno, naturalmente, è stato aggravato dall’abusivismo edilizio, dall’agricoltura intensiva, dal dissesto degli alvei fluviali con l’estrazione di inerti, lo scavo dei fondali e le opere di presa e di difesa degli argini, accusano gli ambientalisti.

     

    In ritardo l’approvazione dei Piani per l’assetto idrogeologico (Pai) che soltanto 14 autorità di bacino hanno approvato e solo 6 stanno mettendo in pratica. Negli altri casi i provvedimenti sono ancora al palo.

     

    Non vengono messi a disposizione i fondi per la prevenzione dei disastri perché, riferisce Legambiente, il ministero dell’Ambiente dice che ce ne vorrebbero troppi e al momento le casse languono.

     

    Replica il ministro Matteoli: “Abbiamo speso tutto ciò che potevamo spendere per il riassetto idrogeologico. Il problema è che per mettere in sicurezza tutto il territorio italiano i tecnici indicano che ci vorrebbero 35 miliardi di euro e questi soldi non li abbiamo avuti a disposizione. Abbiamo fatto più di 800 interventi, e per la prima volta non abbiamo speso solo per l’emergenza, ma anche per la prevenzione”.

     

    Ma Legambiente ribatte ancora: “Nell’ultima finanziaria è previsto un ulteriore taglio di fondi per la difesa del suolo, che passano da 200 a 120 milioni di euro, penalizzando soprattutto le fasi di studio e la ricerca svolte dalle autorità di bacino, fondamentali per una corretta gestione del territorio”


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