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L'inchiesta del settimanale Diario: "Un'intera valle in rivolta. La
superlinea? Inutile. Lo dimostrano le cifre del trasporto merci tra Francia
e Italia. E l'impossibilita' di farci correre i treni veloci. Utile pero'
per distribuire appalti. A Marcellino Gavio. All'azienda di famiglia del
ministro dei Trasporti. E alle coop rosse"
DI GIANNI BARBACETTO
l più grande scontro mai avvenuto in Italia tra interessi generali e
interessi particolari. Tra i bisogni del Paese, anzi dell’Europa, e le
richieste dei Nimby («not in my backyard»), quelli che dicono: ovunque, ma
non nel mio cortile. Questo è Valsusa, secondo la vulgata corrente. C’è da
fare una grande opera utile per il Paese, anzi per l’Europa. Il più lungo
tunnel ferroviario del continente. La meraviglia – nome in codice: Corridoio
5 – che permetterà di unire Lisbona a Kiev. La soluzione che passando sotto
le Alpi ridurrà da quattro ore a un’ora e mezzo i tempi di percorrenza tra
Torino e Lione. Ma di più: il miracolo che permetterà di togliere un fiume
di camion inquinanti dalla strada e di convogliarli su rotaia; il portento
che quadruplicherà le capacità della ferrovia.
Di fronte a queste meraviglie, che dovrebbero far gongolare anche i verdi
più verdi, un manipolo di oppositori si schiera invece inspiegabilmente
contro, rifiuta il progresso, minaccia di fare le barricate. Nemici della
modernità, Nimby, inguaribili egoisti: dal vescovo ai sindaci, dal
presidente della Comunità montana all’ultimo dei valligiani. In questi
chiari di luna, compito delle forze politiche responsabili, di destra e di
sinistra, da Berlusconi a Fassino, è far capire che gli egoismi localistici
non possono fermare i grandi progetti. Tutto chiaro, dunque, e fine
dell’inchiesta vecchio stile.
Ma è proprio così? No. Perché chi voglia capire senza preconcetti che cos’è
l’Alpetunnel del Frejus, chi provi senza partito preso né preclusioni
ideologiche ad addentrarsi nel mare di cifre, tabelle, disegni, cartine,
progetti, rapporti, finisce per scoprire che l’operazione Valsusa è (anche)
una grande manovra di disinformazione. Ma procediamo con ordine.
Una valle paziente. Nimby? Venite qui a spiegarglielo, a quelli che in
Valsusa ci abitano, che sono egoisti. Vivono da vent’anni in un cantiere. Ne
hanno visti, di funzionari romani e di burocrati torinesi. Ne hanno sentite,
di mirabolanti promesse. Hanno assistito al raddoppio della ferrovia
(concluso nel 1977), che nei progetti doveva avere un traffico di 15 milioni
di tonnellate di merci l’anno (mai raggiunto). Hanno visto crescere
l’autostrada (aperta al traffico nel 1992), costruita nel loro fondovalle,
ricavata nel letto della Dora. Hanno aspettato l’edificazione dei nuovi
argini, che ancora non sono finiti. Hanno visto scavare le gallerie
autostradali sul fronte di frana. Hanno subìto l’alluvione del 2000, perché
il fiume si è alla fine vendicato. Hanno visto sorgere l’elettrodotto di
Venaus. La centrale elettrica di Pont Ventoux. E hanno constatato che cos’è
successo a Bardonecchia: l’unico Comune del Nord sciolto per mafia, perché i
cantieri e i subappalti all’italiana hanno portato la ’ndrangheta al potere,
con seguito di richieste di pizzo e traffici di eroina e cocaina e
occupazione delle istituzioni.
Con tutto ciò, alcuni abitanti della Val di Susa stanno ancora aspettando i
rimborsi degli espropri compiuti vent’anni fa per tracciare l’autostrada:
molti soldi non sono ancora arrivati... Ne hanno viste di cose, ne hanno
sentite di promesse, ne hanno conosciute di facce di bronzo. E oggi non si
fidano più, racconta Claudio Giorno, ambientalista e sindacalista, per anni
considerato troppo verde dai rossi e troppo rosso dai verdi. Aggiungeteci un
piccolo particolare: nell’area tra Borgone e Bussoleno, dove dovrebbe essere
costruito l’interscambio tra la vecchia e la nuova linea ferroviaria,
continua a funzionare la Beltrame, un’acciaieria di seconda fusione, che
ricicla cioè rottame e materiali ferrosi e che provoca tassi d’inquinamento
(e di mortalità) tra i più alti d’Italia. È un giocattolino che pesa
sull’ambiente 80 volte l’inceneritore di Brescia. E che libera nell’aria non
soltanto diossina (prodotto dalla combustione), ma anche Pcb: da dove viene
questo veleno? Non certo dal ferro: ma allora qualcuno sta facendo il furbo
e usa la vecchia Beltrame per smaltire rifiuti proibiti? Questa però è
un’altra storia e un’altra inchiesta. Ma la pazienza dei valsusini è una, e
i loro polmoni solo due. Come stupirsi se si allarmano quando vengono a
sapere che, oltre alla diossina e al Pcb, nel loro cielo potrebbe arrivare
anche l’amianto? A Balangero c’è la più grande cava d’amianto a cielo aperto
d’Europa, ora naturalmente inattiva. Ora si viene a sapere che i detriti di
scavo estratti dalle montagne (lo «smarino») saranno oltre 15 milioni di
metri cubi: come dieci piramidi di Cheope. Dove metterle? Anche perché,
secondo uno studio ufficiale dell’università di Siena, potrebbero contenere
significative quantità d’amianto: «La possibilità che si verifichino
condizioni di rischio sanitario è assolutamente rilevante», scrive
l’oncologo Edoardo Gays dell’Azienda ospedaliera San Luigi d’Orbassano.
L’amianto potrebbe infatti finire per essere disperso nell’aria.
Infine c’è l’uranio. Il cuore della montagna che, in futuro, sarà trivellata
è radioattivo. Ma qui siamo fin troppo avanti. Meglio tornare al presente.

Una linea (abbastanza) inutile. La nuova linea ferroviaria del Frejus è una
superopera che inizia a nord di Torino, imbocca la Valsusa, scompare per due
volte nella montagna, ad Alpignano e a Bussoleno, con due gallerie (di 21 e
12 chilometri). Poi vola sul viadotto di Venaus, per infilarsi infine nel
supertunnel, quel «tunnel di base» di 53 chilometri che sbuca in Francia, a
Saint Jean de Maurienne. Poi altre due gallerie sul versante francese,
Belledonne e Chartreuse, portano la linea a collegarsi con l’alta velocità
che arriva a Lione. Il tutto costa come quattro ponti sullo Stretto di
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