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Storica decisione
della Corte di giustizia europea: legittime le sanzioni
comunitarie in campo ambientale. Gli ambientalisti
esultano: è una svolta, adesso cambi la
legge delega e i delitti ambientali trovino posto
nel codice
La Comunità europea
può continuare a legiferare sulla protezione dell’ambiente e
obbligare gli Stati membri a stabilire sanzioni penali in
campo ambientale: via libera, quindi, alla direttiva Ue
contro gli eco-reati. La decisione, di ieri, è della Corte
di giustizia europea che ha stabilito un’importante
eccezione alla norma che vuole che il diritto penale sia di
esclusiva competenza degli Stati
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Parlamento europeo
«Una pietra miliare», commenta il presidente della
Commissione Josè Manuel Barroso a proposito di una sentenza
che «apre nuove strade, rafforza la democrazia e
l’efficienza dell’Ue». Ma non ci saranno forzature, e spiega
Barroso: «Faremo un uso molto cauto e proporzionato della
possibilità» di proporre le sanzioni. Una novità importante
per gli ambientalisti. Commenta così il direttore generale
di Legambiente, Francesco Ferrante: «Una svolta nella
protezione dell’ambiente e nella lotta alle ecomafie», ma
anche una «implicita tirata d’orecchie alle posizioni del
governo italiano e di altri Stati membri tese a una
deregulation in campo ambientale». Ancora troppi reati,
infatti, non vengono “puniti” adeguatamente. Sono
soddisfatti anche il deputato della Margherita Ermete
Realacci («una bussola di cui non si potrà non tenere
conto») e il senatore della Quercia Fausto Giovanelli («un
passo avanti contro i furbi»). La decisione della Corte
europea è accolta con favore anche dal Wwf che fa notare
come la Legge delega appena “svelata” va esattamente nella
direzione opposta.
In pratica la Corte di Lussemburgo ha annullato la
decisione del Consiglio dei ministri europei che nel 2002,
giudicando una proposta di direttiva sui reati ambientali,
aveva stabilito che Bruxelles non aveva il potere di
obbligare i paesi Ue a sanzionare penalmente i
comportamenti, neppure quelli contro l’ambiente. Non per la
Corte
di giustizia che ieri ha sottolineato come «la protezione
dell’ambiente costituisca un obiettivo fondamentale per la
comunità». Quindi, anche se «in linea di principio, la
legislazione penale come le procedure penali non sono di
competenza della Comunità», il legislatore europeo può
comunque «prendere misure in relazione al diritto penale
degli Stati membri» se lo ritiene necessario per garantire
«la piena effettività di norme in materia di protezione
dell’ambiente». Il motivo è molto semplice: «L’applicazione
di sanzioni penali effettive, proporzionate e dissuasive da
parte delle autorità nazionali competenti costituisce una
misura indispensabile per lottare contro le minacce gravi
all’ambiente».
E di minacce gravi occorre parlare, soprattutto nel
nostro Paese. Legambiente lo ricorda facendo perno sulla
forza dei numeri: «I business dell’ecomafia hanno generato,
nell’anno appena trascorso, 24 miliardi e 600 milioni di
fatturato. Tra le industrie nostrane un bilancio così, a
dieci zeri, ce l’hanno solo grandi case come l’Eni o la
Fiat, con la differenza da un anno all’altro l’Ecomafia ha
registrato un fatturato di +30 punti percentuali,
performance che non ha eguali in Italia». E che va
contrastata. Una strada, come indica, tra gli altri, il ds
Fabrizio Vigni, portavoce di Sinistra ecologista, è quella
di «introdurre i reati ambientali nel codice penale». In
Parlamento è partita la corsa contro il tempo