|
Katrina non è esattamente un colpo di sfortuna, non è la cattiva sorpresa di una
natura imprevedibile riservata all’inerme genere umano. Prima il ruggito
assordante spinto a 145 miglia all’ora sulla costa del Golfo. Poi il silenzio,
surreale, e le vittime portate a riva dalle onde del mare. E ora è come se ogni
funzionario di Washington stesse trattenendo il respiro, se non fosse per il
piccolo sporco segreto che pian piano sta uscendo allo scoperto: Katrina è il
prezzo da pagare per le continue emissioni planetarie di anidride carbonica e
per il riscaldamento globale.
Gli scienziati ci stanno avvertendo da anni. Ci hanno detto di tenere gli occhi
puntati sui Caraibi, l’area dove è più probabile si facciano sentire i
drammatici effetti del cambiamento globale sotto forma di violenti uragani.
Appunto. Nel corso degli ultimi anni è stato proprio il bacino caraibico la zona
più esposta all’attività e alla crescente intensità dei disastri naturali. Ora,
dopo aver preteso la devastazione di una grossa fascia della costa sud-orientale
degli Stati Uniti d’America, la vendetta del killer Katrina si è consumata.
La realtà è che Katrina riflette la punta dell’iceberg, ovvero il momento in cui
il popolo americano ha iniziato ad abbandonare il mito rassicurante secondo cui
la fine dell’era del petrolio e i devastanti effetti del cambiamento climatico
costituiscono una realtà ancora lontana. La realtà lontana che è giunta sulle
rive del lago Ponchartrain travestita da onda gigantesca pronta a invadere le
strade di New Orleans, sfogando la propria devastazione e gettando nella rovina
le basse terre del Mississipi in data lunedì 29 agosto. Il risultato: gli Usa e
il mondo intero sono cambiati per sempre.
Katrina non è esattamente un colpo di sfortuna, la cattiva sorpresa di una
natura imprevedibile riservata all’inerme genere umano. Non possono esserci
equivoci. Noi abbiamo creato questo mostruoso cataclisma. Abbiamo saputo della
potenziale drammatica pericolosità del riscaldamento globale per quasi un’intera
generazione. E non ce ne è importato un accidente. Cosa ci aspettavamo? Il 52%
dei veicoli circolanti negli Stati Uniti sono veicoli SUVs [Sport Utility
Vehicles, NdT], che vomitano nell’atmosfera quantità record di CO2.
Come spieghiamo ai nostri bambini che noi, cittadini americani, rappresentiamo
meno del 5% della popolazione del pianeta ma divoriamo più di un quarto
dell’energia fossile prodotta ogni giorno in tutto il mondo? Come possiamo dire
ai parenti delle vittime dell’uragano che siamo stati così egoisti da non
predisporre neanche una misera tassa del 5% su un gallone di benzina per
promuovere il risparmio di energia? E quando i nostri vicini dell’Europa e del
resto del mondo ci domandano perché siamo stati così reticenti nel fare del
riscaldamento globale una priorità, quando ci domandano perché non abbiamo
sottoscritto il trattato internazionale di Kyoto cosa raccontiamo?
Nei prossimi giorni e nelle prossime settimane milioni di americani si
precipiteranno per assistere le vittime offrendo cibo, riparo e assistenza
finanziaria. Le calamità naturali fanno uscire il meglio del carattere della
nostra gente. Siamo orgogliosi di poterci essere nel momento in cui i nostri
compagni stanno soffrendo.
Perché non possiamo comportarci allo stesso modo quando è
la Terra ad
avere bisogno di aiuto? Ci si dovrebbe vergognare di fronte alla pratica di
porre sistematicamente i propri interessi personali di breve periodo in
posizione privilegiata rispetto alla salute del pianeta.
Naturalmente, ora ne paghiamo il prezzo. Siamo bloccati tra due tempeste.
Da una parte la domanda mondiale di petrolio, per la prima volta nella storia,
ne sta eclissando la fornitura. Il prezzo di un barile di petrolio sui mercati
internazionali si aggira oggi sui 70 dollari. La benzina e il carburante da
riscaldamento stanno crescendo di pari passo alle acque dell’alluvione negli
Stati del Golfo, anche perché l’uragano ha spazzato via le piattaforme
petrolifere e le raffinerie dell’area. Stiamo entrando nelle ultime poche decadi
dell’era petrolifera, con conseguenze drammatiche per il futuro di un’economia
globale fondata sui combustibili fossili come quella attuale. Nel momento in cui
i nostri geologi non sanno quando la produzione petrolifera mondiale toccherà
esattamente il suo picco solo qualche personaggio del business petrolifero ormai
sembra ancora non voler accettare la realtà di questo spaventoso scenario.
Dall’altra parte la biosfera si sta intossicando per la proliferazione di
emissioni di CO2, e da questo punto di vista non c’è scampo. Il mondo si sta
riscaldando, e ci sta costringendo all’inimmaginabile.
Nelle prossime settimane ci saranno migliaia di lodevoli iniziative a favore di
chi non c’è più, a favore dei dispersi e dei feriti. Ci saranno strette di mano
e recriminazioni. La gente continuerà a chiedersi perché le dighe a protezione
di New Orleans e della regione del Golfo hanno ceduto. Perché non sono state
prese le necessarie precauzioni in vista di Katrina. Perché i soccorsi sono
stati tardivi e inefficaci. Quello che non vorremmo sentire dal presidente Bush,
dallo staff della Casa Bianca, dai magnati del petrolio e da coloro di noi che
ancora guidano le SUVs è un “Ci dispiace!” di gruppo.
Bush in queste ore di dolore sta richiamando il popolo americano al proprio
compito, per facilitare la ricostruzione di dighe, strade, abitazioni.
A che scopo, se continuiamo a non occuparci del flagello del riscaldamento
globale. La prossima catastrofe potrebbe essere ancora più devastante.
Se potessi parlare al presidente, almeno per un momento, questo è ciò che vorrei
dirgli.
Signor presidente, se hai guardato a fondo nell’occhio dell’uragano sarai
riuscito a scorgere il futuro del pianeta, il futuro che ci aspetta. È tempo di
dire al popolo americano e al mondo che la reale lezione di Latrina è che
abbiamo bisogno di mobilitare il talento, l’energia, la determinazione del
nostro popolo e di qualsiasi altro per svezzare noi stessi dalla spina del
petrolio che sta minacciando l’esistenza di ogni creatura della Terra.
Presidente Bush, ci risparmi le sue omelie sul coraggio americano e sulla
determinazione a “resistere alla tempesta e ad andare avanti”. Invece, ci dica
la verità sul perchè Katrina è arrivata. Ci sproni a riflettere sui nostri stili
di vita e sui i nostri consumi quotidiani. Faccia un appello per preservare le
riserve di energia fossile rimaste e per fare sacrifici nel consumare energia in
futuro. Ci fornisca un piano per consentire agli Stati Uniti d’America di andare
oltre le fonti di energia tradizionali e di promuovere le risorse rinnovabili e
il potere dell’idrogeno. Stiamo aspettando.
Fonte:
http://www.commondreams.org/views05/0906-26.htm
Tradotto da Luca
Donigaglia per Nuovi Mondi Media
|