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In questo ultimo
scorcio d’estate, arrivano nuove certezze sul fenomeno del riscaldamento
globale.
La nuova evidenza
Se la temperatura al suolo viene registrata in aumento, lo stesso fenomeno
dovrebbe verificarsi nella troposfera, lo strato più basso dell’atmosfera,
quello più a contatto con la superficie terrestre. Tuttavia, dagli anni
Settanta a oggi le rilevazioni effettuate con i consueti strumenti hanno
evidenziato una sostanziale stabilità delle temperature della troposfera.
Ora, tre articoli pubblicati nel numero di Science dell’11 agosto 2005 hanno
rilevato errori nella misurazione e registrazione dei dati di temperatura di
quello strato. (1)
Una volta corretti, allineano la tendenza a quella rilevata per la
superficie terrestre: il trend degli ultimi decenni è crescente e in
accelerazione. Cosicché un ulteriore piccolo pezzo di incertezza sembra
essere stato risolto. Naturalmente, va posta la consueta domanda: è l’aumento
della temperatura terrestre una conseguenza del riscaldamento del pianeta
originato da attività umane?
Il summit di Gleneagles e gli Stati Uniti
Qualche delucidazione in merito alla risposta e a quanto passa nella mente
dei leader dei principali paesi del mondo sviluppato è venuta dal summit dei
G8 svoltosi in terra di Scozia, a Gleneagles, il 6-8 luglio scorsi. Le
premesse non erano state incoraggianti. Nonostante Tony Blair fosse
determinato a far sì che dal summit uscisse una dichiarazione congiunta sulla
serietà del problema dei cambiamenti climatici e il riconoscimento che
la scienza obbliga il mondo ad agire per contenere le emissioni di gas-serra,
il presidente americano George W. Bush aveva ancora una volta spinto sul
pedale del freno. Niente tagli alle emissioni, ma investimenti in nuove
tecnologie: questo era il consueto leit-motif, ripetuto anche a
ridosso dell’evento. Il presidente ribadiva poi la sua opposizione a
qualsiasi accordo che assomigli a Kyoto perché riduzioni vincolanti delle
emissioni affosserebbero l’economia americana.
Con qualche sorpresa il vertice si è invece concluso con una dichiarazione in
cui tutti – Stati Uniti compresi e, per l’occasione, leader di Brasile, Cina,
India, Messico e Sud Africa – riconoscono che il riscaldamento globale si sta
davvero verificando, che le attività umane vi stanno contribuendo e
che potrebbe influenzare qualsiasi parte del globo. I presenti hanno
dichiarato altresì di voler passare urgentemente all’azione con l’obiettivo
di sviluppare tecnologie pulite, aumentarne la disponibilità per i
paesi in via di sviluppo e aiutare le comunità più vulnerabili ad adattarsi
all’impatto del cambiamento climatico.
Più significativamente da un punto di vista politico e diplomatico, nelle
parole dei leader presenti l’incontro marcava l’inizio di un "nuovo
dialogo" sulla politica del clima tra paesi del
G8 e quelli con rilevante fabbisogno di energia, in linea con lo spirito
e i principi della Convenzione quadro sui cambiamenti climatici dell’Onu (Unfccc).
Molti osservatori hanno salutato questa dichiarazione come un successo:
indurre gli Stati Uniti a riconoscere una responsabilità dell’uomo nel
fenomeno del riscaldamento globale è stato visto come un significativo
progresso realizzato dal vertice. (2)
In qualche misura il successo c’è stato, visto che il mondo era dapprima più
interessato alla questione degli aiuti al terzo mondo e poi concentrato sulle
bombe di Londra. Essere riusciti a mantenere il clima al centro della
discussione e aver prodotto una simile dichiarazione è sicuramente un merito
dei partecipanti e del primo ministro britannico in particolare. Sotto il
profilo della sostanza si tratta di ben poca cosa.
Bush figlio non ha fatto altro che rinfrescarsi la memoria andando a
rileggere le gesta del padre che aveva apposto anche la sua firma alla
convenzione concordata all’Earth Summit di Rio de Janeiro nel 1992. (3)
Forse pressato dalle rivelazioni della stampa sulle alterazioni e censure
apportate dal suo staff a rapporti scientifici che mettevano in evidenza la
serietà del fenomeno dei cambiamenti climatici e l’urgenza di correre al
riparo con opportune politiche o più probabilmente indotto dall’orientamento
crescente del grande business non energetico a invocare azione contro il
fenomeno: sono questi i due motivi che probabilmente hanno portato su una
posizione nuova il presidente Bush, che alla fine si è presentato quasi
protagonista in positivo del summit. In realtà, la sua determinazione a
contrastare le posizioni europea e russa e la netta preferenza del
Vecchio Continente per vincoli quantitativi alle emissioni anche nel periodo
post-2012 si è concretizzata in un colpo a sorpresa, un po’ all’insegna del
"divide et impera".
Indice
Parte I
Parte II
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