05/09/2005 Un clima da accordi paralleli I (Marzio Galeotti, Alessandro Lanza, www.lavoce.info)

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  • In questo ultimo scorcio d’estate, arrivano nuove certezze sul fenomeno del riscaldamento globale.

    La nuova evidenza

    Se la temperatura al suolo viene registrata in aumento, lo stesso fenomeno dovrebbe verificarsi nella troposfera, lo strato più basso dell’atmosfera, quello più a contatto con la superficie terrestre. Tuttavia, dagli anni Settanta a oggi le rilevazioni effettuate con i consueti strumenti hanno evidenziato una sostanziale stabilità delle temperature della troposfera. Ora, tre articoli pubblicati nel numero di Science dell’11 agosto 2005 hanno rilevato errori nella misurazione e registrazione dei dati di temperatura di quello strato. (1)
    Una volta corretti, allineano la tendenza a quella rilevata per la superficie terrestre: il trend degli ultimi decenni è crescente e in accelerazione. Cosicché un ulteriore piccolo pezzo di incertezza sembra essere stato risolto. Naturalmente, va posta la consueta domanda: è l’aumento della temperatura terrestre una conseguenza del riscaldamento del pianeta originato da attività umane?

    Il summit di Gleneagles e gli Stati Uniti

    Qualche delucidazione in merito alla risposta e a quanto passa nella mente dei leader dei principali paesi del mondo sviluppato è venuta dal summit dei G8 svoltosi in terra di Scozia, a Gleneagles, il 6-8 luglio scorsi. Le premesse non erano state incoraggianti. Nonostante Tony Blair fosse determinato a far sì che dal summit uscisse una dichiarazione congiunta sulla serietà del problema dei cambiamenti climatici e il riconoscimento che la scienza obbliga il mondo ad agire per contenere le emissioni di gas-serra, il presidente americano George W. Bush aveva ancora una volta spinto sul pedale del freno. Niente tagli alle emissioni, ma investimenti in nuove tecnologie: questo era il consueto leit-motif, ripetuto anche a ridosso dell’evento. Il presidente ribadiva poi la sua opposizione a qualsiasi accordo che assomigli a Kyoto perché riduzioni vincolanti delle emissioni affosserebbero l’economia americana.
    Con qualche sorpresa il vertice si è invece concluso con una dichiarazione in cui tutti – Stati Uniti compresi e, per l’occasione, leader di Brasile, Cina, India, Messico e Sud Africa – riconoscono che il riscaldamento globale si sta davvero verificando, che le attività umane vi stanno contribuendo e che potrebbe influenzare qualsiasi parte del globo. I presenti hanno dichiarato altresì di voler passare urgentemente all’azione con l’obiettivo di sviluppare tecnologie pulite, aumentarne la disponibilità per i paesi in via di sviluppo e aiutare le comunità più vulnerabili ad adattarsi all’impatto del cambiamento climatico.
    Più significativamente da un punto di vista politico e diplomatico, nelle parole dei leader presenti l’incontro marcava l’inizio di un "nuovo dialogo" sulla politica del clima tra paesi del G8 e quelli con rilevante fabbisogno di energia, in linea con lo spirito e i principi della Convenzione quadro sui cambiamenti climatici dell’Onu (Unfccc).
    Molti osservatori hanno salutato questa dichiarazione come un successo: indurre gli Stati Uniti a riconoscere una responsabilità dell’uomo nel fenomeno del riscaldamento globale è stato visto come un significativo progresso realizzato dal vertice. (2)
    In qualche misura il successo c’è stato, visto che il mondo era dapprima più interessato alla questione degli aiuti al terzo mondo e poi concentrato sulle bombe di Londra. Essere riusciti a mantenere il clima al centro della discussione e aver prodotto una simile dichiarazione è sicuramente un merito dei partecipanti e del primo ministro britannico in particolare. Sotto il profilo della sostanza si tratta di ben poca cosa.
    Bush figlio non ha fatto altro che rinfrescarsi la memoria andando a rileggere le gesta del padre che aveva apposto anche la sua firma alla convenzione concordata all’Earth Summit di Rio de Janeiro nel 1992. (3) Forse pressato dalle rivelazioni della stampa sulle alterazioni e censure apportate dal suo staff a rapporti scientifici che mettevano in evidenza la serietà del fenomeno dei cambiamenti climatici e l’urgenza di correre al riparo con opportune politiche o più probabilmente indotto dall’orientamento crescente del grande business non energetico a invocare azione contro il fenomeno: sono questi i due motivi che probabilmente hanno portato su una posizione nuova il presidente Bush, che alla fine si è presentato quasi protagonista in positivo del summit. In realtà, la sua determinazione a contrastare le posizioni europea e russa e la netta preferenza del Vecchio Continente per vincoli quantitativi alle emissioni anche nel periodo post-2012 si è concretizzata in un colpo a sorpresa, un po’ all’insegna del "divide et impera".

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