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Mentre attendiamo, un poco rassegnati, l’assalto del
caldo estivo, vale la pena volgere lo sguardo all’indietro e riconsiderare
il dibattito, a tratti stucchevole, sullo smog causato dal traffico
urbano e sui blocchi alle auto, le targhe alterne e quant’altro. Un
dibattito che è durato parecchio perché non sarà sfuggito che quest’anno
l’emergenza è durata più a lungo che in passato e le condizioni di pioggia e
vento favorevoli all’attenuazione del fenomeno sono arrivate con ritardo o
sono state insufficienti. Speriamo che nel prossimo inverno la discussione,
prima ancora che i provvedimenti, si riveli più costruttiva.
Dell’utilità del blocco
Quest’anno, opinionisti, esperti e amministratori locali hanno a lungo
disquisito sull’utilità o meno dei provvedimenti di limitazione temporanea o
selettiva del traffico urbano. Sono serviti i blocchi della circolazione?
Noi crediamo di sì. In attesa di altri provvedimenti più radicali, dai tempi
necessariamente più lunghi e con effetti di più ampio respiro, hanno svolto
la funzione per la quale sono stati istituiti: ridurre ancorché
temporaneamente i livelli di polveri sottili nell’aria. Con ciò
attenuando le conseguenze sulla salute dei cittadini. Altre alternative
nell’immediato non v’erano.
Cambiare la mentalità degli automobilisti
In realtà, un dibattito serio e informato dovrebbe iniziare diversamente:
dovrebbe convincere l’opinione pubblica a cambiare radicalmente mentalità in
materia di mobilità urbana e suburbana. E dovrebbe basarsi su una serie di
elementi che vale la pena riassumere.
La libertà di movimento individuale su gomma genera una duplice
esternalità negativa: inquinamento e congestionamento. L’utilizzo delle
strade è gratuito: tutti sono così indotti a farne liberamente uso, con il
risultato che si rallentano i movimenti di tutti e che si inquina, con le
attuali tecnologie di trasporto, peggiorando l’aria che tutti, pedoni
compresi, respirano. Gli automobilisti pagano solo in minima parte i costi
di questi effetti negativi. Le due esternalità sono interdipendenti, ma la
relazione non è biunivoca. Infatti, se si riduce il congestionamento da
traffico, a parità di tutto il resto, si riducono anche le emissioni
inquinanti. Ma si possono ridurre le emissioni, passando per esempio ad auto
a Gpl, senza ridurre il congestionamento. Quando si investono fondi pubblici
per la ricerca in tecnologie di trasporto basate sull’idrogeno,
dunque a emissioni zero, va tenuto presente che questa soluzione potrebbe in
realtà aggravare il problema del congestionamento. Di conseguenza, la
ricerca delle possibili soluzioni dovrebbe partire dal problema del
congestionamento, anziché da quello dell’inquinamento.
I fatti sono noti. A fronte di una domanda di trasporto crescente, l’offerta
di nuove strade è aumentata poco o è rimasta stazionaria. Secondo il
Rapporto 2005 su Ambiente Italia di Legambiente, in questo decennio si è
consolidato nel nostro paese il dominio del trasporto su gomma (+43 per
cento, pari al 77 per cento del totale) mentre stazionarie sono mobilità su
rotaia (-5 per cento sul 2001, +12 per cento sul 1993) e cabotaggio (+7 per
cento sul 2001, +2 per cento sul 1993). Tra i grandi paesi europei, l’Italia
presenta il massimo squilibrio a favore del trasporto su gomma e più
elevata quantità pro-capite di mobilità motorizzata: 15.200 km/abitante
annui, +22 per cento sulla media europea, +44 per cento rispetto alla
Germania. Poiché costruire nuove strade è diventato politicamente e
praticamente difficile, gli ingorghi sono destinati ad aggravarsi o lo
spazio stradale deve essere razionato. Attualmente, solo una parte dei costi
connessi ai problemi ambientali, agli incidenti e al congestionamento sono
sostenuti direttamente da coloro che li provocano. Ciò è inefficiente e
iniquo. Un ormai datato libro verde della
Commissione europea dedicato alle politiche volte a internalizzare i
costi esterni dei trasporti, stima che il congestionamento costi all’Unione
il 2 per cento del Pil ogni anno, gli incidenti un altro 1,5 per
cento e l’inquinamento e il rumore un altro 0,6 per cento. (1)
In Italia, delle 240 opere definite dal Governo prioritarie, meno di una
decina riguardano la mobilità urbana. E questo nonostante che il 64 per
cento del traffico automobilistico si svolga nel raggio di cinque chilometri
dal centro delle città e il 19 per cento entro un raggio di dieci
chilometri. Anche le Ferrovie ci mettono del loro privilegiando l’Alta
velocità per 4 miliardi di euro su 6,4 del loro piano di investimenti.
I ticket d’ingresso
Tradizionalmente, le politiche dei trasporti hanno utilizzato la
regolamentazione diretta, ma ci si orienta ora verso politiche di prezzo,
con soluzioni che forniscono ai cittadini e alle imprese l’incentivo a
trovare rimedi efficienti al problema. Se gli automobilisti che viaggiano
nelle ore di punta fossero obbligati a pagare un pedaggio (o un pedaggio più
elevato), coloro che avessero altre opzioni – viaggiare in orario
differente, scegliere altra modalità di trasporto – rinuncerebbero. È noto
l’esempio del congestion charge introdotto a Londra dal sindaco Ken
Livingstone. Nella capitale inglese il "ticket" funziona, con un traffico
che si è ridotto del 20 per cento e velocità medie che sono
significativamente aumentate. (2)
Ma sono molte le esperienze in giro per il mondo: da Singapore ai progetti
in corso in una dozzina di Stati americani, passando per le città norvegesi
di Oslo, Bergen e Trondheim. (3)
Anche a Milano, nel cuore della pianura padana, una delle aree più
chiuse d’Europa e perciò particolarmente esposta ai problemi di
inquinamento, si è dibattuto per un po’ di tariffa di ingresso, ma i
propositi sono stati presto abbandonati anche a causa di visioni divergenti
all’interno della stessa maggioranza comunale. Presumibilmente, la
regolamentazione, dalle targhe alterne ai blocchi del traffico, è più
facile da "vendere" agli elettori ed è uno strumento comunque valido in
determinati contesti come la protezione di centri storici. Ma è uno
strumento rozzo, che non può essere aggiustato a livelli variabili di
domanda e soprattutto non produce entrate Chi si oppone al ticket d’ingresso
sostiene che si tratta di un’ennesima tassa. Questa affermazione non
è corretta: è il pagamento da parte dell’utente di un servizio che gli viene
fornito, così come si paga il trasporto pubblico con l’autobus e il metro.
Un altro tipico rilievo è che il provvedimento è iniquo e regressivo. Ciò
discende dalla visione che la strada è un bene pubblico che dovrebbe
essere fornito in misura uguale a tutti. E dopotutto cosa c’è di più
egualitario di un bell’ingorgo? In realtà, l’equità del ticket di ingresso
dipende in modo cruciale da
come i ricavi sono spesi. Se sono impiegati per sussidiare servizi,
come i bus, utilizzati in primo luogo da fasce di cittadini a basso reddito,
allora il ticket verrà visto favorevolmente. Vale ancora l’esempio di
Londra: Livingstone ha concesso generosi sussidi al sistema di bus londinesi
con il risultato che la città dispone ora di 280 chilometri di corsie
riservate (la metà in più rispetto al 2000) mentre i viaggi dei bus sono
aumentati dell’8 per cento annuo. (4)
In sintesi, è importante che la pubblica opinione, e gli automobilisti
in particolare, comprendano che gli attuali trend di traffico non sono
sostenibili. Allo stesso tempo, i nostri amministratori, centrali e locali,
si devono convincere che assumersi la responsabilità di provvedimenti
flessibili come il pedaggio di ingresso, darà ritorni elettorali positivi.
Come racconta Elserino Piol, la tecnologia può dare un aiuto importante alla
soluzione dei problemi di congestionamento e quindi di inquinamento, purché
si mostri un po’ di coraggio e di determinazione. (5)
(1) Commissione Europea "Towards Fair and Efficient Pricing in
Transport", COM(95)691, Brussels, disponibile all’indirizzo
http://europa.eu.int/en/record/green/gp9512/ind_tran.htm.
(2) "Ken Livingstone’s Gamble", The Economist, 15 febbraio 2003.
(3) Robert Atkinson, "The Role of Road Pricing in Reducing Traffic
Congestion", testimonianza davanti al Joint Economic Committee of the US
Congress, 8 maggio 2004, disponibile all’indirizzo
http://www.ppionline.org/ndol/print.cfm?contentid=251568.
(4) "Fares, please", The Economist, 1 gennaio 2005.
(5) Vedi il supplemento Affari e Finanza di Repubblica del 4 aprile
2005
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