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Chi auspica il ritorno alla fissione nucleare in
Italia adduce spesso come argomento un presunto isolamento del paese
sulla questione. In realtà, come mostra il grafico, la crescita
dell’industria nucleare è bloccata da tempo.
I reattori nel mondo
Nel 2004 erano attivi a livello globale 441 reattori, quattro in
meno rispetto al picco storico del 2002. Solo quarantatre sono entrati in
servizio negli ultimi dieci anni, mentre nel decennio 1980-1989 ne erano
stati inaugurati 209.

© WISE- Paris / Mycle Schneider Consulting Fonte: Iaea, Pris, 2004
L’età media dei reattori in funzione è di 21 anni e anche se alcuni paesi
hanno innalzato i limiti legali di anzianità, difficilmente i venticinque
reattori in costruzione alla fine del 2004 compenseranno la graduale
dismissione dei settantanove che hanno già superato i trenta anni.. La
maggior parte dei reattori in costruzione si trova in paesi in via di
sviluppo: otto su venticinque in India, pochissimi in Europa e nessuno
negli Usa, dove l’ultima centrale nucleare effettivamente costruita
fu ordinata nel 1973. Neanche l’eventuale costruzione di quelli annunciati
in Cina basterà a riequilibrare il declino dell’industria altrove.
Nella UE-25 sono in funzione 151 reattori, ventuno meno che nel 1989.
Dodici Stati UE non usano il nucleare e non hanno in programma di farlo. Dei
tredici che lo usano, quattro (Germania, Belgio, Svezia e Olanda) hanno
deciso di chiudere gli impianti esistenti. Solo due nuove centrali sono
programmate in Europa occidentale (in Francia e Finlandia), entrambe molto
controverse anche per le sovvenzioni pubbliche più o meno palesi.
Il clima e il nucleare
Per tenere sotto controllo il cambiamento climatico, i paesi
industrializzati dovranno ridurre le emissioni di gas serra del 60-80 per
cento in pochi decenni: il settore elettrico produce il 37 per cento delle
emissioni globali di CO2. Pur vantaggioso da questo punto di vista, se si
considerano tutte le fasi del ciclo - dall’estrazione dell’uranio, alla
produzione dei combustibili, alla gestione delle scorie per millenni - il
nucleare non è a emissioni zero. E i suoi costi effettivi lo rendono
una "soluzione" per la politica climatica di lungo periodo tra le più
controverse.
Chi sostiene il nucleare, cita il bisogno di ridurre la dipendenza da
petrolio e gas, scarsi e importati. Ma anche l’uranio
è una risorsa finita. Il 58 per cento delle riserve conosciute si
trova in tre paesi: Australia, Kazakhstan e Canada. Ai tassi di consumo
attuale, sono sufficienti solo per cinquanta anni.
Il prezzo dell’uranio incide ancora poco sul prezzo finale
dell’energia nucleare. Ma se il suo uso dovesse crescere molto, l’uranio
diverrebbe sensibilmente scarso nel giro di pochi decenni, nonostante sia
probabile che ne esistano riserve più ampie di quelle oggi conosciute. Uno
studio del Massachusetts Institute of Technology, che analizza le condizioni
necessarie per poter proporre uno sviluppo massiccio del nucleare, indica
quattro aree critiche: i costi, la sicurezza, la gestione delle scorie e la
proliferazione.
I costi
Nel 1954, il presidente della Us Atomic Energy Commission prospettava
un’era in cui l’elettricità sarebbe stata "too cheap to meter" - così
economica che non vale la pena misurarla. Ma, dopo mezzo secolo di
sovvenzioni pubbliche incalcolabili (ricerca, costruzione, gestione del
rischio), i costi effettivi del nucleare rimangono alti.
Nel 2002, British Energy entrò in crisi perché la liberalizzazione dei
mercati elettrici aveva reso il nucleare poco competitivo. Fu salvata dalla
bancarotta grazie a un controverso aiuto pubblico di oltre 6 miliardi di
euro, in parte per coprire le passività legate alla gestione delle scorie
nucleari e al futuro smantellamento delle centrali nucleari.
Nel gennaio 2005, la Corte dei conti francese ha scoperto che a fronte di 13
miliardi di euro di accantonamenti dichiarati da Electricité de France per
lo smantellamento delle centrali nucleari e per la gestione delle scorie
radioattive, esistono solo 2,3 miliardi di attivi effettivamente dedicati
allo scopo. Questi esempi mostrano come il nucleare sia un’industria in cui
è facile scaricare i costi sul futuro e sulla collettività.
La sicurezza e la ripartizione del rischio
La sicurezza dei reattori rimane un problema. Lo studio del Mit presume
un rischio di incidente tipo Chernobyl ogni 10mila anni/reattore. Sembra
basso? Con dieci reattori attivi in Italia per un periodo di cinquanta anni,
avremmo il 5 per cento di probabilità di una catastrofe. Chernobyl si
è verificato in una delle zone meno popolate d’Europa; lo stesso incidente
nella pianura padana avrebbe costi umani ed economici ben più gravi.
Più di una volta attivisti di Greenpeace sono penetrati in zone delicate di
centrali nucleari, dimostrandone la scarsa sicurezza. Per non
parlare, poi, dell’ipotesi di attacchi aerei, mentre il trasporto delle
scorie per terra e per mare rappresenta un ulteriore rischio. Rilasci di
quantità nocive di sostanze radioattive avvengono non solo in caso di
catastrofi, ma anche nella routine quotidiana, soprattutto nelle centrali di
riprocessamento come documentato nei casi di Sellafield e La Hague. (1)
Inoltre, in tutti i paesi in cui si usa il nucleare, ai gestori è
concessa la libertà di assicurarsi fino a un massimale astronomicamente
inferiore ai danni potenziali. Il rischio restante è a carico dei
contribuenti, o peggio degli sfortunati cittadini ridotti a profughi che lo
Stato non sarebbe in grado di risarcire.
Lo stoccaggio finale delle scorie
In mezzo secolo, nessun paese al mondo ha definito una soluzione per lo
stoccaggio finale delle scorie radioattive. Finché il costo
finale della gestione delle scorie non è noto, anche i costi della
produzione nucleare rimangono incerti. Intanto, le scorie si accumulano in
luoghi mal protetti, con rischio di contaminazione dell’ecosistema. Non è
eticamente accettabile lasciare in eredità a generazioni future rifiuti che
non sappiamo gestire e che resteranno pericolosi per millenni.
In Italia è stato finora impossibile trovare un accordo sulla gestione delle
scorie ereditate dai reattori chiusi dopo il referendum (e le quantità più
modeste che vengono da altre fonti come gli ospedali): pare improbabile che
la soluzione si trovi dopo aver riaperto centrali che produrranno nuove
scorie in gran quantità.
Il rischio proliferazione
L’Iran e la Corea del Nord ci ricordano la stretta connessione tra
filiera nucleare civile e militare. Se l’uso dell’elettricità nucleare si
espandesse a livello globale, la proliferazione di tecnologie e materiali
atti a costruire armi nucleari sarebbe incontrollabile, ammesso che non sia
già troppo tardi.
Molte domande, poche risposte
Chi propone il ritorno al nucleare in Italia dovrebbe
dunque fornire informazioni trasparenti e dettagliate su:
· Le sottostanti ipotesi finanziarie, con una chiara distinzione tra
investimenti privati e sovvenzioni pubbliche esplicite e implicite
· La ripartizione del rischio tra industria e collettività in caso di
incidenti nei reattori, negli impianti secondari, sulle vie di trasporto,
eccetera.
· Una soluzione tecnica e un accordo politico definitivi per lo stoccaggio
finale delle scorie, con una capacità adatta ad accogliere anche quelle
future
· Come evitare di aumentare la proliferazione nucleare, particolarmente se
si pensa a un ciclo chiuso di combustibile che implica la produzione di
plutonio.
Per evitare la Scilla dell’effetto serra e della dipendenza da combustibili
fossili, sarebbe sbagliato gettarsi nelle fauci di una Cariddi almeno
altrettanto mostruosa. Il dilemma si può risolvere soltanto facendo rotta
verso le uniche soluzioni veramente durature: l’efficienza energetica
e le energie rinnovabili, dal potenziale di crescita enorme. Bisogna
urgentemente investire risorse in questi campi, in cui l’Italia è in forte
ritardo, invece di inseguire la chimera del nucleare.
Per saperne di più
M. Schneider & A. Froggatt "World Nuclear Industry Status Report 2004,"
2004.
http://www.greens-efa.org/pdf/documents/greensefa_documents_106_en.pdf
International Atomic Energy Agency, "Power Reactor Information System",
www.iaea.org/programmes/a2/
Matthew L. Wald, "Seven Companies Band Together in Hopes of Building Nation's
First New Nuclear Plant in Decades", New York Times, 31/3/04.
World Nuclear Association, "Information and Issue Briefs: Supply of Uranium",
August 2004
www.world-nuclear.org/info/inf75.htm
"The Future of Nuclear Power, an Interdisciplinary Mit Study", 2003:
http://web.mit.edu/nuclearpower/
http://www.ccomptes.fr/Cour-des-comptes/publications/rapports/nucleaire/introduction.htm
Makhijani, Chalmers, Smith, "Uranium Enrichment: Just Plain Facts to Fuel an
Informed Debate on Nuclear Proliferation and Nuclear", 2004:
http://www.ieer.org/reports/uranium/enrichment.pdf
(1) Vedi, rispettivamente, http://www.bellona.org/en/energy/nuclear/sellafield/index.html
e http://www.wise-paris.org/
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