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Forse anche per sfuggire a un servizio
ferroviario che non brilla in affidabilità, chi viaggia quotidianamente si
rassegna a subire sulle strade l’alea di code chilometriche in
compagnia della radio o del telefonino.
I numeri della Commissione
La
Commissione europea stima che, ogni giorno, sulle strade urbane e non, le
autostrade e le tangenziali europee si formano code per una lunghezza totale di
7.500 chilometri, mentre la velocità media nelle città è di soli 15 chilometri
orari. Ogni anno tre milioni di nuovi veicoli si sommano a quelli già
circolanti, in venti anni la distanza media che percorriamo in auto è
raddoppiata, ed è destinata a raddoppiare ancora da qui al 2025. Il quadro
italiano ha tinte ancor più fosche, dato che la nostra rete autostradale è
la più intasata d’Europa: 5809 veicoli per ogni chilometro contro i
3218 della media continentale. Naturalmente, la maggiore mobilità è allo stesso
tempo concausa ed effetto collaterale dell’accelerazione nell’integrazione
europea, così come l’organizzazione della settimana su ritmi flessibili è un
carattere immodificabile della nostra economia.
Tuttavia, è utile tener presenti anche i costi legati alla
congestione stradale. Anche senza parlare delle polveri sottili, i trasporti
sono responsabili in Europa del 28 per cento di quelle emissioni di CO2 che con
il Protocollo di Kyoto ci siamo impegnati a tagliare da qui al 2012 dell’8 per
cento rispetto ai livelli del 1990. Se pare assodato che la congestione pesi per
circa il 6 per cento della nostra spesa complessiva in carburante, le stime sui
suoi costi complessivi, diretti e indiretti, non si possono proprio dire
puntuali, variando da un minimo di 130 miliardi di euro all’anno a un massimo di
270, che sarebbe pari al 4 per cento del Pil europeo. Inoltre,
le condizioni delle strade (e la congestione fra queste) risultano essere tra i
fattori esplicativi degli incidenti stradali in quasi un terzo
dei casi.
Il car pooling può essere un rimedio?
Chiunque, magari fermo in coda in autostrada, può eseguire una verifica empirica
del tasso di occupazione delle automobili effettivamente circolanti: in Europa
su ogni auto che viaggia c’è una media di 1,2 passeggeri. Se si
riuscisse ad alzare la media anche solo a 1,5 persone, il numero di auto
circolanti calerebbe automaticamente del 20 per cento.
Il car-pooling altro non è se non il consorziarsi in un gruppo
di amici, vicini o colleghi, per condividere un’auto e i suoi costi per un
tragitto comune: colleghi e pendolari per andare a lavorare insieme, genitori
per accompagnare a scuola i propri e i figli dei vicini, amici, per uscire la
sera o fare le spese con un’auto sola. Il car-pooling ha attratto soprattutto
gli appassionati di ricerca operativa e di algoritmi di ottimizzazione. Gli
economisti invece lo associano tipicamente ai temi delle esternalità e dei beni
pubblici, sebbene la peculiarità del car-pooling stia piuttosto nel sostanziale
allineamento tra interessi individuali e sociali. In effetti,
se faccio salire un collega sulla mia auto non faccio solo un favore alla
collettività, liberandola di un auto in circolazione, ma soprattutto a me
stesso: divido i costi della benzina e dei pedaggi autostradali, mi alterno alla
guida, con maggior concentrazione e sicurezza, ho compagnia per il viaggio.
Il vero interrogativo, dunque, sembra essere perché questa pratica non sia nei
fatti molto più frequente. Più che una spiegazione, generica, basata sulla
razionalità limitata o la miopia comportamentale degli individui, appare
convincente l’evidenza per cui gli atteggiamenti consolidati siano difficilmente
modificabili anche quando irrazionali o sub-ottimali. Sembrano giocare un ruolo
ancor più convincente l’attaccamento personale, il sentimento di inviolabilità
della sfera privata e di libertà incondizionata che sono tipicamente associati
all’utilizzo dell’auto. Ancora, l’ostacolo cruciale può essere
rappresentato dal problema di coordinamento delle scelte individuali e di
organizzazione delle informazioni che sono necessarie per il successo del
car-pooling. Si potrebbe allora pensare a interventi a favore del car-pooling,
attraverso incentivi monetari oppure indiretti (l’ingresso in
città in caso di blocco o le corsie privilegiate) o con campagne di
sensibilizzazione. Si è anche cercato di organizzare direttamente il processo di
matching tra passeggeri con esigenze compatibili, e le simulazioni a riguardo
sono piuttosto incoraggianti. Uno studio dell’istituto tedesco Irpud, ad
esempio, ha analizzato dati disaggregati su quasi 213mila viaggi giornalieri
nell’area urbana di Dortmund. Una delle simulazioni suppone che ciascun
viaggiatore sia disposto a spostarsi a piedi fino a 500 metri per incontrare il
suo equipaggio e abbia un margine di flessibilità di un quarto d’ora su quando
partire: risulta che fino a due terzi dei viaggi di lavoro sarebbero tra loro
compatibili, con un risparmio della metà dei chilometri percorsi nella giornata.
Partire dai posti di lavoro
Guardando alle concrete esperienze europee (Svizzera, Regno Unito, Belgio,
Olanda, Scandinavia), si vede che tali tentativi decollano soprattutto se viene
coinvolta un’ampia platea di soggetti, residenti in aree sufficientemente dense.
I più interessati a condividere il viaggio sono coloro che
usano l’auto per distanze di almeno 5 chilometri e ne percorrono più di 35mila
all’anno. L’interesse sale se si ha un lavoro con orari fissi o facilmente
prevedibili, se il coniuge ha orari variabili, e con il numero delle patenti in
famiglia, ed è invece indipendente dal numero e dall’età delle auto di
proprietà. Per garantire successo agli esperimenti di car-pooling (in cui,
tipicamente, una prima cattiva esperienza equivale a un fallimento definitivo),
sembra allora cruciale partire dai posti di lavoro, non
soltanto perchè è più semplice il processo di matching, ma soprattutto perché si
possono più facilmente risolvere i problemi comportamentali, l’ostacolo
principale a condividere l’auto. Infatti, tra viaggi in comune e fiducia tra
colleghi si instaura tipicamente un circolo virtuoso, gli
orari, la puntualità e le idiosincrasie personali sono già note, i gesti
quotidiani (velocità, fumo, radio) possono essere concordati con maggiore
tranquillità. Resta poi aperta la questione economica. Con
l’unica eccezione di un’agenzia svizzera, che consiglia 0,2 franchi per
passeggero/chilometro, chi organizza gli equipaggi di car-pooling si è sempre
guardato bene dal dare indicazioni su come dividere le spese. Viene sempre
lasciata alla libera contrattazione tra i membri del car-pool. I quali, per lo
più, scelgono il baratto, alternando i giorni in cui lasciare a
casa l’auto. Forse un po’ di coraggio in questa direzione servirebbe anche da
noi.
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