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  • 11/09/2007 A distanza di sei anni (Daniele John Angrisani, http://altrenotizie.org)

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  • Sono passati sei anni esatti dall'11 settembre 2001, il giorno che ha cambiato il mondo e, mentre in America si svolgono, sempre più sottotono, le celebrazioni per ricordare gli "eroi dimenticati" di quella giornata, anche nel resto del mondo oggi ci si ferma per riflettere. Cosa è cambiato da allora? E' un mondo migliore o peggiore? Si poteva fare qualcosa per evitarlo, e soprattutto si potrà evitare un'altra carneficina del genere? Tutte domande alle quali ora è impossibile dare una risposta circostanziata. Ma si tratta pur sempre di domande che si porranno anche negli anni a venire ed a cui solo gli storici in futuro potranno dare una risposta definitiva. Ciò che è sicuro è che molte cose sono cambiate da allora, ma altrettante sono rimaste uguali. L'America quel giorno si è scoperta per la prima volta da decenni vulnerabile a ciò che accade nel resto del mondo, anche e spesso soprattutto a causa delle sue politiche. La più grande superpotenza economica, militare e politica mondiale ha visto così il suo centro colpito a sangue dall'arma più improbabile che potesse essere usata a questo scopo: quella flotta aerea che aveva rappresentato in molte parti del mondo il simbolo della potenza americana, con i suoi stendardi e l'aquila a due teste.

    Ed ad essere colpiti sono stati proprio un simbolo dell'economia americana, come il World Trade Center, ed il luogo considerato sino ad allora più sicuro al mondo, il Pentagono, sede del Dipartimento della Difesa americano. La portata dell'attentato è stata di tale intensità che subito si è capito che quella giornata avrebbe cambiato definitivamente il mondo per come lo conosciamo: e così è stato.

    Nei giorni immediatamente successivi alla tragedia dell'11 settembre, il mondo intero, nemici ed amici, si era schierato affianco al popolo americano colpito. A Mosca, Ramallah e nelle parti più improbabili del mondo, dove l'odio antiamericano era stato sempre forte, si raccoglievano folle di persone pronte a donare anche il proprio sangue per aiutare le vittime di quel terribile attentato. Ma ben presto le cose sarebbero cambiate. La politica estera americana, fino ad allora era stata condotta sotto la patina del "contenimento" e dell'uso moderato della forza militare, grazie all'influenza dei neoconservatori, avrebbe seguito la dottrina della "guerra preventiva" e dell'uso dell'esercito americano come vera e propria forza di polizia mondiale. L'arroganza dell'Amministrazione americana è stata tale da gettare al vento la solidarietà internazionale e sfidare apertamente l'opinione pubblica mondiale che era scesa in piazza contro la follia della guerra in Iraq nella primavera del 2003.

    Nessuno sembrava poter fermare l'avanzata inesorabile dei neoconservatori e della loro ideologia. Gli americani avevano ottenuto una vittoria strategica in Afghanistan l'anno precedente, con la caduta del regime talebano, e le truppe americane non avevano incontrato praticamente nessuna resistenza in Iraq, fino alla conquista finale di Baghdad ed al crollo del terribile regime di Saddam Hussein. Sembrava che il sogno neoconservatore di un Medio Oriente controllato dagli americani, stesse per diventare realtà. Ma in preda alla sbornia della vittoria, nessuno aveva tenuto in considerazione la voce delle molte cassandre che avevano predetto una vita molto difficile per gli americani in Iraq negli anni a venire. Eppure neanche dopo pochi mesi la guerriglia aveva iniziato a farsi sentire, e ogni giorno che passava la vittoria americana in Iraq diventava sempre più effimera. Ciò non sarebbe comunque bastato ad impedire che Bush ottenesse un secondo mandato nel novembre 2004, in elezioni in cui il sospetto di brogli in Ohio era stato parecchio alto.

    Ma dopo l'ascesa, viene sempre, prima o poi, la caduta. Il 2005 è stato l'"annus horribilis" dell'Amministrazione Bush, con la tragedia dell'uragano Katrina e il continuo stillicidio di morti proveniente dall'Iraq. L'opinione pubblica americana iniziava così a svegliarsi dal sonno in cui era stata indotta da media servili negli anni precedenti ed a rendersi conto del disastro in cui era stata condotta. Dall'Iraq non sembrava esserci nessuna via d'uscita e la delusione e la rabbia erano stati talmente forti che nel novembre 2006 gli americani avrebbero deciso di inondare di voti quel partito democratico che nulla aveva fatto per meritarselo, con la sola speranza che questo potesse servire per riportare a casa i "propri ragazzi". Come sappiamo, a quasi un anno di distanza i "ragazzi" sono invece ancora in Iraq, e nulla è cambiato. Oggi l'America vive in un attesa quasi messianica di un nuovo Presidente, una sorta di Salvatore della Patria, che possa raddrizzare le cose e riportare l'America allo splendore dei tempi andati. Ma anche i più ingenui sanno che non sarà così facile.

    La Russia di Vladimir Putin e la Cina di Hu Jintao sono usciti definitivamente dal loro letargo ed hanno iniziato a far pesare il proprio potere, approfittando molto della debolezza americana. Il baricentro del potere mondiale si sposta sempre più verso Oriente ed anche Washington è ora costretto a prenderne atto. Il sogno imperiale dei neoconservatori è andato in frantumi e tutti coloro che ne erano i fautori, in un modo o nell'altro, sono stati costretti alle dimissioni o se ne sono andati di propria sponte. Solo uno dei leader dell'epoca, l'allora sindaco repubblicano di New York, Rudolph Giuliani, sembra aver tenuto lo smalto di allora ed è ora impegnato in una dura e difficile campagna elettorale per cercare di evitare che un democratico (o forse meglio ancora, una democratica) possa salire alla Casa Bianca il prossimo anno.

    Non sarà così facile comunque. In un Paese dove anche coloro che erano stati elevati ad eroi, ora vengono lasciati nel dimenticatoio a morire, come ha ben dimostrato il documentario di Moore, Sicko, parlando dei pompieri ammalatisi a causa dell'11 settembre, la voglia di cambiare rotta è condivisa dalla stragrande maggioranza dei cittadini. Persino ciò che fino a solo pochi anni fa era considerato impossibile, come l'elezione di una donna o di un nero alla Casa Bianca, ora è diventato persino probabile. Mentre un redivivo Bin Laden, una specie di Fenice dei nostri giorni, torna ad apparire in televisione con i suoi proclami deliranti e minacciosi, il Paese intero si appresta dunque a ricordare il sesto anniversario dell'11 settembre, con la speranza di essere alle porte di una nuova svolta, più pacifica e duratura della precedente. O forse, molto più semplicemente, come tante altre volte, si è pronti a cambiare tutto per non cambiare nulla.

    11/09/2007 Il giorno della fine del mondo (Bianca Cerri, http://altrenotizie.org)

    Tutto ebbe inizio con quella colonna di fumo che si alzava verso il cielo completamente privo di nubi sopra New York, provocata dall’impatto di un aereo schiantatosi su una delle due maestose torri gemelle in pieno centro della città. Per le leggi della fisica, il precipitare a terra di tonnellate di cemento e lamiere che trascinarono chissà dove migliaia di vite fu inevitabile. In quel momento, George Bush era in Florida e stava leggendo una favola che parla di caprette smarrite ai bambini di una scuola elementare di Saratosa. Le foto che lo hanno immortalato con il libro di fiabe ancora in mano mentre uno degli uomini del suo staff gli comunica che l’America è stata attaccata sono la miglior allegoria di un paese attaccato a tradimento, nessun creativo avrebbe saputo inventare uno spot più efficace. Il primo ad accorrere sul luogo della sciagura fu l’allora sindaco di New York, Rudi Giuliani, che subito si fece immortalare curvo e dolente sulle rovine ancora fumanti, realizzando anche lui lo spot vincente per un’eventuale candidatura alle presidenziali. Dotato di buona presenza scenica e ferreo assertore del libero mercato, Giuliani sa che anche le tragedie sono merce vendibile purché l’imbonitore sappia rendersi credibile. Per questo non esitò ad incitare il popolo americano a “dirigere l’ira verso un unico bersaglio” e a tirare fuori il meglio di sé allo scopo di apparire come il leader giusto di cui il paese aveva bisogno in quel momento.

    Poche ore dopo era già in viaggio con il suo jet privato per andare a tenere una conferenza da duecentomila dollari sul dramma di New York. A respirare la polvere di Ground Zero rimasero solo poliziotti, pompieri e volontari, molti dei quali subiranno gravi danni alle vie respiratorie a causa delle sostanze tossiche che avevano riempito l’aria per molte miglia.

    Da allora sono passati sei anni ma non c’è giorno che l’amministrazione Bush non sottragga agli americani altri diritti sommergendoli di retorica sul terrorismo. Scoppiano le tubature di un bagno? E’ sicuramente opera degli uomini di Al Qaeda. Salta una pentola a pressione e il vapore appanna le finestre? C’è sempre un giornalista accreditato pronto a legare la cosa a considerazioni varie sull’undici settembre. Così nessuno farà caso alle mosse dell’amministrazione per completare la distruzione dell’Iraq, alle leggi che consentono l’uso della tortura su chiunque finisca in un campo di detenzione americano o al passaggio del potere legislativo nelle mani della Corte Suprema. Bisogna farsene una ragione: fino a qualche secolo fa, i tiranni psicopatici potevano al massimo armarsi di una frusta o di una spada e i danni erano alquanto limitati. Nell’era delle armi “intelligenti” possono compiere un genocidio senza neppure alzarsi dalle loro poltrone.

    Quanto a Giuliani, ora che i sondaggi lo danno come favorito alla nomination repubblicana, racconta bugie macroscopiche, proporzionate alla grandezza del ruolo che aspira a ricoprire. Ad esempio, agli ebrei ha raccontato di conoscere una per una le malefatte commesse da Arafat, che avrebbe appreso all’epoca in cui aveva rappresentato la famiglia Klinghoffer in qualità di avvocato. Klinghoffer era il passeggero paralitico scaraventato in mare durante il sequestro dell’Achille Lauro, ma si dà il caso che Victoria Toensing, vice-procuratore distrettuale che indagò sul caso, abbia escluso drasticamente che Giuliani abbia mai avuto a che fare con la vicenda.

    L’avvocato dei Klinghoffer si chiama Jay Fischer e non ha mai avuto contatti con l’ex-sindaco di New York. Anche Arnold Burns, che ha rappresentato i Klinghoffer in un frangente diverso, esclude che i suoi assistiti abbiano mai conosciuto o avuto comunque rapporti con il sindaco di New York. E’ Giuliani che continua a far credere alla gente di aver scoperto tutti i segreti del “terrorismo arabo” e di aver sventato attentati nati dalla sua fantasia. Al congresso della destra conservatrice ha raccontato di aver impedito una tragedia al WTC molto prima dell’11 settembre 2001, cosa poi smentita da Bill Bratton, che pure è suo assistente da quasi quindici anni.

    La paura che attanaglia gli americani a sei anni di distanza dall’11/9 è fuori proporzione. Oggi un cittadino americano ha molte più probabilità di essere travolto da una valanga che di rimanere ucciso in un attentato. In cinque anni, gli americani morti a causa del terrorismo sono meno di mille, contro i 102.000 che hanno perso la vita per colpa di un ubriaco al volante, i 108.000 morti per mancanza di assistenza sanitaria, i 500.000 uccisi da patologie legate al diabete, i 3.000.000 o quasi morti a causa di un tumore, i 32.000 ammazzati da armi da fuoco, ecc…

    Non risulta però che il governo Bush abbia stanziato più fondi per tenere a bada i proprietari di armi o per migliorare le condizioni di chi soffre di malattie croniche. Risulta invece che un popolo dominato dal terrore somiglia un po’ ad un eroinomane con la fobia di essere centrato da un vaso da fiori che vola da un balcone. O a quel bravo cittadino che crede ad una classe politica composta da predoni e poi si chiede perché la sua vita sia così vuota……

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